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TRIBUNALE DI MESSINA Sez II civile/r/n


procedimento possessorio, querela di falso e consulenza tecnica grafologica. Fonte: http://www.tribunalemessina.it/Giurisprudenza/Civile/Iannello/Iannello_Sen27112002.htm

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REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo Italiano

TRIBUNALE DI MESSINA

Seconda Sezione Civile

Il Tribunale di Messina, Seconda Sezione Civile, composto dai Sigg.ri:

dott. Giuseppe Suraci

Presidente,

dott. Emilio Iannello

Giudice rel.,

dott.ssa Caterina Mangano

Giudice,

ha emesso la seguente

SENTENZA

nelle cause civili riunite rispettivamente iscritte ai nn. 1701/00 e 341/01 R.G. A.C., introitate per la decisione, previ gli incombenti di cui all'art. 190 c.p.c., all'udienza di precisazione delle conclusioni di martedì 11 giugno 2002,

promosse da

X.Y.,

nata a ______________ ed ivi residente in ______________________, elettiv.te domiciliata in Messina________________, presso lo studio dell'Avv. Caio Sempronio, che la rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso introduttivo,

ricorrente,

contro

W.Z.,

nata a _______________ ed ivi residente in ___________________________________, elettiv.te domiciliata in Messina, Via Centonze, 25, presso lo studio degli Avv.ti Antonio Bongiorno e Giulio Catalano, che la rappresentano e difendono giusta procura a margine della comparsa di costituzione,

resistente

con l’intervento del

Pubblico Ministero presso il Tribunale di Messina,

interveniente necessario.

oggetto: Reintegra nel possesso e falso civile.

Conclusioni

I procuratori hanno precisato le conclusioni riportandosi a quanto dedotto, chiesto ed eccepito nei rispettivi atti e nei verbali di causa.

Il P.M. ha concluso “per l’accoglimento della querela di falso, così come proposta, alla luce delle conclusioni del c.t.u.”.

Svolgimento del processo

1. - Nel corso di giudizio possessorio (iscritto al n. 1701/2000 R.G. A.C., promosso da X.Y. con ricorso del 29 agosto 2000 per la reintegra nel possesso del terrazzino annesso alla propria abitazione, asseritamente violato dalla resistente con l’apertura di un varco nel muretto e nella soprastante inferriata di divisione dall’attiguo terrazzino) e dopo che la ricorrente aveva ottenuto tutela interinale con decreto inaudita altera parte del 1 settembre 2000 (revocato tuttavia in sede di reclamo con ordinanza del 7 novembre 2000), la resistente, W.Z., comparendo personalmente e per ministero del proprio difensore all’udienza del 18 luglio 2001 dichiarava di proporre querela di falso avverso il ricorso introduttivo, contestando l’autenticità della firma della procura scritta a margine dello stesso. Interpellata la ricorrente e ritenuta la rilevanza del documento, il giudice autorizzava la presentazione della querela e disponeva per la successiva istruzione del giudizio incidentale di falso, onerando la proponente di notificare la querela, unitamente al verbale d’udienza, al Pubblico Ministero, interveniente necessario.

2. – Frattanto, con ricorso in data 22 febbraio 2001, X.Y. aveva promosso contro W.Z. separato giudizio possessorio (n. 341/01 R.G.) onde ottenere analoga tutela in relazione a comportamento spoliativo di identica natura (ennesima distruzione del muretto e dell’inferriata di separazione, appena ripristinato, tra i terrazzi di pertinenza delle abitazioni delle contendenti). Instaurato il contraddittorio, a conclusione della fase sommaria era emessa, in data 2 - 4 maggio 2001, ordinanza di reintegra impugnata da W.Z. con reclamo ex art. 669-terdecies cod. proc. civ..

2.1. - Durante il procedimento da tale reclamo scaturente accadeva che:

- W.Z., personalmente comparsa avanti il collegio all’udienza camerale del 3 luglio 2001 rendeva dichiarazione, sottoscritta e unita al verbale, di voler impugnare di falso “l’atto introduttivo del presente procedimento” (così si legge testualmente nel verbale e alla prima pagina, ultimo rigo, dell’atto): in realtà, come precisato nel corpo della dichiarazione medesima e come non poteva altrimenti intendersi, l’atto impugnato di falso era (non l’atto introduttivo del procedimento di reclamo, ovviamente a firma della stessa querelante-reclamante, ma) il ricorso introduttivo del procedimento possessorio (n. 341/2001 R.G.) a conclusione della cui fase sommaria era stato pronunciato l’interdetto interinale reclamato;

- con ordinanza in data 4 luglio 2001 il tribunale investito del reclamo autorizzava la presentazione della suddetta querela di falso;

- alla successiva udienza camerale del 10 luglio 2001, datosi atto del deposito da parte della reclamante di “querela di falso con allegata perizia grafica e documenti di comparazione”, il collegio, alla presenza del P.M., dopo aver disposto la custodia dell’atto impugnato in cancelleria e la sua sostituzione nel fascicolo del giudizio possessorio “con copia fotostatica conforme”, ordinava “la sospensione del procedimento di reclamo fino alla definizione della querela di falso”. Al riguardo il tribunale, premesso di essere “investito soltanto della decisione cautelare incidentale di reclamo e che pertanto la propria competenza è limitata all’ammissibilità e rilevanza della querela”, osservava che al già designato giudice del “procedimento possessorio promosso con il ricorso la cui annessa procura è impugnata di falso” spettava “il compimento degli atti istruttori nel giudizio incidentale di falso” e che il giudizio di reclamo non poteva invece proseguire per essere pregiudiziale la decisione sulla querela di falso.

3. - Ordinata la riunione dei due giudizi possessori, era disposta ed espletata c.t.u. calligrafica.

Quindi le parti precisavano le conclusioni e, previa concessione dei termini per lo scambio delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, le cause erano rimesse al collegio per la decisione ad esso riservata sull’impugnazione di falso. Il P.M. concludeva per l’accertamento della falsità di entrambi gli atti predetti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

4. - Va preliminarmente rilevato che il procedimento incidentale di falso deve considerarsi limitato al primo dei ricorsi possessori, quello depositato in data 29 agosto 2000 ed introduttivo del giudizio iscritto al n. 1701/00 R.G. A.C.

Non può invece riguardare il secondo (ossia l’atto introduttivo del procedimento possessorio iscritto al n. 341/01 R.G. A.C.) ancorché, per mero equivoco - indotto dalla contorta vicenda processuale sopra riferita e, in ispecie, da una superficiale lettura degli esiti del reclamo proposto avverso l’ordinanza interinale - sia stata disposta l’estensione della consulenza grafologica anche alla procura annessa a tale atto.

Ciò per la semplice ragione che non risulta che nel corso del secondo procedimento possessorio sia mai stata proposta alcuna querela di falso.

4.1. - Questa, invero, con riferimento al secondo ricorso possessorio, è stata proposta solo nel corso del procedimento camerale di reclamo promosso ex art. 669-terdecies c.p.c. avverso l’ordinanza conclusiva della fase sommaria del giudizio di reintegra. Va certo dato atto che il collegio investito di tale reclamo: a) ha ritenuto (implicitamente) compatibile la querela di falso con il procedimento camerale di reclamo; b) ha ritenuto rilevante il documento impugnato e autorizzato la presentazione della querela, provvedendo agli incombenti di cui all’art. 223 cod. proc. civ.; c) si è però subito dopo dichiarato incompetente a procedere alla successiva istruzione e decisione del giudizio di falso (pur appena ammesso e già formalmente proposto innanzi a quell’organo), limitandosi a sospendere il procedimento di reclamo e a disporre la rimessione del fascicolo del giudizio possessorio al magistrato di esso investito.

Tale provvedimento, però, non può essere condiviso in nessuno dei punti suddetti e certamente non vincola il collegio in questa sede investito dei procedimenti riuniti.

4.1.1. - È anzitutto da escludere che possa ravvisarsi compatibilità strutturale e funzionale tra il procedimento di reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. e il giudizio incidentale di falso (l’osservazione ha, tuttavia, carattere meramente incidentale e non condiziona strettamente le statuizioni adottate in questa sede, ancorché appaia utile in funzione di una successiva precisazione).

La struttura semplificata del procedimento ad istruzione deformalizzata destinato a concludersi con ordinanza priva di attitudine al giudicato lo rende incompatibile con un giudizio, qual è quello di falso, a cognizione piena e volto altresì a incidere su una disciplina della prova che è propria dei giudizi a cognizione piena e che invece non assume rilievo se non marginale e eventuale nei procedimenti sommari, cautelari e non. Del resto, l’esplicito riferimento nell’art. 221 c.p.c. a un “giudizio” (“in qualunque stato e grado”) e a una “causa” in corso non può non evocare, secondo ricorrente lessico legislativo, un giudizio di ordinaria cognizione. Allo stesso modo anche il ripetuto riferimento al “giudice istruttore” e la puntuale disciplina di tutti gli adempimenti formali cui lo stesso è chiamato con l’interpello della parte, la redazione di processo verbale di deposito della scrittura impugnata di falso (art. 223), l’eventuale sequestro del documento (art. 224) e la decisione sulla querela (art. 225 e 226), appaiono univocamente rimandare a colui “il quale è investito di tutta l’istruzione della causa” (art. 174 c.p.c.) e sono quanto di più lontano possa immaginarsi dalla disciplina semplificata e deformalizzata dell’istruzione propria dei procedimenti sommari (v., in tal senso, “senza ombra di dubbio alcuno”, Trib. Genova 28 dicembre 1994 in Giust. Civ. 1996, I, 547; v. anche Trib. Messina, 19 luglio 2000, inedita; si ricordi ancora che secondo Cass. 23 agosto 1990, n. 8609, non può darsi corso nel procedimento camerale per l’ammissibilità di azione di dichiarazione di paternità o maternità naturale, condotto “sulla base di una attività di mera assunzione di informazioni, con la quale è incompatibile l'espletamento di una formale e completa istruzione probatoria”, al procedimento di verificazione di scrittura privata disconosciuta ex artt. 216 e ss. c.p.c., trovando questo la sua sede naturale nel successivo giudizio di cognizione piena).

Di ciò appare del resto consapevole lo stesso collegio del reclamo, laddove ritiene di non poter comunque conoscere del merito della proposta impugnazione di falso, finendo però con l’incorrere in una insanabile contradictio in adiecto atteso che: a) tale (corretta) opinione avrebbe dovuto portare a non ammettere nemmeno la presentazione della querela, non mai all’ibrido di una sua ammissione e iniziale preparazione e di una contestuale rimessione ad un giudice e ad un processo diversi (v. in termini Trib. Genova 28 dicembre 1994 cit., secondo cui “nessun atto, neppure relativo alla fase preliminare del procedimento incidentale di falso può compiere il giudice el procedimento cautelare, essendo la materia delle procedure formalizzate di accertamento della verità o falsità di un documento estraneo ad un giudizio a cognizione sommaria”); b) una volta ammessa, ancorché erroneamente, logica interna all’istituto ne avrebbe imposto la trattazione da parte dello stesso collegio, ma giammai poteva ritenersi consentita la rimessione della sola istruzione e decisione ad un giudice e in un contesto processuale diverso, quale rimane il giudizio possessorio rispetto al procedimento di reclamo che non è ovviamente configurabile quale sequenza procedimentale interna e incidentale al primo. Al riguardo nessuna analogia può porsi con l’ipotesi prevista dall’art. 313 c.p.c. (e dal previgente art. 318) relativi alla proposizione della querela di falso davanti a giudice (inteso come ufficio giudiziario) diverso da quello competente a conoscere la querela e peraltro a struttura esclusivamente monocratica, quale è il giudice di pace ed era il pretore. Né di analogia può parlarsi con l’ipotesi prevista dall’art. 355 c.p.c. (querela di falso proposta nel corso del giudizio di appello): anche in tal caso, infatti, la querela è proposta bensì davanti ad un giudice collegiale ma pur sempre diverso (l’ufficio) da quello funzionalmente competente sul giudizio di falso. Senza dire che, ove ad una applicazione analogica di tali norme si fosse ritenuto di poter ricorrere, ci si sarebbe comunque dovuti limitare a: 1) valutare la rilevanza del documento impugnato nell’ambito del proprio procedimento; 2) in caso affermativo sospendere quest’ultimo e fissare un termine perentorio per la riassunzione della causa di falso, in via principale (ossia con atto di citazione), davanti al tribunale in autonomo instaurando procedimento, non certo rimetterla puramente e semplicemente al giudice del possessorio.

4.1.2. – Alla stregua delle superiori considerazioni è chiaro che il provvedimento predetto non può sortire – come anticipato - alcun effetto processuale sul procedimento possessorio (n. 341/01 R.G.) qui riunito. Non quello di far sì che possa considerarsi proposta querela incidentale di falso, stante la rilevata irriducibile diversità del contesto processuale in cui essa risulta effettivamante proposta e dichiarata ammissibile. Né quello di consentire che si abbia a ritenere proposta querela principale di falso, la quale richiede ben altra forma introduttiva (atto di citazione) e non potrebbe comunque autorizzare uno sviluppo procedimentale quale quello prefigurato nella ridetta ordinanza.

4.2. – All’interno del procedimento possessorio (n. 341/01), invece, mai è stata proposta – giova ripetere - querela di falso, non potendosi essa ovviamente nemmeno desumere per relationem o per implicito dal contegno processuale delle parti di mera attesa delle determinazioni del giudice successive al descritto iter; né (potendosi desumere) dall’inserimento nel fascicolo del possessorio del verbale dell’udienza camerale nella quale si procedette alla presentazione della querela (inserimento disposto d’ufficio dal collegio in sede di reclamo), non avendo esso, a tutto concedere, altro valore che quello di elemento liberamente valutabile, quale verbale di separato procedimento; né ancora dalle conclusioni del resistente precisate nel senso di richiedere l’accertamento della falsità anche della procura annessa al secondo ricorso possessorio (quanto meno per la mancanza dei requisiti di forma previsti dall’art. 221, secondo comma, c.p.c.).

Se ne deve concludere che il giudizio possessorio iscritto al n. 341/01 R.G. può e deve allo stato disinteressarsi dell’istruzione (erroneamente) avviata sulla (in realtà inesistente) querela di falso e, quindi, proseguire nella sua fase di merito secondo i previsti e non ancora adempiuti incombenti (prima udienza di trattazione).

Questo collegio peraltro, essendo comunque investito della decisione anche sulla dedotta falsità del predetto atto, deve in questa sede dichiarare, con sentenza, la radicale nullità (o, meglio, l’inesistenza) dell’atto introduttivo della querela di falso e la conseguente sua inammissibilità. Giova al riguardo rilevare che trattasi di nullità non suscettibile di essere sanata in ragione del fatto che comunque sulla domanda possa ritenersi formato il contraddittorio, investendo la stessa requisiti non relativi alla mera contestatio litis ma coessenziali alla funzione dell’atto, che è quella di manifestare validamente la volontà della parte di chiedere una pronuncia giurisdizionale (cfr. Cass. 6 luglio 1999, n. 6959).

Va conseguentemente ordinato alla cancelleria di restituire l’originale dell’atto introduttivo del secondo giudizio possessorio (n. 341/01 R.G. A.C.), allegandolo al fascicolo d’ufficio

5. - Le osservazioni testè svolte circa l’incompatibilità della querela di falso con i procedimenti a struttura sommaria e istruzione deformalizzata rendono necessaria una precisazione con riferimento al primo procedimento, nel quale, come anticipato, essa invece deve ritenersi ritualmente proposta e ammessa. Va, invero, precisato che la rilevata incompatibilità sussiste pienamente anche tra fase sommaria del procedimento possessorio e il giudizio di falso (a cognizione piena). Anche in tal caso, invero, la struttura e la funzione propria del giudizio di falso si rivelano in stridente contrasto con la struttura semplificata ad istruzione deformalizzata propria della fase e con le esigenze di tutela interdittale cui essa è orientata (spoliatus ante omnia restituendus). Né può in tal senso rilevare che la querela impinga non un documento prodotto a fini istruttori ma lo stesso ricorso, riguardato – nella tradizionale e ribadita ricostruzione bifasica - come atto idoneo a introdurre non solo la fase sommaria ma anche quella di merito, che deve necessariamente seguire alla prima, senza soluzione di continuità. La rimarcata incompatibilità si appalesa invero indifferente all’oggetto della querela, riguardando piuttosto esclusivamente i metodi di cognizione propri della fase sommaria e, rispettivamente, del giudizio di falso, i provvedimenti cui l’una e l’altro sono destinati a sfociare e, con essi, le esigenze di tutela perseguite. Del resto, nella fase sommaria, ispirata a criteri di informalità e officiosità dell’istruzione e dunque sottratta ai vincoli propri della prova tipica, il giudice non ha bisogno di certezze giudiziali sull’autenticità del documento potendo comunque trarre elementi di valutazione anche da una scrittura disconosciuta (in tal senso v. Cass. 8609/1990 cit.), e al contrario, secondo il suo libero apprezzamento, valutare prevalenti elementi che forniscano verosimiglianza a contestazioni circa l’autenticità di un dato documento, ancorché avente forza di prova legale, negando quella tutela provvisoria sulla base di esso richiesta che ritenga probabilmente destinata a non resistere nella successiva fase di merito (v. in termini, in motivazione, Trib. Firenze, ord. 19 settembre 1985, in Foro it. 1986, I, c. 543, secondo cui “la necessità della querela di falso attiene alla fase probatoria propriamente detta del giudizio di cognizione, ma non anche alla fase di sommaria delibazione del provvedimento di urgenza, cosicché bene [si è ritenuto] di poter valutare, in delibazione sommaria, elementi induttivi contrari [all’atto pubblico]”). Si consideri inoltre che, sia pur sotto altri profili, la giurisprudenza in diversi casi ha già ammesso che a superare la forza dimostrativa legale propria dell’atto pubblico o della scrittura privata riconosciuta o autenticata non sempre sia assolutamente necessaria la querela di falso (v. Cass. 1 settembre 1999, n. 614; Cass. 1 febbraio 1995, n. 1157; Cons. Stato 20 giugno 2001, n. 3292, in caso di documenti aventi eguale forza probatoria ma collidenti; Cass. 19 giugno 1981, n. 4019, in ipotesi di falsità macroscopicamente risultante dalla abrasione visibile nel documento e dalla chiara alterazione della data; Cass. 9 maggio 1981, n. 3068, che ammette la surroga del giudizio incidentale di falso con la dichiarazione confessoria della alterità della sottoscrizione). Resta sempre possibile, s’intende, proporre la querela in via principale, anche durante la pendenza del procedimento sommario (camerale, cautelare o della fase sommaria del procedimento possessorio), ma in tal caso è da escludere – per le ragioni dette – che il procedimento sommario nel quale sia prodotto il documento impugnato di falso debba o possa restare sospeso ex art. 295 c.p.c.. Diversamente opinando sarebbe bell’e trovato uno strumento di micidiale efficacia per paralizzare qualsiasi domanda di tutela d’urgenza, possessoria o cautelare che sia (nel senso almeno di opporvi una non breve procrastinazione): basterebbe impugnare di falso la procura conferita al difensore (della cui rilevanza, anzi necessità, non può sicuramente dubitarsi, nemmeno in sede cautelare o possessoria), al bassissimo costo di una sanzione non superiore al massimo a 20 euro (art. 226 c.p.c.) e con l’unico deterrente di una incriminazione per calunnia ex art. 331, comma 4, c.p.p. (di incerto esito, ove si consideri la difficoltà di provare il requisito psicologico della fattispecie).

6. – Nel giudizio possessorio qui trattato, tuttavia (quello s’intende iscritto al n. 1701/00 R.G.), l’impugnazione di falso non va incontro a detta incompatibilità, collocandosi in un momento successivo alla chiusura, ancorché non formalmente dichiarata, della fase sommaria del procedimento.

Brevemente ripercorrendone le tappe, giova al riguardo evidenziare che: a) proposto ricorso in data 29 agosto 2000 il giudice designato (della sezione feriale), nel concedere la tutela interdittale, con decreto inaudita altera parte, fissò “per la comparizione delle parti” l’udienza del 5 ottobre 2000 con termine fino al 20 settembre 2000 per la notifica alla controparte; b) all’udienza del 5 ottobre 2000 parte ricorrente si limitò a produrre ricorso e decreto notificati e a chiedere la riunione con procedimenti cautelari pendenti avanti altro giudice: il magistrato designato, per profili di mera organizzazione tabellare, dispose la trasmissione del fascicolo al Presidente del Tribunale per la designazione di altro magistrato; c) il giudice successivamente designato fissò quindi per la comparizione delle parti l’udienza del 6 dicembre 2000 (nel frattempo, con ordinanza in data 7 novembre 2000 era intervenuta la revoca, in sede di reclamo, del decreto che aveva concesso, inaudita altera parte, la tutela interdittale, per l’evidente inosservanza del termine perentorio previsto dall’art. 669-sexies, secondo comma, c.p.c.); d) l’udienza del 6 dicembre andò deserta e fu rinviata ai sensi dell’art. 309 c.p.c. a quella del 28 marzo 2001, nella quale si ebbe la costituzione della resistente, le parti formularono preliminari richieste di sospensione e/o di riunione e quindi fu disposto un rinvio per controdeduzioni; e) solo alla successiva udienza del 18 luglio 2001 la resistente propose la detta querela di falso.

Ancorché non manchino indici contrastanti (alle udienze del 28 marzo 2001 e del 18 luglio 2001 la ricorrente ha insistito per l’audizione di informatori; lo stesso istruttore ha fissato, per provvedere sull’ammissibilità della querela di falso, l’udienza feriale del 2 agosto 2001 – con ciò implicitamente postulando che si versasse ancora nella fase sommaria, l’unica per la quale si ritiene infatti non operare la sospensione dei termini per il periodo feriale – e ha poi ritenuto la trattazione del giudizio incidentale preliminare rispetto all’esame nel merito della domanda possessoria “anche ai fini dei chiesti provvedimenti interinali”), una più attenta considerazione del complessivo iter processuale conduce al suespresso convincimento secondo cui, al momento in cui è stata proposta la querela di falso, in realtà il procedimento doveva ormai ritenersi transitato alla sua fase di merito. Appaiono in tal senso indici rilevanti: a) la concessione di tutela interinale con decreto inaudita altera parte e con la fissazione di termini per la successiva instaurazione del contraddittorio talmente distanti da quelli imposti dall’art. 669-sexies, secondo comma, c.p.c. (e senza nemmeno alcuna menzione della pur prevista necessità di una conferma, modifica o revoca), da potersi considerare in realtà provvedimento avente carattere sostanziale di ordinanza sì da giustificarne l’immediato reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. (di fatto proposto e accolto dal collegio); b) l’inerzia o quanto meno il disinteresse dimostrati dalle parti alle udienze immediatamente successive (e per un periodo di quasi un anno) verso la modifica, revoca o conferma del decreto suddetto (solo in seguito spiegabile con l’intervenuta revoca del decreto in sede di reclamo) o comunque rispetto ad una ordinanza successiva che nel contraddittorio pronunciasse nuovamente sulla domanda di tutela interinale: inerzia giunta fino al punto di disertare l’udienza del 6 dicembre 2000, rinviata ai sensi dell’art. 309; c) la richiesta concorde di una trattazione simultanea o, comunque, coordinata con il successivo procedimento possessorio (n. 341/01 R.G.) già sicuramente giunto alla fase di merito. Tale ultimo rilievo predispone peraltro ad una considerazione di carattere sostanziale, ancorché non strettamente vincolante sul piano tecnico-formale: alla considerazione, cioè, dell’assenza di un attuale e apprezzabile interesse ad una ulteriore tutela interinale, essendo questa già stata in concreto ottenuta in attuazione dell’ordinanza resa a conclusione della fase sommaria del secondo procedimento. Tutto dunque - svolgimento formale del procedimento e interesse sostanziale delle parti - spinge ormai a che si giunga ad una pronuncia di merito.

È noto peraltro, per concludere sul punto, che, secondo costante giurisprudenza, le due fasi della tradizionale ricostruzione del procedimento possessorio non devono intendersi contrapposte tra loro e necessariamente segnate da una esplicita cesura, potendosi anche transitare dall’una all’altra senza provvedimenti formali di chiusura della prima fase, ove la condotta processuale delle parti dimostri univocamente, ancorché tacitamente, la volontà di pervenire ad una pronuncia definitiva di merito all’esito di giudizio a cognizione piena. Il che è da ritenersi certamente accada nella specie non solo per le considerazioni già svolte, ma anche (un po’ invertendo i termini della questione inizialmente posta) in ragione della stessa proposizione e ammissione di querela incidentale di falso. Data la sua proposizione a distanza di diverse udienze e di molto tempo dal ricorso introduttivo e considerata la detta sua incompatibilità con un giudizio a cognizione sommaria, essa stessa in definitiva ben può intepretarsi espressione della volontà, almeno della parte che la propone, di pervenire ad una pronuncia definitiva di merito anche sulla controversia possessoria (ancorché debba ammettersi che trattasi di argomento da solo del tutto insufficiente tutte le volte in cui, come nella specie, la querela provenga dalla parte che ha interesse a paralizzare o comunque procrastinare la chiesta tutela possessoria).

7. – Non può ravvisarsi nesso di pregiudizialità tra il presente giudizio di falso civile e il procedimento penale instaurato nei confronti dell’Avv. Caio Sempronio (vds. decreto di citazione a giudizio nei confronti di quest’ultimo emesso in data 15 aprile 2002 dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina). Ancorché siano evidenti le interferenze tra i due giudizi, non si riscontrano nella specie i ristretti requisiti previsti dall’art. 75, 3° comma c.p.p. perché abbia a disporsi la chiesta sospensione del primo in attesa della definizione del secondo. Né è dato ravvisare alcuna esigenza di integrazione o estensione del contraddittorio nei confronti del soggetto che, nel procedimento penale, è indicato come autore del presunto falso. Va al riguardo anzitutto rilevato che, in questa sede civile, l’accertamento richiesto prescinde dalla identificazione di quest’ultimo ed è esclusivamente diretto ad accertare se una data scrittura o atto pubblico (nella specie la procura conferita al difensore ad litem) possa o meno spiegare l’apparente sua forza di prova legale. Giova inoltre precisare che, in caso di accoglimento della querela, con conseguente nullità del ricorso (in quanto imputato alla apparente rappresentata), per costante giurisprudenza, il rapporto processuale, quanto meno ai fini delle spese, dovrebbe comunque considerarsi instaurato (esclusivamente) nei confronti dell’avvocato, effettivo autore e sottoscrittore del ricorso, senza ovviamente alcuna necessità a tal fine di una sua formale vocatio in ius.

8. - Passando dunque al merito della querela, ritiene il collegio che la consulenza espletata offra certi ed utilizzabili elementi di giudizio.

Essa invero si sottrae alle censure di nullità svolte da parte ricorrente, con riferimento: a) alla dedotta mancata comunicazione al P.M., parte necessaria, dell’inizio delle operazioni peritali; b) alla mancata formale chiusura delle operazioni peritali, delle quali il consulente aveva indicato la prosecuzione alla data del 22 aprile 2002 senza che di esse invece, in tale data, risulti poi redatto alcun verbale; c) al compimento delle indagini sulla scorta di fotocopia del documento che ne costituiva oggetto, ancorché l’originale fosse presente nel fascicolo d’ufficio.

8.1. - Sotto il primo aspetto va anzitutto rilevato che la nullità della consulenza discendente dalla violazione del contraddittorio ha carattere relativo e può essere eccepita solo dalla parte interessata (quella cioè non messa in condizioni di partecipare alle operazioni di consulenza) e nella prima udienza successiva al deposito della relazione (v. ex multis Cass. 1 ottobre 1999, n. 10870). Nella specie pertanto unico legittimato a dolersi sarebbe stato il P.M. e non invece la ricorrente, debitamente e tempestivamente avvisata dell’inizio delle operazioni peritali. Inoltre all’udienza successiva al deposito della relazione di consulenza né il P.M. (in quella data non comparso) né alcuna delle parti eccepì tale presunto vizio (la ricorrente chiese bensì il rinnovo della consulenza ma per motivi del tutto diversi).

Più radicalmente ancora, comunque, è da escludere che l’attività del consulente sia incorsa nella dedotta violazione del principio del contraddittorio: a tal fine, infatti, per pacifica giurisprudenza, è sufficiente che il consulente dia avviso a tutte le parti costituite della data e del luogo d’inizio delle operazioni peritali, onere che nel caso risulta adeguatamente adempiuto, in confronto di tutte le parti, anche del P.M. interveniente necessario, con la indicazione di tali dati all’udienza fissata per il giuramento, non importando che in essa non fosse materialmente presente il P.M., ciò inerendo ad una scelta propria della parte pubblica e rilevando soltanto constatare che la stessa fosse, come di fatto era, perfettamente a conoscenza dell’udienza e dunque posta in condizioni di intervenirvi.

Analoghe considerazioni vanno fatte con riferimento all’ulteriore eccezione di violazione del contraddittorio per la mancata partecipazione del P.M. alle udienze successive al deposito della consulenza. In realtà tale eccezione non ha ragion d’essere posto che il P.M. ha avuto tempestiva notizia, sin dal suo instaurarsi, del giudizio di falso e delle udienze in cui si è articolato. È noto peraltro che, per pacifica giurisprudenza, per l'osservanza delle norme che prevedono l'intervento obbligatorio del p.m. nel processo civile è sufficiente che gli atti siano comunicati all'ufficio di tale organo, per consentirgli di intervenire nel giudizio, ma la concreta partecipazione ad esso è rimessa alla sua diligenza e pertanto non è necessario informarlo della data delle singole udienze ovvero degli atti formatisi nel procedimento (v. ex multis Cass. 19 gennaio 2000, n. 571). Il P.M. peraltro ha formulato le sue conclusioni, senza muovere alcun rilievo di sorta al riguardo.

8.2. - Inconducente appare inoltre il secondo rilievo, relativo alla mancata verbalizzazione del prosieguo e della chiusura delle operazioni peritali, ancorché ne fosse stata indicata dal consulente la data. Non risulta invero specificata dalla parte, né altrimenti emerge, quale accertamento tecnico, suscettibile di essere compiuto alla presenza delle parti (e dunque diverso dalla mera attività di studio dei dati raccolti, di valutazione dei risultati e di elaborazione della relazione di consulenza), sia stato successivamente compiuto alle quali le parti non abbiano avuto accesso con violazione del loro diritto di difesa.

8.3. - Quanto infine all’utilizzo, da parte del consulente, di una copia dell’atto oggetto di accertamento anziché dell’originale, va in effetti dato atto che, ancorché nulla attesti in proposito il consulente nella sua relazione, il dubbio appare comunque giustificato da quanto emerge dal verbale, allegato alla relazione di consulenza, d’inizio delle operazioni in data 10 aprile 2002: in esso invero si dà atto del mancato rinvenimento nei fascicoli degli originali e ciò, è da ritenere, per una mera svista – mai tuttavia successivamente emendata – dato che in realtà l’originale del ricorso introduttivo trovasi allegato nel fascicolo d’ufficio del procedimento n. 1701/00 R.G. (ed è sotto gli occhi dei componenti di questo collegio al momento della presente decisione). Né ad assicurare che poi il consulente abbia operato sull’originale vale quanto attestato nel successivo verbale del 19 aprile 2002, circa la comunicazione del consulente di parte secondo cui gli atti oggetto d’indagine si trovano “uno nel fascicolo d’ufficio della dott.ssa Schillaci e l’altro … custodito a cura della Cancelleria del tribunale di Messina”. Tale comunicazione non risolve il dubbio, sia perché non si rinviene comunque alcuna successiva attestazione da parte del consulente tecnico d’ufficio dell’effettivo reperimento degli originali, sia perché è in sé equivoca se non fuorviante dal momento che: a) ad essere custodito in cancelleria è solo l’originale del ricorso introduttivo del proc. n. 341/01 (quello che, per quanto sopra detto, non può ritenersi oggetto di alcuna valida querela di falso); b) l’atto, la cui analisi grafologica invece unicamente interessa in questa sede, trovasi inserito nel fascicolo d’ufficio del proc. n. 1701/00 R.G., che non può identificarsi con quello indicato dal consulente di parte come “della dott.ssa Schillaci” non essendone quest’ultimo magistrato mai stato investito.

E però - premesso che parte ricorrente non contesta la conformità all’originale delle fotocopie presuntivamente utilizzate (per vero copie di rito dell’atto introduttivo allegate ai fascicoli) ma sembra porre la doglianza solo sul piano tecnico della attendibilità della consulenza – è da escludere che tale dubbio (che cioè, ripetesi, il consulente abbia operato su copia dell’atto anziché sull’originale) possa di per sé inficiare la relazione e renderne inutilizzabili i risultati.

Secondo costante indirizzo della Suprema Corte, invero, il deposito dell’originale del documento impugnato non è condizione di ammissibilità della querela di falso e nemmeno, a rigore e per coerente conseguenza, dello svolgimento dei successivi accertamenti tecnici, risolvendosi soltanto in eventuale limite, apprezzabile a posteriori, della materiale eseguibilità e dell’efficacia probatoria degli accertamenti medesimi (v. Cass. 6 febbraio 2002, n. 1591; 18 giugno 1996, n. 5350 in Giust. Civ. 1997, I, p. 164). Nei casi in cui il consulente stesso affermi di poter ugualmente giungere a conclusioni certe, senza margini di dubbio, già sulla base della copia (conforme all’originale) utilizzata, specie allorquando tali conclusioni siano nel senso della falsità del documento, non si vede ragione né logica né tecnica perché abbia a negarsi attendibilità a tale valutazione e se ne debba richiedere una (inutile e dispendiosa) ripetizione sulla base dell’originale. Ciò è quanto esattamente accade nella specie, laddove il consulente, senza nemmeno precisare se ha operato su copia o sull’originale, del quale peraltro - come detto – avrebbe potuto avere facile e immediata disponibilità, non esprime alcun dubbio sull’esito degli accertamenti operati, nemmeno nel senso di prospettare l’utilità di una ulteriore verifica sulla base dell’originale. Egli piuttosto giunge, sulla scorta di valutazioni essenzialmente legate a caratteristiche fisionomiche univocamente ricavabili anche da una copia (ritmica grafica, inclinazione, rapporti grafometrici ed interletterali), alla inequivoca conclusione di “tecnica impossibilità” che la firma in verifica, a nome di X.Y., possa definirsi autografa.

Non si ignora che, con riferimento al procedimento di verificazione di scrittura privata disconosciuta (art. 217 c.p.c.), ossia in ambito argomentativo bensì diverso ma contiguo, trovasi pacificamente affermato in giurisprudenza un principio apparentemente in contrasto, e cioè che all’istanza di verificazione può darsi corso (e la verificazione utilmente essere compiuta) solo se è acquisito al processo l’originale della scrittura medesima. In termini assai più categorici di quanto sopra visto a proposito della querela si rileva, infatti, che “non può che risultare inattendibile un esame grafico condotto su una copia fotostatica, pur se eseguita con i sofisticati macchinari oggi disponibili, essendo questa inidonea a rendere percepibili segni grafici personalizzati (ad esempio, la pressione della penna sulla carta) ed obiettivi (quali il tipo di carta usata, la gradazione di colore e le caratteristiche dell’inchiostro) che solo l’originale del documento, al contrario, può rivelare. Solo se compiuta sul documento originale - in relazione al quale è configurabile l'accertamento dell'autenticità - la verificazione può condurre, in alternativa al riconoscimento, al risultato di attribuire la dichiarazione al suo apparente sottoscrittore: tale attribuzione non potrebbe essere giustificata dalla verificazione operata su una copia, dato che il sistema di fotocopiatura, prestandosi a svariate manipolazioni, non garantisce nemmeno l'unicità dell'atto riprodotto e, quindi, che il sottoscrittore abbia partecipato alla redazione dell'atto” (così ex multis Cass. 18 febbraio 2000, n. 1831; 19 ottobre 1999 n. 11739).

Il contrasto tra i due orientamenti è, però, solo apparente come può comprendersi alla luce del su evidenziato obiettivo dell’indagine di verifica e della peculiare utilità che, rispetto ad esso, solo l’analisi dell’originale può offrire: obiettivo che è esattamente opposto a quello che un’indagine grafologica si propone nel caso di querela di falso. Mentre infatti nel caso del procedimento di verificazione si tratta di attribuire la dichiarazione al suo apparente sottoscrittore, partendosi da una situazione in cui tale attribuzione è esclusa a seguito del tempestivo disconoscimento, nel caso del giudizio di falso si tratta, all’opposto, di smentire detta attribuzione superando la forza dimostrativa legale che di essa discenda dalla natura dell’atto (atto pubblico o scrittura privata riconosciuta). Mentre nella prima direzione (verificazione) l’utilizzo della copia non può mai dare risultati di certezza “dato che il sistema di fotocopiatura, prestandosi a svariate manipolazioni, non garantisce nemmeno l'unicità dell'atto riprodotto e, quindi, che il sottoscrittore abbia partecipato alla redazione dell'atto”, nella direzione opposta (accertamento del falso) quest’ultimo limite sussiste solo se l’accertamento tecnico condotto sulla copia, in ipotesi, non consenta di negare l’attribuzione della firma al suo apparente sottoscrittore, ma non quando esso già lasci emergere, senza margini di dubbio, la falsità dell’atto. Rispetto a tale fine dimostrativo, ove adeguatamente motivato sul piano tecnico grafologico, nessuna utilità aggiuntiva potrebbe apportare l’analisi dell’originale, non essendo logicamente ipotizzabile che lo studio di questo possa condurre a far ritenere autentico quello che l’analisi della copia (conforme all’originale) ha già dimostrato essere falso.

9. – Dati i riferiti esiti della c.t.u. deve pertanto dichiararsi la falsità della procura ad litem apposta a margine del ricorso depositato in data 29 agosto 2000 introduttivo del giudizio possessorio iscritto al n. 1701/00 R.G. A.C.. Ai sensi dell’art. 226, secondo comma, c.p.c., combinato disposto art. 537 c.p.p., ne va ordinata la cancellazione.

10. – Ne discende, ulteriormente, come già anticipato, la nullità del ricorso introduttivo del giudizio possessorio e dunque la definizione, in rito, dello stesso, trattandosi, com’è noto, di nullità non suscettibile di essere sanata dalla successiva costituzione, in difesa del ricorrente di procuratore legalmente esercente, ostandovi la norma di cui all'art. 125, 2° comma, c.p.c., che tale effetto riconosce al rilascio di procura al difensore "purché (avvenga) anteriormente alla costituzione della parte rappresentata", norma pacificamente interpretata nel senso di escludere che la sanatoria possa applicarsi ai procedimenti introdotti con ricorso, in quanto in essi la costituzione della parte rappresentata coincide con il deposito del ricorso (Cass. 4 febbraio 1999, n. 972, in Il fall. 1999, fasc. 12, p. 1337, con riferimento a ricorso per la dichiarazione di fallimento; Cass. 10 maggio 1995, n. 5119, con riferimento a giudizio possessorio; Cass. 16 giugno 1987 n. 5310, con riferimento al processo del lavoro).

Alla stregua di tale costante interpretazione giurisprudenziale non può dunque riconoscersi rilievo alcuno alla pur manifestata volontà della rappresentata di ratificare l’operato del suo sedicente difensore e di valersi della procura apposta in calce all’atto.

11. – A tale volontà può tuttavia assegnarsi indiretto rilievo ai fini del regolamento delle spese processuali, che appare equo invero compensare per intero tra le parti.

Da un lato, infatti, il criterio della soccombenza dovrebbe condurre a porre le spese a carico non della parte nel cui interesse il ricorso è stato presentato ma dell’avvocato che ha agito in forza della falsa procura: per costante indirizzo, infatti, in difetto di valida procura il rapporto processuale può considerarsi instaurato nei confronti dell’avvocato e non anche dei soggetti asseritamente, ma invalidamente, rappresentati (cfr. ex multis Cass. 96/5433 in Foro it. 1996, I, c. 2747; 95/4462 ivi 1995, I, c. 3431). Dall’altro però tale conclusione appare sicuramente eccessiva, una volta che la parte asseritamente rappresentata ha comunque dichiarato di volersi valere della procura, con ciò evidenziando che l’attività, ancorché invalidamente, è stata posta in essere nell’esclusivo suo interesse.

Alla compensazione appare doveroso derogare solo per quanto riguarda le spese e i compensi della consulenza tecnica, da porsi interamente a carico dell’Avv. Caio Sempronio, quale soggetto processualmente soccombente per le ragioni testè dette.

12. - La causa iscritta al n. 341/01 R.G. A.C. – previa separazione dalla precedente, definita con la presente sentenza – andrà, come detto sopra, rimessa in istruttoria, come da separata ordinanza in pari data, per la prosecuzione nel merito del giudizio possessorio.

Il regolamento delle spese di quest’ultimo va ovviamente riservato alla sentenza definitiva.

P.Q.M.

Il Tribunale di Messina, Seconda Sezione Civile, uditi i procuratori delle parti, pronunciando nelle cause riunite iscritte ai nn. 1701/00 e 341/01 R.G. A.C., definitivamente per la prima e non definitivamente per la seconda, entrambe promosse con ricorsi in data 29 agosto 2000 e 22 febbraio 2001, dall’Avv. Caio Sempronio nella asserita qualità di procuratore di X.Y. contro W.Z., così provvede:

1) con riferimento al giudizio iscritto al n. 1701/00 R.G. A.C.:

a. accerta la falsità della procura apposta a margine del ricorso in data 29 agosto 2000;

b. ordina la cancellazione della procura medesima;

c. dichiara la nullità del ricorso introduttivo;

d. pone interamente a carico dell’Avv. Caio Sempronio le spese e i compensi di c.t.u. – separatamente liquidati dall’istruttore – con conseguente obbligo di rimborso di quanto già versato dalla parte anticipataria;

e. compensa per intero tra le parti le altre spese processuali;

2) con riferimento al giudizio iscritto al n. 341/01 R.G. A.C.:

a. dichiara la nullità dell’atto introduttivo della querela di falso relativa al ricorso depositato in data 22 febbraio 2001 e la conseguente inammissibilità della querela con esso proposta;

b. ordina alla Cancelleria di provvedere alla restituzione agli atti del giudizio possessorio, mediante allegazione al fascicolo d’ufficio;

c. dispone, come da separata ordinanza, la prosecuzione del giudizio di merito possessorio, previa separazione dello stesso dalla causa n. 1701/00 R.G. definita con la presente sentenza;

d. riserva alla pronuncia definitiva il regolamento delle spese.

Così deciso in Messina nella camera di consiglio della seconda sezione civile del Tribunale, addì 27 novembre 2002.

IL GIUDICE EST. IL PRESIDENTE

(dr. Emilio Iannello) (dr. Giuseppe Suraci)



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