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TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE


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TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE

Giudice per le indagini Preliminari

Il GUP

all’udienza preliminare del 14/7/2000

ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

Sentenza

nei confronti di ***, libera - presente

IMPUTATA del reato di cui all’art. 4, l. n. 401/89, co. 1°, 3° periodo, perché abusivamente, cioè senza l’autorizzazione di polizia di cui all’art. 88 del TULPS, esercitava l’organizzazione di pubbliche scommesse su competizioni sportive nazionali ed estere; in particolare, l’indagata attivava in via F. Granata 5 di Capua un’agenzia operante nella raccolta delle scommesse con trasmissione dei dati per conto della società inglese "Eurobet Sport".

In Capua fino al 25-2-2000

Conclusioni

P.M.: condanna alla pena di anni uno e mesi sette di reclusione, senza concessione delle attenuanti generiche.

Difensori: assoluzione perché il fatto non sussiste o perché non costituisce reato.

Svolgimento del processo e motivi in fatto e diritto della decisione

Con decreto del 22 maggio 2000, il G.I.P. presso il Tribunale di Santa Maria C.V. fissava per il giorno 14 luglio 2000 l’udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio depositata dal P.M. sede in data 13 aprile 2000.

Tale data veniva stabilita dietro richiesta di anticipazione dell’udienza del 10 novembre 2000, già in precedenza fissata dal G.I.P., e depositata dall’imputata *** in data 18 maggio 2000. All’udienza preliminare del 14 luglio 2000, l’imputata chiedeva procedersi secondo le norme del rito abbreviato ed il G.U.P. disponeva in tal senso.

Il P.M. rassegava le proprie conclusioni come da verbale ed in epigrafe riportato.

La difesa, dopo ampia discussione, depositava memoria con allegati e rassegnava le proprie conclusione come da verbale ed in epigrafe riportato.

All’esito della deliberazione in camera di consiglio la presente decisione veniva resa pubblica mediante lettura del dispositivo in udienza.

Ritiene il G.U.P. che l’imputata *** vada assolta dal reato ascrittole e compiutamente riportato in epigrafe perché il fatto non sussiste.

Ai fini di una migliore e più chiara comprensione della seguente motivazione giova premettere che la contestazione in oggetto trae origine dal verbale di sequestro operato dalla Guardia di Finanza in Capua sia alla via *** presso il locale dell’imputata recante l’insegna "INTERNET POINT – Centro servizi" sia alla via *** presso l’abitazione della ***.

Veniva contestato alla stessa di svolgere attività di bookmaker illecitamente perché sprovvista dell’autorizzazione prevista dall’art. 4 della Legge 13.12.1989 n. 401, della licenza di P.S. così come previsto dall’art. 88 del T.U.L.P.S. e della autorizzazione comunale (cfr. verbale di sequestro e comunicazione di notizia di reato rispettivamente del 25 e 26 febbario 2000 versati in atti).

All’interno dei locali del suddetto Internet Point venivano rinvenute poi alcune persone intestatarie di tesserini Eurobet, noto bookmaker inglese.

Dagli atti dell’indagine si desumeva, in particolare, che presso il centro servizi in oggetto si concretizzava l’attività di raccolta di scommesse in danaro su partite di calcio ed altri eventi sportivi per i quali il bookmaker inglese Eurobet fornisce sistematicamente le quote di previsione. Il tutto a mezzo del collegamento al sito internet dell’allibratore britannico Eurobet il cui URL è il seguente: www.eurobet.com

Ciò era reso possibile, secondo l’accusa, dalla messa a disposizione di computers, collegati alla Rete Internet, da parte dell’odierna imputata rinvenuti nei locali di cui sopra e grazie alla vendita di tessere prepagate da parte della stessa.

In particolare gli Agenti della Guardia di Finanza hanno constatato che al piano terra del locale vi erano due computers messi a disposizione del pubblico mediante i quali era possibile la connessione alla Rete, anche chiedendo istruzioni a persone appositamente addette e pure rinvenute nei luoghi dell’indagine.

Ritiene questo Giudice che tale condotta non integra gli estremi del reato ascritto alla odierna imputata e descritto dall’art. 4, comma I, III parte, della Legge 401 del 1989 secondo cui "Chiunque abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno e con l’ammenda non inferiore a lire un milione".

Ed infatti, la stessa non è certamente configurabile in termini di organizzazione di pubbliche scommesse. Essa, invece, si sostanzia in una prestazione di servizio a favore di scommettitori che spontaneamente si recano all’Internet Point al solo ed esclusivo fine di essere messi in contatto telematico (mediante cioè computer collegato alla Rete internet) con il bookmaker Eurobet, con sede in Inghilterra da dove svolge la sua attività di allibratore, regolarmente autorizzata, nel rispetto delle norme del Regno Unito.

Da quanto sopra detto si ricava, dunque, che solo con quest’ultimo gli scommettitori, in tempo reale, concordano contenuto e modalità della giocata, in quanto la predeterminazione degli eventi sportivi sui quali scommettere, la scelta delle quote (che vengono rese note per mezzo del sito di cui sopra), l’entità minima e massima delle giocate, l’incasso delle stesse, il pagamento delle vincite sono di competenza esclusiva dell’allibratore inglese, che è l’unico tenitor di banco e gestore delle scommesse.

Non può intravedersi una attività di organizzazione di pubbliche scommesse, né una frazione di essa (secondo quanto dispone l’art. 6 del c.p.), nell’ipotesi in cui il collegamento telematico è consentito da chi, titolare di un internet point, rende possibile materialmente e tecnicamente l’accesso alla Rete e che non è certamente tenuto a verificare il "percorso telematico" dai suoi clienti seguito.

La condotta in concreto realizzata, in altre parole, si caratterizza per il fatto che l’imputata poneva in essere una attività del tutto diversa dalla organizzazione di pubbliche scommesse la sola presa in considerazione dall’art. 4, comma I, parte III, Legge 401 del 1989, per cui non può ritenersi applicabile la legge italiana secondo quanto disposto dall’art. 6 c.p. nella parte in cui prevede che "il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione … che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte…".

Il concetto di organizzazione presuppone una partecipazione attiva nella predisposizione dei mezzi necessari alla commissione di un dato reato e, con particolare riferimento all’attività dell’organizzare pubbliche scommesse, tale non può essere considerata quella dell’odierna imputata che, fornendo la possibilità del collegamento per via telematica al sito dell’allibratore inglese, si è limitata a porre in essere una attività solo agevolatrice del rapporto tra lo scommettitore italiano ed il bookmaker inglese. Null’altro. Tale condotta è del tutto atipica rispetto a quella presa in considerazione, e sanzionata penalmente, dal Legislatore del 1989 né sussiste in questo caso un concorso di persone nel reato che rende operativo il meccanismo moltiplicatore di cui all’art. 110 c.p.

Del resto la costante interpretazione dell’art. 6 c.p. è nel senso che la parte o frazione di azione compiuta nel territorio dello Stato deve rappresentare un anello essenziale della condotta corrispondente al modello astratto di reato.

Ed in effetti l’esistenza di questa condotta agevolatrice non può certamente far pensare ad una partecipazione attiva nell’organizzazione delle pubbliche scommesse perché il "risultato" della stessa è limitato esclusivamente al guadagno, da parte del gestore dell’Internet Point, sulle somme spese dagli scommettitori per la connessione consentita (di regola per ore o frazioni di esse) e da una percentuale, versata dalla Eurobet, sulla somma puntata tramite i computers di proprietà dell’odierna imputata e contrassegnati, per la contabilizzazione della stessa, per mezzo di appositi IP.

Come già precisato, infatti, questa attività di semplice intermediazione agevolatrice risulta essere priva di alcun rischio economico da parte della *** in quanto unico responsabile e gestore effettivo delle scommesse è il bookmaker britannico.

Una volta delineati gli estremi della condotta in concreto posta in essere dalla XXX è opportuno ricordare che più volte la giurisprudenza si è pronunziata in merito all’ipotesi contravvenzionale sopra descritta.

Non vi è una univoca interpretazione da parte dei Giudici ed in particolare va sottolineato come una parte della giurisprudenza sia di merito che di legittimità (per tutte Tribunale di Santa Maria C.V., sezione II Penale, sentenza del 23.5.2000 e Cassazione, Sezione III Penale, sentenza del 24.6.1997) ha precisato che "nel concetto di organizzazione delle pubbliche scommesse non rientra solo l’attività consistente nella scelta degli eventi sportivi sui quali scommettere, la predeterminazione delle quote con l’indicazione delle entità minime e massime di giocata, l’incasso delle somme scommesse o la corresponsione delle somme vinte – operazioni queste svolte dall’allibratore straniero -, ma anche l’attività di raccolta di scommesse, effettuata attraverso una organizzazione di uomini e mezzi mediante i quali vengono recepite e pubblicizzate in Italia le quotazioni degli allibratori stranieri, vengono effettuate giocate e trasmesse all’estero, può definirsi come attività di organizzazione di pubbliche scommesse e quindi necessita della relativa autorizzazione di cui all’art. 88 del TULPS". Con la conseguenza che "nella fattispecie concreta il principio dell’ubiquità di cui all’art. 6 c.p. comporta che quando nel territorio italiano si effettui anche solo parte dell’organizzazione di pubbliche scommesse questa parte è soggetta alla legislazione nazionale, sebbene il resto dell’organizzazione faccia capo a società straniere e sebbene i giochi e le competizioni oggetto delle scommesse si svolgano all’estero".

A ben vedere però l’ipotesi sopra descritta come organizzazione di pubbliche scommesse mal si concilia con la condotta in concreto posta in essere dall’imputata ***.

E’ vero, infatti, che, come più volte sopra chiarito, la stessa consente il collegamento al sito dell’allibratore britannico Eurobet ma non è certamente possibile ritenere che questa attività debba essere intesa come diretta alla raccolta di scommesse, oppure come di pubblicizzazione in Italia delle quotazioni degli allibratori stranieri, ovvero di effettuazione e trasmissione di giocate all’estero.

Il contatto è diretto. Lo scommettitore collegandosi al sito della Eurobet può direttamente leggere le quote, può decidere di scommettere seguendo le modalità in esso indicate. Il tutto è reso possibile per il fatto che lo scommettitore è titolare di un conto corrente dal quale effettua il prelievo per la giocata e nel quale viene effettuato il versamento della somma vinta.

L’interesse del gestore dell’Internet Point è allora duplice. Da una parte è diretto al guadagno sulla somma spesa dagli scommettitori per l’accesso alla Rete e dall’altra al guadagno sulla percentuale delle giocate avvenuta tramite i computer da lui messi a disposizione degli scommettitori stessi, in virtù di un rapporto contrattuale che certamente non dimsotra, per le cose dette, l’esistenza di una partecipazione alla organizzazione per l’esercizio delle scommesse posta in essere in Italia e come tale punibile secondo le leggi dello Stato Italiano.

Questo è ancora più evidente se si considera che chiunque con un proprio personal computer può effettuare le operazioni suddette, con la conseguenza che la differenza tra l’ipotesi appena detta e quella oggetto della contestazione sarebbe data solo dalla necessità per lo scommettitore, non dotato presumibilmente di un personale computer nella propria abitazione, di recarsi presso l’internet point per poter poi scommettere.

Il gestore dell’internet point, cioè, consente allo scommettitore la stipulazione a distanza (ed in particolare per mezzo di Internet) di un contratto di scommessa, disciplinato, senza alcun genere di limitazione, dalla recente normativa contenuta nel D.Lgs. 22 maggio 1999 n. 185 recante norme di attuazione della direttiva 97-7-CE relativa alla protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza.

Secondo la ricostruzione della Pubblica Accusa la XXX esercitava l’organizzazione di pubbliche scommesse abusivamente, ritenendosi che la stessa dovesse essere dotata della licenza di PS di cui all’art. 88, comma I, del TULPS secondo cui "non può essere conceduto licenza per l’esercizio di scommesse, fatta eccezione per le scommesse nelle corse, nelle regate, nei giuochi di palla o pallone e in altre simili gare, quando l’esercizio delle scommesse costituisce una condizione necessaria per l’utile svolgimento della gara".

Il richiamo all’art. 88, comma I, TULPS è inconferente e non solo perché ritiene questo Giudice di non poter configurare nel caso di specie l’ipotesi contravvenzionale di cui all’art. 4, comma I, 3^ parte, della Legge 401 del 1989.

Tale norma, che giova ricordarlo risale al 1931, trova la sua ratio nell’esigenza diretta a verificare, a mezzo del rilascio della licenza per l’esercizio delle scommesse, che la raccolta di pubbliche scommesse costituisca una condizione necessaria per l’utile svolgimento della gara o meglio per consentire lo svolgimento della stessa.

E se si pensa agli eventi sportivi internazionali, non sottoposti alla gestione del CONI o dell’UNIRE, la suddetta in conferenza appare ancor più evidente perché, come detto, il richiamo all’art. 88 del TULPS presuppone un sistema che collega, da una parte, l’esercizio e la raccolta di pubbliche scommesse e dall’altra un utile svolgimento della gara e più in generale dell’evento sportivo.

Ma pur a voler riconoscere all’art. 88 citato, conformemente alla interpretazione della maggior parte della giurisprudenza, la portata di norma generale contenete il divieto di organizzazione ed esercizio di pubbliche scommesse, non bisogna dimenticare che la stessa, ai fini della configurazione della contravvenzione in oggetto, deve necessariamente essere coordinata con le disposizioni contenute nell’articolo 4, comma I, della Legge 401 del 1989.

All’uopo giova ricordare che tale ultima disposizione fu introdotta per contrastare il fenomeno del c.d. toto nero, caratterizzato dal fatto che clandestinamente si organizzavano scommesse e che tale attività finiva per ostacolare il corretto svolgimento delle competizioni sportive prese in considerazione dagli abusivi tenitori di banco.

Da queste considerazioni emerge dunque che il combinato disposto delle sopra citate norme può essere riferito soltanto ad ipotesi di giochi abusivi, assolutamente sprovvisti di autorizzazione e non anche alle attività di scommesse estere, regolarmente autorizzate in altri Stati membri, in base alla legislazione ivi vigente.

Si tratta adesso di verificare se vietare l’ingresso nel territorio dello Stato degli scommettitori autorizzati in Stati membri si pone in contrasto con le norme del Trattato CEE ed in particolare con le disposizioni che sanciscono il principio fondamentale della libera circolazione dei servizi di cui agli artt. 59 e ss.

E’ noto che la libera circolazione dei servizi è di regola consentita all’interno degli Stati membri e che tale principio può essere limitato unicamente da normative giustificate dall’interesse generale (qual è certamente quello dell’ordine pubblico che viene perseguito controllando l’attività di booking), che si applicano ad ogni persona o impresa che eserciti una attività sul territorio dello Stato destinatario, e sempre che tali normative sono direttamente necessarie per il raggiungimento dello scopo perseguito (cioè dell’interesse generale) e a condizione che lo stesso risultato non possa essere ottenuto mediante regole meno restrittive (c.d. principio di proporzionalità).

Da quanto appena detto si ricava che il tipo di attività posta in essere dal gestore dell’internet point non è tale da legittimare, seppure indirettamente, restrizioni al diritto di stabilimento ed allo svolgimento dell’attività transfrontaliera, pur previste e consentite dall’art. 66 del suddetto Trattato avuto riguardo proprio ad esigenze di ordine pubblico, in quanto lo stesso si limita a fornire un servizio di mera intermediazione o puramente passivo che non interferisce su aspetti gestionali e decisionali della lecita attività del bookmaker inglese il quale, con l’osservanza delle norme dettate dallo Stato membro in cui ha sede, viene sottoposto ad un controllo affidabile che obbliga lo Stato di destinazione al suo riconoscimento (c.d. principio del mutuo riconoscimento).

Del resto l’applicazione di norme restrittive per soggetti provenienti da Stati membri finisce per essere discriminatoria anche alla luce della recente evoluzione della legislazione italiana in materia di attività di scommesse.

Sinteticamente si può ricordare che gli interventi normativi degli ultimi anni sono nel senso di un aumento delle opportunità di gioco da parte degli scommettitori italiani, circostanza questa che mal si concilia con la restrizione al diritto di stabilimento da parte di bookmakers stranieri che sarebbe stata invece certamente più coerente con una politica legislativa diretta al perseguimento di una riduzione nel territorio italiano delle opportunità di gioco.

Non consentire tale attività per mezzo di norme restrittive, o interpretare la normativa italiana nel senso di porre limitazioni al diritto di stabilimento ed all’esercizio di attività transfrontaliera da parte di soggetti provenienti ed operanti in altri Stati membri significherebbe allora porsi in contrasto con le disposizione del Trattato CEE.

La particolare complessità della materia giustifica la fissazione in giorni settanta del termine per il deposito della sentenza.

P.Q.M.

Letto l’art. 530 c.p.p. assolve *** del reato ascrittole perché il fatto non sussiste.

Letto l’art. 544, comma III, c.p.p. fissa in giorni settanta il termine per il deposito della sentenza.

Santa Maria C.V., 14 luglio 2000

Il Giudice

dott. Antonio Pepe



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