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Cassazione n. 40799 del 19 ottobre 2004


Penale · mafia · Falcone

Fonte: Giustizia.it

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UTF-8Sezione Seconda Penale – Presidente F. Morelli – Relatore A. Esposito

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il presente procedimento trae origine dalle vicende verificatesi il 21 giugno del 1989 nei pressi della località palermitana denominata “Addaura” ed esattamente sulla scogliera antistante una villa, dove soggiornava il Giudice Istruttore Dott. Giovanni FALCONE, sul lungomare Cristoforo Colombo n. 2731.

Alle ore 7.30 antimeridiane, gli agenti di polizia addetti alla protezione personale del magistrato, Lo Re, Di Maria, Lo Piccolo e Lindiri, rinvenivano, nel corso di una ricognizione di quella parte della villa che presentava un diretto sbocco sul mare, attraverso un passaggio che terminava in una piattaforma in cemento ove si giungeva tramite una rampa di sei gradini accanto ad uno scoglio, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera tipo “Solana” ed una borsa sportiva blu con la scritta Veleria San Giorgio contenente una cassetta metallica.

All'interno della cassetta si trovava un congegno la cui elevata potenzialità distruttiva veniva immediatamente percepita e che, in seguito ad analisi degli artificieri, risultava essere composto da 58 candelotti di esplosivo per uso civile del tipo “BRIXIA 85”, per un peso complessivo di circa 8 kg. prodotto da una società bresciana, innescati con due detonatori elettrici collegati ad un congegno elettromeccanico comandato da una apparecchiatura radio-ricevente.

Venivano immediatamente coinvolti gli esperti artificieri dei Carabinieri, in particolare il Brigadiere TUMINO - giunto sul luogo intorno alle 11.30, alcune ore dopo l'originario richiesto intervento - per impedire lo scoppio della carica radiocomandata, provvedeva a separare la sostanza esplosiva dall'innesco, mediante esplosione controllata, non prima di avere esaminato l'ordigno ed avere fatto sgombrare l'area, temendo che un intervento immediato potesse farlo deflagrare, per la possibile presenza di congegni antirimozione o a tempo.

L'intervento dell'artificiere, pur rendendo inoffensivo il congegno, danneggiava fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva - una ricevente radio FM, marca “EXPERT SERIES SANWA” operante sulla frequenza VHF di 35 Megahertz costringendo gli inquirenti ad una delicata e laboriosa opera di rastrellamento, estesa anche allo specchio di mare antistante la piattaforma, tramite l'impiego di unità subacquee, allo scopo di ricercare tutti i frammenti che componevano l'ordigno esplosivo. La collocazione del congegno induceva subito a ritenere che l'organizzazione mafiosa denominata “Cosa Nostra” avesse voluto realizzare un attentato nei confronti del predetto magistrato, da tempo impegnato in prima linea in numerosi processi, proprio contro la criminalità organizzata, quale componente dello specifico settore antimafia costituito presso l'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo dal consigliere Rocco Chinnici, già vittima, nel 1983, del drammatico attentato di via Federico Pipitone.

Il giorno dell'attentato, si sarebbero dovuti trovare, peraltro, presso la villa del Dott. FALCONE, ove egli si recava saltuariamente, due magistrati elvetici, il Pubblico Ministero Carla DEL PONTE ed il giudice istruttore Carlo LEHMANN, della giurisdizione sottocenerina, entrambi da pochi giorni a Palermo per completare un'attività giudiziaria, in sede di commissione di rogatoria internazionale, consistente nell'esame di diversi soggetti, tra cui esponenti di spicco della criminalità mafiosa palermitana, per un'indagine collegata ai reati di criminalità organizzata di cui si occupava il Dott. FALCONE nell'ambito della propria competenza territoriale.

Gli elementi emersi nella prima fase delle indagini venivano dunque ritenuti dagli inquirenti sufficienti per individuare la vittima designata e per inquadrare genericamente il fatto nelle dinamiche dell'associazione mafiosa “Cosa Nostra” operante in varie province siciliane, ma non idonei ad identificare autori e mandanti dell'attentato, nè a comprendere il reale significato di detta azione ed il suo collegamento con altri episodi verificatisi nel periodo precedente e successivo.

Di conseguenza l'attentato rimaneva, quindi, per lungo tempo, avvolto nel mistero più fitto.

Peraltro, solo in una seconda fase ed a vari anni di distanza, le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, tra cui innanzitutto Giovambattista Ferrante e Francesco Onorato, portavano ad individuare in concreto, Biondino Salvatore, Madonia Antonino, Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo come autori materiali dell'attentato e Riina Salvatore come mandante dell'azione delittuosa, oltre ad altri soggetti non completamente identificati.

L'inizio della collaborazione di Giovambattista Ferrante, uomo d'onore di San Lorenzo, collocabile nel luglio 1996, dava, infatti, nuovo impulso alle indagini fornendo notizie concrete e precise circa le modalità di riferimento dell'esplosivo utilizzato per l'attentato, che egli stesso aveva fornito al Madonia Antonino tramite Biondino Salvatore. Poco dopo, nel successivo mese di settembre, Francesco Onorato, già reggente (ovvero responsabile in assenza del titolare designato) della famiglia mafiosa di Partanna Mondello, forniva il proprio apporto collaborativo - ritenuto decisivo dai Giudici di merito - confessando il proprio diretto coinvolgimento nella fase esecutiva dell'attentato, concretizzatosi essenzialmente in pattugliamenti e appostamenti sul luogo del delitto, e raccontando in particolare di una riunione operativa, svoltasi per organizzare l'azione criminosa, presso l'abitazione palermitana di Mariano Tullio Troia, alla quale avevano partecipato, oltre ad esso Onorato, (rimasto in disparte), Antonino Madonia, Salvatore Biondino e Vincenzo Galatolo.

Sulla base di tali dichiarazioni Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Angelo Galatolo e Francesco Onorato venivano tratti a giudizio della Corte di Assise di Caltanisetta per rispondere dei seguenti delitti:

del rato di cui agli artt. 61 n 10, 81 cpv., 110, 112 n 1 e 2, 422 c.p., per aver, in concorso con altre persone, non tutte allo stato identificate, in numero superiore a cinque;

Salvatore RIINA, in qualità di mandante, in ragione della carica ricoperta all'interno del sodalizio criminale denominato “Cosa Nostra” (rappresentante della “commissione provinciale” di Palermo, in seno alla “commissione interprovinciale” o “regionale”, e capo mandamento di Corleone) e di esecutore materiale;

Salvatore BIONDINO (sostituto del capo mandamento di San Lorenzo detenuto, Giacomo Giuseppe Gambino);

Antonino MADONIA (uomo d'onore della famiglia di Resuttana e figlio del capo dell'omonimo mandamento, Francesco);

Vincenzo GALATOLO (rappresentante della famiglia dell'Acquasanta, rientrante nel mandamento di Resuttana);

Angelo GALATOLO (figlio di Giuseppe e nipote di Vincenzo Galatolo, uomo d'onore della famiglia dell'Acquasanta);

Francesco ONORATO (uomo d'onore della famiglia di San Lorenzo);

in qualità di esecutori materiali

al fine di uccidere il Dr. G. Falcone, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità: progetto di eliminazione che prendeva concretezza nel giugno del 1989, con l'attività ideativo - deliberativa, preparativa ed esecutiva di seguito enucleata:

in particolare:

Salvatore RIINA deliberava, in uno ad altri soggetti, allo stato non ancora individuati, l'eliminazione fisica del Dr. Giovanni FALCONE - per essere stato quest'ultimo il magistrato che aveva, con la sua lunga attività giudiziaria, presso il Tribunale di Palermo, posto in concreto pericolo la stessa sopravvivenza dell'organizzazione - nonchè della dottoressa Carla DEL PONTE, all'epoca Sostituto Procuratore Pubblico di Lugano, e del Giudice Istruttore Claudio LEHMANN, anche in considerazione delle Indagini che stavano conducendo in collegamento con il predetto Dott. FALCONE, e forniva a Salvatore BIONDINO l'autorizzazione a consegnare ad Antonino MADONIA l'esplosivo da impiegare nell'attentato;

Salvatore BIONDINO partecipava ad una riunione preparatoria dell'attentato, svoltasi presso l'abitazione di Mariano Tullio TROIA, provvedeva all'organizzazione e all'effettuazione di sopralluoghi nella zona interessata dall'attentato, nonchè alla fornitura dell'esplosivo (costituito da 58 cartucce, di pulvirulento nitroglicerinato Brixia - B5), dopo averlo prelevato, in uno a Giovan Battista FERRANTE, dal deposito di contrada Malatacca ove era conservato, mediante consegna, previa autorizzazione del RIINA, ad Antonino MADONIA, ed all'individuazione di un sito idoneo per la collocazione degli attentatori preposti ad azionare il telecomando;

Antonino MADONIA e Vincenzo GALATOLO partecipavano ad una riunione preparatoria dell'attentato svoltasi presso l'abitazione di Mariano Tullio TROIA, contribuivano (ed in particolare, il primo anche a livello organizzativo) all'effettuazione di sopralluoghi preliminari di controllo nella zona teatro dell'attentato e alla collocazione dell'ordigno precedentemente predisposto, sulla piattaforma antistante la residenza estiva del Dott. FALCONE;

Angelo GALATOLO, provvedeva o, comunque, contribuiva a collocare l'ordigno esplosivo sulla piattaforma antistante la villa presa il locazione dal Dott. FALCONE;

Francesco ONORATO, partecipava ad una riunione preparatoria dell'attentato, svoltasi presso l'abitazione di Mariano Tullio TROIA, e contribuiva, su specifico incarico di Salvatore BIONDINO, all'effettuazione dei sopralluoghi preliminari di controllo, onde verificare tra l'altro, presenze di appartenenti alle Forze dell'Ordine e di venditori di contrabbando nella zona teatro dell'attentato.

Con le aggravanti di aver commesso il fatto in danno di pubblico ufficiale a causa dell'adempimento delle funzioni e del servizio.

In Palermo, località Addaura, nel corso del mese di giugno del 1989.

I suddetti imputati, unitamente a Giovan Battista Ferrante, venivano chiamati a rispondere anche dei seguenti ulteriori delitti:

del reato di cui agli artt. 61 nr. 2, 110 e 112 nr. 1 c.p., 2, in relazione all'art. 1 della L. 02.10.67, nr. 895, come sostituiti, rispettivamente, dagli arti. 10 e 9 della L. 14 ottobre 1974, nr. 497, per aver, in concorso con altri soggetti non ancora tutti identificati, illegalmente detenuto n.ro 58 cartucce di esplosivo pulverulento nitroglicerinato, del tipo Brixia - B5, ciascuna di lunghezza pari a 250 mm, di peso di 135 grammi, per un totale di circa Kg. 8, nonchè (i primi cinque) il congegno micidiale utilizzato per perpetrare il delitto sub a) descritto; cartucce estratte da una più consistente partita di esplosivo acquisita nel trapanese dallo stesso FERRANTE e da altri uomini d'onore, nel corso del 1985 e conservata, dapprima, presso il deposito di “case Ferreri” e, successivamente, presso quella di “contrada Malatacca”, entrambi nella disponibilità della “famiglia” di San Lorenzo.

Con l'aggravante di aver commesso il fatto con il concorso di più di cinque persone.

Con l'aggravante per RIINA, BIONDINO, MADONIA, Vincenzo e Angelo GALATOLO e ONORATO, di aver commesso il reato per eseguire la strage di cui al precedente capo a).

del reato di cui agli artt. 61 nr. 2, 110 c.p., 1 e 4, primo e secondo comma, L. 02.10.67 nr. 895, come sostituiti, rispettivamente, dagli artt. 12 e 9 della L. 14 ottobre 1974, nr. 497, poichè, in concorso con altri soggetti non ancora tutti identificati, portavano illegalmente in luogo pubblico il materiale esplosivo e il congegno micidiale di cui al precedente capo di imputazione, utilizzati per il delitto di strage, meglio specificato al predetto capo a).

Con le aggravanti di avere commesso il fatto in più di cinque persone e in luogo pubblico in cui era concorso e adunanza di persone.

Con l'aggravante per RIINA, BIONDINO, MADONIA, Vincenzo e Angelo GALATOLO e ONORATO, di aver commesso il reato per eseguire la strage di cui al precedente capo a).

In Palermo, nel corso del mese di giugno 1989 e in epoca precedente.

Procedutosi al dibattimento, Onorato Francesco e Ferrante Giovan Battista, ribadivano le precedenti dichiarazioni ed esse, tra loro “in toto” convergenti, venivano ritenute dalla Corte di Assise di Caltanisetta la fonte di prova primaria - avendo i collaboranti parlato della rispettiva partecipazione alla preparazione ed alla materiale esecuzione del crimine - unitamente a quelle successivamente rese da Giovanni Brusca, considerate anch'esse fondamentali, per il ruolo di vertice rivestito in “Cosa nostra”;.

La Corte compiva dunque un approfondito iter attraverso le singole dichiarazioni dei collaboranti esaminati, giungendo, con sentenza del 27/10/2000, alle seguenti conclusioni:

dichiarava Riina Salvatore, Biondino Salvatore, Madonia Antonino, Onorato Francesco e Ferrante Giovanbattista colpevoli dei reati loro rispettivamente ascritti, unificati per continuazione i reati ascritti al Ferrante sotto il più grave delitto di cui al capo C) e quelli ascritti agli altri imputati sotto il più grave delitto di cui al capo A), e, concessa in favore di Onorato Francesco e Ferrante Giovan Battista l'attenuante di cui all'articolo 8 D.L. 13 maggio ‘91 n. 152, ritenuta prevalente sulle aggravanti contestate, condannava Riina Salvatore, Biondino Salvatore e Madonia Antonino alla pena di anni 26 di reclusione ciascuno, Onorato Francesco alla pena di anni 10 di reclusione e Ferrante Giovan Battista alla pena di anni 3 di reclusione e lire 1.200.000 di multa;

assolveva Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo dei reati loro ascritti per non aver commesso il fatto ai sensi dell'art. 530 2° com. c.p.p..

Con sentenza emessa l'8/03/2003, la Corte di Assise di Appello di Caltanisetta - pronunciando sull'appello proposto avverso la sentenza della Corte di Assise di Caltanissetta emessa il 27.10.2000, (depositata il 23.1.2001), proposto dai difensori degli imputati Riina Salvatore, Madonia Antonino, Ferrante Giovambattista ed Onorato Francesco, dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanisetta nei confronti di Riina Salvatore, Madonia Antonino, Biondino Salvatore, Galatolo Angelo e Galatolo Vincenzo, e dall'avv. Francesco Crescimanno del Foro di Palermo quale procuratore speciale e difensore delle parti civili costituite Maria Falcone Di Fresco, Anna Falcone Cambiano, Carla Del Ponte - così provvedeva:

Visto l'art. 591 comma 1 lett. d) c.p.p, dichiarava inammissibile l'impugnazione proposta dal PG nei confronti di Biondino Salvatore, per intervenuta rinuncia, ed ordinava l'esecuzione della sentenza impugnata.

Visti gli artt. 605 e 592 c.p.p., in parziale riforma della suddetta sentenza, riduceva la pena inflitta in primo grado agli appellanti Ferrante Giovambattista ed Onorato Francesco, determinandola per il primo nella misura unica finale di anni due e mesi otto di reclusione ed euro 600,00 di multa e, per il secondo, in quella di anni nove e mesi quattro di reclusione.

Confermava l'impugnata sentenza nei confronti di Riina Salvatore e Madonia Antonino.

Confermava l'impugnata sentenza nei confronti di Galatolo Angelo e Galatolo Vincenzo.

Avverso tale decisione hanno proposto ricorso innanzi a questa Suprema Corte di Cassazione Biondino Salvatore, Riina Salvatore, Onorato Francesco, Madonia Antonino, nonchè, limitatamente alla assoluzione di Galateo Vincenzo e Galatolo Angelo, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanisetta.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso di Biondino Salvatore.

Va preliminarmente dichiarata l'inammissibilità del ricorso del Biondino nei confronti del quale, per non aver egli proposto appello, è stata ordinata l'esecuzione della sentenza di I grado. In maniera, quindi, del tutto irrituale ed incomprensibile, costui ha proposto ricorso per Cassazione avverso la decisione emessa nel giudizio di appello al quale egli non aveva partecipato sia per non aver impugnato la sentenza di I grado sia per l'intervenuta rinuncia dell'appello proposto nei suoi confronti dal P.G.

Il ricorso di Riina Salvatore Va ancora dichiarata l'inammissibilità del ricorso proposto da Riina Salvatore per assoluta genericità dei motivi limitandosi il ricorrente a dedurre genericamente, senza la indicazione, a sostegno dell'impugnazione, di supporti specifici e fattuali, la insussistenza di qualsiasi prova sull'apporto causale all'evento da parte di esso Riina.

Si è in presenza, quindi, di una vaga, inconsistente - (oltre che del tutto infondata per quanto si dirà in seguito) - doglianza che determina la inammissibilità del ricorso.

Il ricorso di Onorato Francesco

Onorato Francesco ricorre per Cassazione avverso la sentenza in questione deducendo la mancanza e/o la manifesta illogicità della motivazione in ordine al diniego della concessione delle attenuanti generiche pur avendo la Corte di merito dato atto della repisiscenza dell'imputato che “non aveva taciuto nulla sul proprio coinvolgimento nell'azione criminosa e non aveva manifestato timore o reticenza nell'autoaccusarsi anche di gravissimi delitti”.

Chiede, pertanto, il ricorrente l'annullamento della impugnata sentenza.

Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi.

Invero, la Corte di Assise di Appello - dopo aver dato atto della collaborazione dell'Onorato - (la quale gli aveva consentito di ottenere il beneficio previsto dall'art. 8 D.L. 152/91 conv. in L. 203/91) - ha correttamente spiegato come la concessione delle attenuanti generiche presupponga un “quid pluris “ rispetto al dato oggettivo della collaborazione, (già adeguatamente considerata con la concessione della suddetta diminuente), “quid pluris” del tutto inesistente rispetto, peraltro, alla eccezionale gravita del reato, sì che giustamente il Giudice di appello ha condiviso l'orientamento dei primi Giudici che, con adeguate argomentazioni, avevano negato all'imputato le attenuanti di cui all'art. 62 bis c.p..

Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.

Il ricorso di Madonia Antonino

Passando ad esaminare il ricorso di Madonia Antonino, si osserva che costui ha mosso alla sentenza impugnata le seguenti censure:

Si contesta, innanzitutto, la ritenuta pericolosità dell'ordigno, (e la sua idoneità a provocare una strage), che aveva, in concreto, invece, il solo scopo di intimidire il Dr. Giovanni Falcone e si contesta che l'ordigno fosse stato ritenuto, in concreto, idoneo ad assicurare l'attivazione dei detonatori e, dunque, l'esplosione dei candelotti.

1. Si deduce che in concreto non erano state chiarite:

le modalità di funzionamento del radiocomando;

l'effettivo raggio di azione del radiocomando;

la concreta collocazione del soggetto che materialmente avrebbe dovuto azionare il congegno a distanza.

2. Si deduce che agli atti vi era una serie di dichiarazioni dalle quali emergeva, in maniera convincente, un elemento di prova molto forte sulla inesistente pericolosità dell'ordigno avente, in sostanza, il solo obiettivo di intimidire il Dr. Falcone, e precisamente:

Il teste Sica Domenico, (Alto Commissario Antimafia), aveva dichiarato in dibattimento: “le pile,utilizzate per confezionare l'ordigno, erano scariche” e “mancava un oggettino per produrre l'esplosione”;

Il teste Misiani Francesco, (magistrato addetto all'Ufficio dell'”Alto Commissario”), aveva osservato: “il dubbio era che il meccanismo per farla esplodere quella sera non ci fosse o che era fatto in modo tale di non farlo innescare”.... “Le modalità erano tali come se si volesse far scoprire preventivamente il fatto, della borsa posta lì, di fronte o verso la casa dell'abitazione di Falcone”;

Il teste Mori Mario, (Comandante il Raggrupp. operativo speciale: Ros), aveva espresso perplessità in ordine alla effettiva funzionalità del telecomando affermando “un consistente numero di Kg. di esplosivo messi lì senza alcuna possibilità di deflagrare era una minaccia molto relativa “..... “io ho pensato ad un tentativo intimidatorio più che ad un tentativo assolutamente mirato ad annientare Giovanni Falcone”.

Meramente apodittica e contraddittoria, ad avviso del ricorrente, era la motivazione della sentenza nella parte in cui escludeva categoricamente ovvero sminuiva la rilevanza probatoria dei dati forniti dai testi indicati che facevano venir meno l'ipotesi dell'attentato.

Si contesta, poi, l'assunto della Corte di merito secondo cui l'attentato dell'Addaura era riferibile a “Cosa nostra”;, fuoriuscendo, invece, tale atto criminoso dalle responsabilità del sodalizio mafioso per investire sfere di potere economico-politico che proprio Giovanni Falcone soleva indicare nel “terzo livello”. L'azione delittuosa si inquadrava in un “complotto orchestrato ai danni del magistrato Giovanni Falcone”.

A sostegno di tali tesi si evidenziano le seguenti anomalie:

A fronte di un massiccio intervento di uomini della polizia era stato coinvolto un artificiere appartenente ai carabinieri;

L'artificiere Tumino era stato condannato per i reati di falso ideologico e false dichiarazioni al P.M. in relazione ai fatti per cui era processo;

L'intervento dell'artificiere Tumino era stato inspiegabilmente tardivo;

L'intervento dell'artificiere era stato connotato da un forte grado di imperizia che nessuno dei consulenti e periti ascoltati in dibattimento aveva saputo motivare.

Le stesse perplessità sulla concreta funzionalità dell'ordigno conducevano nella direzione segnalata. Anche il limitato raggio di astratta micidialità dell'ordigno la diceva lunga sulla effettiva finalità dell'attentato (solo se il Giudice Falcone si fosse recato sulla piattaforma avrebbe rischiato di morire; non anche nel caso in cui si fosse trovato vicino alla sua villa). Peraltro, appariva poco credibile che non fosse stata convocata la “commissione” per un attentato contro il principale esponente dello Stato nella lotta contro la mafia e che avrebbe certamente comportato forti dissensi al suo interno tali da compromettere quella “pax mafiosa” da poco tempo ristabilita.

Come riconosciuto dalla stessa Corte di merito di primo grado le modalità dell'azione, la scelta dei tempi, i fatti inquietanti che precedettero l'attentato inducevano a ritenere che il movente fosse più complesso e più difficile da ricostruire di quanto a prima vista appariva. Ad avviso del ricorrente, dalla ricostruzione del movente così come compiuta dalla Corte di Assise si traevano indicazioni favorevoli alla tesi che chiunque avesse posto in essere l'attentato lo aveva fatto con l'intento di intimidire il Giudice Falcone. Peraltro, la tesi dell'intimidazione si inseriva, secondo il ricorrente, in quel composito quadro storico che rendevano torbida la vicenda per cui era processo. Ci si riferiva, in particolare, alla oltraggiosa delegittimazione operata attraverso le lettere del ed. “Corvo”, accanto alla quale avevano posto altri inquietanti attacchi sofferti dal Giudice Falcone all'interno delle stesse Istituzioni (si pensi alla mancata elezione al C.S.M., alla mancata copertura dell'incarico di Consigliere Istruttore dopo il pensionamento di Antonino Caponetto o alla mancata designazione alla carica di Alto Commissario per il coordinamento della lotta alla mafia). Del resto, il Giudice Falcone era inviso anche a coloro che facevano parte di quei centri di interesse politico-economico che avrebbero tratto sicuro vantaggio da un'attività giudiziaria più blanda e meno convinta rispetto quella portata avanti dal Giudice Falcone nel periodo storico considerato. Secondo il ricorrente, le innumerevoli emergenze processuali inducevano a ritenere che l'effettiva finalità dell'attentato fosse quello di intimidire il Giudice Falcone al fine di normalizzare la lotta alla mafia e far “spegnere i riflettori” della stampa sul magistrato più capace e famoso d'Italia, divenuto, suo malgrado, oggetto di strumentalizzazioni da parte della partitocrazia e di non trasparenti interessi politico-economici. Diversi erano gli elementi che inducevano a compiere tale riflessione; in primo luogo il non sufficientemente ponderato ruolo dei servizi segreti continuamente “tirati in ballo” da testi autorevoli nel corso del dibattimento ma anche da taluni collaboratori; elemento questo che concorreva a consolidare l'ipotesi che le finalità dell'attentato fossero state meramente intimidatorie e non stragiste; riconducigli, molto verosimilmente a quel vasto movimento politico conservatore, pervicacemente resistente alla trasformazione radicale che stava attraversando il mondo intero, e non solo l'Italia. La storica transizione dalla politica dei “blocchi contrapposti” che caratterizzò quel periodo di “abbattimento dei muri”, poteva contribuire a spiegare, ad avviso del ricorrente, la presenza dei servizi segreti in un delitto tutto da scoprire.

In tale contesto non poteva dirsi provata - sempre secondo la prospettazione difensiva - la finalità stragista rassegnata in sentenza dai Giudici di merito; al contrario acquistavano peso e consistenza maggiore gli indizi che inducevano a ritenere verosimile la responsabilità di taluni apparati deviati dello Stato nella organizzazione dell'attentato, connotandosi l'intera ricostruzione del fatto, antefatto e postfatto inclusi - (dalle sconosciute modalità di collocazione dell'ordigno, alle caratteristiche strutturali dello stesso, dall'intervento dell'antisabotatore, alla presenza di alcuni agenti segreti al momento del disinnesco dell'ordigno, alla misteriosa sparizione di alcuni pezzi dell'ordigno prelevati da un uomo della criminalpol, come riferito dal teste Tumino, alle lettere del “Corvo”, agli omicidi Piazza e D'Agostino, alla vicenda relativa al Barone D'Onufrio, alla campagna di delegittimazione condotta in danno del Giudice Falcone) - in maniera anomala rispetto alla strategia posta in essere dalla consorteria mafiosa tradizionalmente restia a lasciare tracce compromettenti del suo passaggio o a fare attentati scarsamente organizzati con il rischio di essere scoperti e di far aumentare la presenza e la pressione dello Stato sul territorio. Conclusivamente, secondo il ricorrente, tutto quanto esposto, unito alle gravi incongruenze segnate in ordine alla riferibilità a “Cosa Nostra” dell'attentato, costituivano elementi di prova sufficienti a ritenere del tutto destituita di fondamento l'affermazione di responsabilità dell'odierno ricorrente.

Si stigmatizzano, inoltre, le contraddizioni nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

La difesa - dopo aver evidenziato la contraddittorietà tra le dichiarazioni di Onorato e quelle del Ferrante e la mancanza oggettiva di conoscenza della realtà dei fatti da parte di entrambi i collaboratori escussi e la conseguente assenza di riscontri esterni - rileva, in sintesi, che nessun collaboratore aveva fornito validi contributi conoscitivi ai fatti per cui era processo. La gran parte delle dichiarazioni o era il frutto di deduzioni personali (v. dichiarazioni Ferrante), o erano carenti dei requisiti di specificità ed autonomia (v. dichiarazioni Onorato e Brusca) ovvero erano privi di riscontri individualizzanti (v. dichiarazioni Ferrante, Onorato e Brusca).

Sottolinea la difesa che, se prive di riscontri erano state ritenute le dichiarazioni dell'Onorato, (sia in ordine alla riunione deliberativa avvenuta in casa di Tullio Troia sia ai perlustramene della zona dell'Addaura), analogamente doveva ritenersi per le dichiarazioni rese dal Ferrante prive anch'esse di riscontri esterni (in ordine alla asserita richiesta di esplosivo avanzata da Madonia a Biondino). A tutto ciò doveva aggiungersi che la stessa Corte del gravame, con un ragionamento di cui non si riusciva a cogliere il nesso logico, avendo ritenuto prive di riscontro le dichiarazioni di Onorato con riferimento alla posizione processuale degli imputati Galatolo Vincenzo ed Angelo, aveva assolto entrambi proprio per questi motivi. Risultava, dunque, difficile comprendere la ragione per cui le dichiarazioni di Onorato dovevano ritenersi credibili in relazione alla posizione processuale del Madonia e, viceversa, prive di riscontri in relazione alla posizione processuale di Galatolo visto che, in entrambi i casi, le dichiarazioni di Onorato erano state carenti di riscontri oggettivi individualizzanti. Nonostante tali manifeste carenze, tutte contrastanti con quegli stessi principi giurisprudenziali indicati dalla Corte di legittimità in ordine all'applicazione dell'art. 192 c. 3 c.p.p. (convergenza del molteplice, accertamento dell'attendibilità interna ed esterna e riscontri individualizzanti), la Corte del gravame ne aveva, solo in maniera apodittica, affermato l'osservanza ma, di fatto, ne aveva disatteso il dettato!!!

In conclusione, la partecipazione del Madonia all'attentato non era stata provata se non su base ipotetica e meramente oggettiva, in forza della regola della territorialità che voleva Madonia capo del mandamento di Resuttana, mentre sussistevano diversi elementi che inducevano a ritenere il ricorrente estraneo ai fatti “de quibus agitur”.

Si censura ancora la mancata assunzione di prove decisive ai fini del decidere.

Avendo l'Onorato sostenuto che gli attentatori si sarebbero appostati sul monte Pellegrino, la difesa, ai fini di verificare l'attendibilità del collaborante, aveva richiesto l'accertamento dello stato dei luoghi ed in particolare della distanza, in linea d'aria, tra il monte Pellegrino e la scogliera dell'Addaura, la effettiva posizione del Belvedere di tale montagna (collocato sul versante opposto a quello dell'Addaura), nonchè l'accertamento circa la esistenza di radiocomandi tanto potenti da consentire l'attivazione dell'ordigno dal monte in questione.

La Corte aveva rigettato la richiesta con “fuorvianti” affermazioni “salvando, in tal modo, la (insussistente) credibilità del pentito e confezionando una sentenza frutto di illazioni, supposizioni e pregiudizi evidenti”.

Allo stesso modo aveva rigettato la richiesta, proveniente dall'imputato, di riscontrare le dichiarazioni del pentito Giuffrè - sottoposto ad esame in sede di appello - con accertamenti che avrebbero consentito di smentire il Giuffrè in ordine ad asserite riunioni che avrebbero visto partecipe anche il Madonia laddove lo stesso era detenuto nel periodo indicato dal collaborante.

Si eccepisce, infine, la violazione degli artt. 422 e 133 c.p. in riferimento alla pena irrogata.

La decisione impugnata era censurabile anche sotto il profilo dell'entità della pena attese le connotazioni oggettive del fatto che non aveva prodotto alcuna conseguenza nè in termini di pericolo nè di danno.

Chiede, pertanto, il ricorrente, alla stregua di tutti i motivi esposti, l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Il ricorso del Madonia è infondato e, come tale, va rigettato.

Va, innanzitutto, osservato che la Corte di merito - dopo aver dato puntualmente ed esaustivamente atto dei risultati delle indagini tecniche svolte sulla tipologia di esplosivo utilizzato nell'attentato, sul funzionamento dell'ordigno e sulla sua idoneità e potenzialità a provocare una strage, e dopo aver dato atto dell'ambiguo ed equivoco ruolo dell'artificiere Tumino, condannato, a seguito di giudizio ex art. 444 c.p.p., per i reati di falso ideologico e false dichiarazioni al P.M. - ha correttamente evidenziato come “molti e convergenti erano poi gli elementi processualmente emersi idonei a dimostrare che l'attentato, lungi dall'avere scopi meramente dimostrativi o intimidatori, era in realtà finalizzato ad uccidere. Innanzitutto, il Brusca, uno dei soggetti più coinvolti nei precedenti progetti di ‘Cosa Nostra' diretto ad eliminare il Dott. Falcone ‘perchè indagava su tutto e su tutti', aveva ripetuto in più sedi ed anche nella presente, che ‘l'Addaura non era un attentato fasullo' e, cioè, aveva un effettivo intento omicida. Ciò, del resto, trovava una espressa conferma nelle modalità del fatto e nella micidialità della carica che poteva avere effetti letali, come specificato nell'esaminare la questione tecnica, nell'ambito di oltre 60 metri dal punto di scoppio. Ciò svuotava di per sè, anche nell'ottica criminale, di qualsiasi significato concreto, l'ipotesi che si fosse trattato di una messa in scena con finalità meramente intimidatorie”, (pag. 174, sent. II grado).

Conseguentemente, di nessun pregio risulta essere il motivo di ricorso del Madonia secondo cui le dichiarazioni di Sica Domenico, Misiani Francesco e Mori Mario, in precedenza riportate, costituivano “un elemento di prova molto forte sulla inesistente pericolosità dell'ordigno avente in concreto il solo scopo il solo scopo di intimidire il Dr. Giovanni Falcone”. Tali dichiarazioni non possono certamente intaccare - per la loro superficialità, genericità e per provenire da personaggi che, per quanto autorevoli, non erano sicuramente in possesso di specifiche competenze in materia - i risultati cui sono pervenuti, sulla base di argomentazioni tecniche incontestate, i consulenti tecnici i quali hanno precisato:

che la ricevente, di fabbricazione giapponese, era perfettamente funzionante e che l'alimentazione di tale congegno, sicuramente idoneo ad attivare la carica esplosiva, era alimentato da 4 pile a secco (marca Mazda) cilindriche da 1,5 Wolt ciascuna collegata in serie che assicuravano un'autonomia in stand by di oltre 20 ore;

che l'ordigno era azionabile mediante radiocomando che poteva agire da “qualche centinaio di metri”;

l'onda d'urto provocata dall'esplosione di circa 8 Kg. di esplosivo avrebbe avuto, per effetto della proiezione di schegge pesanti, esito mortale nel raggio di 60 metri per ogni persona che si fosse trovata in tale ambito, in relazione alla parte del corpo

Il frutto di tali elaborazioni tecniche è stato ampiamente confermato e precisato in dibattimento, dove, peraltro, era emerso “che il congegno si trovava in posizione attiva, con un ‘led' rosso acceso e pronto ad esplodere non appena avesse ricevuto l'impulso” (pag. 153, sent. II grado).

Da tali approfondite e convincenti considerazioni di carattere tecnico, emerge, in modo assolutamente incontestabile, che il circuito di attivazione della carica esplosiva era stato realizzato in modo assolutamente efficace al fine di assicurare l'attivazione dei detonatori e, quindi, lo scoppio della sostanza esplosiva contenuta nella borsa.

Conclusivamente, gli esiti degli accertamenti peritali hanno consentito - come efficacemente evidenziato dai Giudici di II grado - di “verificare da un lato la micidialità della bomba che - secondo gli esperimenti svolti - avrebbe consentito di attingere chiunque si fosse trovato nel raggio di circa 60 m. con schegge potenzialmente mortali, dall'altro che i congegni di azionamento erano verosimilmente due, (la mancanza di assoluta certezza era determinata dall'assenza di alcune parti a causa dell'esplosione controllata causata dall'artificiere dei Cc. Tumino, autore del primo, maldestro e per alcuni versi difficilmente comprensibile, intervento): un primo connesso ad un radiocomando e dotato di batterie, ritrovate in posizione ‘ON' (acceso) con led rosso acceso ed autonomia di 20 ore circa, ed un secondo che avrebbe assicurato comunque l'esplosione all'atto di apertura dei manici del borsone” (pagg. 121-122 sent. II grado).

Alla stregua di tali considerazioni, le doglianze e le perplessità sottolineate dal ricorrente relativamente al raggio d'azione, alla funzionalità del radiocomando, alla efficienza della carica collocata e alla lesività (mortale) dell'ordigno - doglianze e perplessità supportate dalle dichiarazioni dei testi prima indicati - appaiono completamente destituite di qualsiasi fondamento. Del resto, su tali perplessità si è lungamente, in più parti della decisione, soffermata la Corte di Assise di appello con una motivazione, tutt'altro che apodittica e contraddittoria, ma quanto mai esaustiva ed aderente alle risultanze processuali.

Si legge, invero, alle pagg. 154 - 155: “è chiaro, d'altro canto, che in presenza delle conclusioni tecniche suddette, provenienti da soggetti altamente qualificati, non possono trovare spazio le indicazioni (nulla più se non supposizioni e sospetti), evidenziati da taluni testi escussi in dibattimento che avevano ipotizzato la non funzionalità dell'ordigno. Così, infatti, sia il Dott. Sica che il Col. Mori ed il Dott. Misiani, tutti testi le cui dichiarazioni vengono citate a fondamento delle doglianze difensive, avevano soltanto riferito considerazioni non tecniche ma semmai conseguenti alla ridda di ipotesi - anche fantasiose - susseguitesi nell'immediatezza dell'attentato”.

Ed ancora alle pagg. 196 e 197: “ciò premesso e venendo ad affrontare, invece, le perplessità sottolineate nei motivi relativamente alla efficienza della carica collocata ed alla lesività dell'ordigno, sarà sufficiente riportarsi a quanto già affermato in precedenza in merito sia all'astratta potenzialità del congegno che al funzionamento del telecomando nonchè al raggio d'azione del medesimo. Le affermazioni rese da alcuni testi in primo grado (tra cui il Dott. Sica ed il Dott. Misiani) che ipotizzavano un non corretto funzionamento dell'ordigno, sono riferibili esclusivamente alle congetture affastellatesi nella immediatezza del fatto e che avevano portato ad ipotizzare un attentato simulato ma nessuna connessione hanno - al di là dei sospetti indotti - con i dati di tutt'altro tenore raccolti mediante le due consulenze disposte”.

Ed, infine, a pag. 155: “La potenzialità e la concreta lesività dell'ordigno - con riferimento alla vittima designata ed ai suoi occasionali compagni - è dunque un punto di riferimento processuale ineludibile, frutto di solide e coerenti affermazioni provenienti da soggetti di alta specializzazione: intorno a tale certezza, molteplici ipotesi ricostruttive sono state inutilmente rincorse senza un fondamento probatorio certo. Ad avviso della Corte, tali ipotesi e congetture, qualora fossero state suffragate da prove, avrebbero semmai potuto riempire caselle marginali della vicenda criminosa per cui è processo, senza incidere sulla sostanza della ricostruzione operata dai consulenti tecnici che la Corte integralmente condivide”.

Le conclusioni dei Giudici di II grado, in quanto basate su convincenti argomentazioni saldamente ancorate a precise ed incontestabili risultanze probatorie, sono pienamente da confermare. Resta, comunque, il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che, per la sua eccezionale gravita, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire, sia pure indirettamente, a fornire - unitamente alla ridda di ipotesi anche fantasiose, più o meno artatamente divulgate - lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del Giudice di “inventare” la tesi, delegittimante, del “falso” o “simulato” attentato, avendo i vertici di “Cosa Nostra” addirittura impartito l'ordine agli uomini dell'organizzazione di divulgare la falsa e calunniosa notizia che l'attentato “se l'era fatto lui stesso” (così il collaborante di Carlo Francesco a pag. 192 - 193 della sent. di I grado).

La Corte di Assise di Appello è passata ad esaminare successivamente - previa verifica della attendibilità intrinseca ed estrinseca delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia - la riferibilità o meno dell'attentato all'organizzazione “Cosa Nostra” valutando, poi, nell'ambito di questa, le singole posizioni degli imputati, tra le quali quella del ricorrente Madonia Antonino.

Prima di scendere alla valutazione della esattezza o meno delle conclusioni cui è pervenuta la Corte è necessario - attesa la eccepita violazione dei criteri interpretativi dell'art. 192 com. 3 c.p.p. e dei principi in “subiecta materia” affermati da questa Corte regolatrice - esporre, sia pure sinteticamente, (almeno rispetto alle motivazioni dei Giudici di merito nelle quali le affermazioni dei “pentiti” sono state ampiamente riportate e analiticamente valutate), le dichiarazioni dei “collaboratori di giustizia”.

FERRANTE GIOVAN BATTISTA

Nel contesto della sua scelta di collaborazione con l'A.G. ammetteva di avere fatto parte di “Cosa Nostra” e di essere stato inserito nella “famiglia” di S. Lorenzo, confessando di avere partecipato attivamente a numerosi e gravissimi fatti di sangue per i quali non era, all'epoca delle prime dichiarazioni, neppure indagato.

Molto legato a Salvatore Biondino, uomo di fiducia di Salvatore Riina, capo mandamento di San Lorenzo dopo l'arresto del boss Giuseppe Giacomo Gambino, aveva partecipato, in genere con il ruolo di “telefonista”, accusandosene per primo, ai più gravi fatti criminali consumati a partire dalla fine degli anni Ottanta in poi, tra cui l'omicidio dell'Europarlamentare Salvo Lima, la strage di Capaci e quella di via D'Amelio dove aveva avvistato l'auto del Dott. Borsellino chiamando subito dopo con il cellulare, come documentato dai tabulati, il commando che aveva azionato, pochi minuti dopo, la micidiale carica collocata in via D'Amelio.

Con riferimento specifico all'attentato dell'Addaura il Ferrante narrava che, circa tre giorni prima dell'attentato, Salvatore Biondino, all'epoca reggente il mandamento, gli aveva chiesto di aiutarlo per reperire un certo quantitativo di esplosivo che doveva essere fornito ad Antonino Madonia, figlio di Francesco, capo del mandamento di Resuttana: insieme al Biondino dunque, lo stesso si era recato presso il deposito clandestino sito in contrada Malatacca, vicino all'ospedale “Cervello” nel territorio del mandamento, cui potevano accedere solo loro due e pochi altri, per prelevare l'esplosivo poi lasciato a casa del Biondino da dove, per quanto gli era noto, il Madonia doveva passare a ritirarlo nel pomeriggio.

Il collaboratore dichiarava di non sapere se il Biondino fosse stato a conoscenza dello scopo per il quale doveva essere impiegato l'esplosivo. Egli si limitava a riferire di i avere da lui appreso che la richiesta proveniva direttamente da Madonia Antonino e di avere ritenuto, in base alla sua esperienza, che il Biondino fosse stato autorizzato a consegnare l'esplosivo nella disponibilità del mandamento direttamente dal Riina, sotto le cui direttive il Biondino, reggeva il mandamento in assenza del capo Giacomo Giuseppe Gambino, all'epoca detenuto.

Ampia e dettagliata descrizione veniva poi fornita della provenienza dell'esplosivo procurato denominato “Brixia” e confezionato con carta oleata marrone. In tal senso il Ferrante ricordava che nel 1985, prima dell'attentato al Giudice Carlo Palermo, su incarico del Gambino, egli, in compagnia di Salvatore Biondino e dei cugini, Salvatore Biondo (cl. 1955) “il corto” e Salvatore Biondo (cl. 1956) “il lungo”, uomini d'onore di San Lorenzo, avevano prelevato, utilizzando ben tre vetture, da tale Bruno Calcedonio, uomo d'onore della famiglia di Mazara del Vallo, un quantitativo di circa 150 - 200 Kg. di esplosivo “Brixia” caricandolo sulla Renault 4 del Biondino e recandosi a custodirlo prima alle “case Ferreri”, poi in C.da Malatacca. Di tale esplosivo il collaborante aggiungeva di averne lui stesso utilizzati tra il 1989 ed il 1990 due o tre candelotti per compiere, sempre con Biondino ed il Biondo, un atto intimidatorio ai danni della ditta CO.GE.MI. di cui titolare era il Dott. Nistico che non era puntuale nel versare il “pizzo”.

Infine, aggiungeva che il rimanente quantitativo di esplosivo del tipo “Brixia”, unitamente a due telecomandi, era stato da lui stesso distrutto verso la fine del 1993, insieme ai cugini Biondo, sciogliendolo in acqua e disperdendolo negli scarichi fognari.

Il Ferrante precisava, poi, di avere avuto la certezza che l'esplosivo da lui fatto avere ad Antonino Madonia, tramite Biondino, fosse proprio quello rinvenuto all'Addaura quando, nel corso del processo per la strage di Capaci, aveva riconosciuto nelle fotografie dei candelotti di “Brixia” ritrovati all'Addaura, quelli che egli aveva prelevato nel deposito di Malatacca.

In relazione alle modalità esecutive, il Ferrante dichiarava di non sapere chi avesse collocato l'ordigno pur nella consapevolezza che il Madonia per l'esperienza maturata e per i numerosi motoscafi posseduti, fosse stato “l'artefice di tutto” ed anche in considerazione del fatto che proprio lui aveva richiesto l'esplosivo tramite il Biondino, e che fosse già stato, in precedenza, destinatario dell'incarico di uccidere il Giudice Falcone (tentativo attuato con l'impiego di una carabina quando il magistrato aveva preso in locazione una villa in località Valdesi).

Sia la Corte di Assise di I grado che quella di II grado hanno, con adeguate e logiche argomentazioni, accertata la credibilità e la attendibilità intrinseca del “narrato” e individuato plurimi elementi di riscontro oggettivo ed esterno a tali dichiarazioni che sono così riassumibili:

- La coincidenza tra la descrizione dell'esplosivo e la reale consistenza del medesimo come individuato dai consulenti;

- In secondo luogo la effettiva untuosità dei candelotti e solubilità in acqua del medesimo composto;

- Inoltre, era stata verificata - sempre tramite i consulenti - l'utilizzazione per gli attentati compiuti nel trapanese da “Cosa nostra”; di esplosivo della medesima componente del tipo Brixia (nitrato di ammonio) ed analogo riscontro era stato fornito con riferimento all'attentato alla CO.GE.MI. sempre riferito dal Ferrante.

FRANCESCO ONORATO

Uomo d'onore della famiglia di Partanna Mondello, inserita nel mandamento di San Lorenzo, era divenuto reggente di tale famiglia già nel 1987, per accedere poi alla collaborazione con la giustizia, dopo l'arresto nel settembre 1996 accusandosi di numerosissimi omicidi eseguiti personalmente, tra cui quello dell'on. Salvo Lima, (delitto in relazione al quale era stata annullata l'ordinanza custodiate originariamente emessa nei suoi confronti).

Va preliminarmente rilevato che, con ampie e convincenti argomentazioni, il contributo del collaborante è stato valutato dai Giudici di merito come autenticamente veritiero ed utile ai fini della ricostruzione del fatto, non essendovi, in effetti, alcun motivo per dubitare della credibilità dell'Onorato e dell'attendibilità intrinseca della sua dettagliata versione; così come apprezzabili sono state ritenute le motivazioni che avevano guidato la sua scelta collaborativi e di analogo giudizio positivo, sotto il profilo probatorio, ha beneficiato la convergenza tra le dichiarazioni dell'Onorato e quelle del Ferrante anche se, ad avviso della Corte, (ma erroneamente, per questo si dirà in seguito), qualche specifico episodio narrato, non aveva trovato riscontro esterno.

L'Onorato, con riferimento specifico all'episodio delittuoso di cui è causa, ha riferito di una riunione preparatoria diretta ad organizzare l'esecuzione dell'attentato alla vita del Dott. Falcone presso l'abitazione di Mariano Tullio Troia, (alla presenza anche di questi, vicino all'ospedale Cervello), cui erano intervenuti oltre al dichiarante (rimasto però in disparte), Antonino Madonia, Salvatore Biondino e Vincenzo Galatolo.

Al termine dell'incontro, BIONDINO lo aveva riservatamente incaricato di eseguire dei sopralluoghi, anche di sera, nel territorio dell'Addaura, per accertare se vi fossero movimenti di organi di polizia, confidandogli che si doveva far “saltare FALCONE in aria” ed esortandolo ad assicurarsi che i suoi familiari non transitassero nella zona del programmato attentato, per recarsi allo stabilimento balneare “La Marsa”.

Il collaborante, nel corso di detti sopralluoghi, in esito ai quali aveva riferito al suo mandante che la situazione era tranquilla, aveva poi incrociato Antonino MADONIA, Vincenzo GALATOLO, il nipote Angelo, lo stesso Salvatore BIONDINO ed una volta, incontrato casualmente anche il FERRANTE, ed aveva proseguito in tali sopralluoghi fino al giorno della scoperta dell'esplosivo.

Aveva poi riferito che Angelo GALATOLO - giovane nipote di Vincenzo - con la sua vettura Y10 di colore scuro si recava con una certa frequenza allo stabilimento “La Marsa”.

Nel corso di un incontro presso l'hotel Villa Igea, VONORATO ricordava di essere stato messo in guardia da GALATOLO Vincenzo affinchè evitasse di far passare i suoi familiari lungo la strada dell'Addaura, perchè doveva “saltare la bomba”, senza tuttavia fare riferimento specifico al Dott. FALCONE come vittima designata del progetto delittuoso. Aggiungeva poi, che anche Angelo GALATOLO, aveva dimostrato di essere addentro all'organizzazione dell'attentato, vantandosi con i suoi fratelli, Salvatore e Domenica ONORATO, di avere avuto un ruolo nella vicenda delittuosa, e confidando addirittura a Domenico, con il quale aveva un rapporto di assidua frequentazione, di essere stato proprio lui “a mettere la borsa al Dott. FALCONE”.

Di tali pericolose “vanterie” il collaboratore aveva informato il BIONDINO, il quale, visibilmente irritato, aveva censurato detto comportamento, pericolosamente imprudente oltre che contrario ad ogni regola mafiosa.

In ordine alle dichiarazioni, la Corte di II grado ha ritenuto intrinsecamente e soggettivamente credibile il collaborante, ha precisato che talune circostanze - come quella della riunione nell'abitazione del Troia - e la chiamata in correità nei confronti di Angelo e Vincenzo Galatolo - pur apparendo solidamente ancorate ai dettagli riferiti ed alla generale coerenza del narrato - non erano suffragati da ulteriori elementi e non potevano essere elevati a ruolo di prova; ha ritenuto invece riscontrate tutte le altre affermazioni precisando, in particolare, che le dichiarazioni del Ferrante e dell'Onorato convergevano eloquentemente ex art. 192, comma 3, c.p.p. - pur essendo di fonte assolutamente autonoma e quindi prive di qualsiasi pericolo di reciproca interferenza - sul ruolo centrale del Biondino e del Madonia nella fase organizzativa dell'azione criminosa nonchè sulle modalità e finalità dell'attentato, ed avevano trovato il conforto delle verifiche tecniche sulla tipologia di esplosivo utilizzata, proveniente dai depositi della famiglia di San Lorenzo. Ha ricordato la Corte che era stato appunto il Biondino a chiedere e ad ottenere dal Ferrante l'esplosivo, poi consegnato al Madonia, con il quale (come disse espressamente all'atto di conferire all'Onorato, l'incarico di effettuare i pattugliamenti) si doveva eseguire il crimine: questa la plastica affermazione del collaborante Onorato “mi ha detto subito che si doveva far saltare Falcone”.

GIOVANNI BRUSCA

Capo mandamento della famiglia di San Giuseppe Jato sin dal 1989, era succeduto al padre Bernardo dopo l'arresto di quest'ultimo.

La sua collaborazione, iniziata sin dal momento immediatamente successivo all'arresto del 20 maggio 1996, si era manifestata chiaramente dal mese di agosto dello stesso anno; egli, oltre a fornire un contributo che, pur riguardando solo indirettamente fatti concernenti l'attentato dell'Addaura, si era rivelato secondo i Giudici di merito di grande utilità per la ricostruzione del complessivo quadro di verificazione degli eventi soprattutto con riferimento a quanto dichiarato sui precedenti, numerosi tentativi di eliminazione del Dott. Falcone dei quali egli stesso si era personalmente occupato. Ha, con riferimento all'attentato, fornito due specifiche indicazioni: con la prima - che è una vera e propria chiamata in reità diretta - il collaboratore narra delle rivelazioni fattegli dal Riina nel colloquio avuto in merito all'attentato.

Il Brusca, invero, ha ricordato un episodio in cui, affrontando il tema dell'attentato dell'Addaura al fine di chiarire talune sue perplessità, era stato rassicurato dal Riina stesso il quale - mostratosi rammaricato per l'esito negativo dell'attentato - aveva precisato che esso era riconducibile a “Cosa nostra”;, la cui organizzazione era stata affidata al Madonia. “Io incontrandomi con Salvatore Riina gli chiedo cosa era questo fatto di ‘Cosa Nostra', che avevamo fatti noi, nel senso l'avevamo fatto ‘Cosa Nostra' e in particolar modo Antonino Madonia, e mi ha detto pure: ‘Peccato che.....che non è successo, perchè era il momento buono', in quanto il Dott Giovanni Falcone era in quanto discusso, delegittimato, quindi il momento storico era favorevole per ‘Cosa Nostra', però peccato che non è successo l'attentato, perchè poteva essere favorevole a ‘Cosa Nostra'” (pag. 191, sent. II grado).

Con la seconda indicazione, il collaboratore narra di una conversazione avvenuta in sua presenza nel corso di una riunione tenuta qualche giorno dopo la strage di Capaci per “festeggiare con uno “squallido e miserevole” brindisi la riuscita eliminazione del Dr. Falcone, dalla quale si poteva evincere che Salvatore Biondino, in presenza di salvatore Riina, nel raffrontare l'esito dell'ultima azione delittuosa con quello,deludente per l'organizzazione, dell'attentato dell'Addaura, si era espresso in modo fortemente critico nei confronti dell'operato in quest'ultima azione di Antonino Madonia, dicendo testualmente che l'attentato di Capaci sarebbe stato inutile se il Madonia non si fosse affidato in occasione dell'Addaura a dei “picciutteddi”, ovvero a dei ragazzini. Il Riina aveva risposto che la questione era ormai chiusa, invitandolo a non tornare sull'argomento con le seguenti espressioni “Totù, non ne parliamo più, è successo, lo abbiamo fatto, non ne parliamo più” (pag. 140 sent. II grado).

Le circostanze richiamate dal collaborante sono state correttamente ritenute dai Giudici di merito di particolare utilità e dotate di una elevata attendibilità intrinseca, per la loro logicità interna, la mancanza di animosità nei confronti dei soggetti accusati, la assoluta coerenza con le dichiarazioni di altri collaboratori. Inoltre, per quanto attiene alla prima delle circostanze riferite il Brusca - come esattamente rilevato dalla Corte di Assise di Appello - appare, sul punto, del tutto credibile per aver omesso qualsiasi deduzione o personale considerazione sullo svolgimento dei fatti, limitandosi a riferire esclusivamente il segmento di propria conoscenza diretta appresa dal Riina ammettendo di aver conosciuto i dettagli logistici solo tramite notizie di stampa.

Infine, è stato puntualmente rilevato come negli episodi narrati dal Brusca - la cui credibilità personale e attendibilità intrinseca, erano conclamate dalle plurime concessioni della speciale diminuente di cui all'art. 8 della L. 203/91 - non era individuabile alcun concreto interesse specifico a mentire.

Salvo a ritornare in seguito sulla tematica, si osserva fin d'ora che gli specifici particolari indicati, (e soprattutto la prima circostanza), presentano, sul piano della valutazione probatoria, un carattere altamente individualizzante, ex art. 192 c.p.p., sia per il Riina che per il Madonia, come correttamente ritenuto dai Giudici di merito.

ANTONINO GIUFFRÈ

Nel corso della discussione, la Corte di Assise di appello, ex art. 523 comma 6°, disponeva che venisse sottoposto ad esame Antonino Giuffrè, capo mandamento di Cacciamo, già titolare, da molti anni, di un ruolo di vertice all'interno di “Cosa Nostra”, in relazione alle notizie conosciute sull'attentato per cui è processo.

Dopo aver precisato che in quel periodo il territorio dell'Addaura rientrava nel mandamento di Resuttana che faceva capo ai Madonia ed in particolare ad Antonio Madonia, il collaboratore riferiva di aver appreso che la decisione di perpetrare l'attentato era stata presa dal “gruppo ristretto” facente capo a Salvatore Riina, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Giovanni Brusca. In particolare, le ragioni che avevano spinto il Riina a tentare di eliminare il Dott. Falcone erano tutte riguardanti la scomodità e pericolosità di quest'ultimo, già da tempo notoria in “Cosa Nostra”. A ciò si era aggiunto che il Dott. Falcone e la Dott.ssa Del Ponte stavano intensamente cercando di “scoprire i capitali” che da Palermo andavano in Svizzera e questa collaborazione era considerata negativamente e pericolosamente. L'attentato, in ogni caso, era mirato appositamente ad eliminare tutte e due le persone.

La decisione mirata del “comitato ristretto” (e non della commissione) era da giustificarsi con la singolare delicatezza e riservatezza del fatto ed anche con il legame particolare di Riina con alcuni mandamenti (tra cui quello di Resuttana) e con i loro capi con i quali poi l'esponente corleonese avrebbe detenuto il controllo di “Cosa Nostra” non solo a livello palermitano ma regionale.

In merito all'attribuibilità a “Cosa Nostra” di tale episodio criminoso, il Giuffrè non manifestava alcun dubbio o perplessità sottolineando anzi che l'atipicità di una delibera omicidiaria non assunta dall'organismo di vertice (la Commissione provinciale) nella sua completezza, ma soltanto da parte del Riina e di pochi suoi “fedelissimi”, rientrava in una logica perfettamente compatibile con le strategie di “Cosa Nostra” in quel periodo.

Il collaborante, infatti, precisava che, se da un lato il “comitato ristretto facente capo a Salvatore Riina gestiva di fatto molte importanti questioni e deliberava in autonomia rispetto al resto della commissione, era pur vero che nell'attentato in questione non erano state violate le regole interne essenziali venendo coinvolti quei personaggi che, non soltanto erano particolarmente vicini al Riina (Biondino e Madonia), ma erano altresì a capo dei due mandamenti (San Lorenzo e Resuttana) a cavallo dei quali doveva consumarsi lo stesso attentato” (pag. 150 sent. II grado).

Precisava, poi, di non essere a conoscenza di un ruolo preciso svolto dai Ganci e da Giovanni Brusca nell'attentato, mentre gli constava di persona che Biondino e Madonia si fossero occupati direttamente della vicenda (pag. 106, ibidem).

Tali autonome affermazioni del collaborante sono state correttamente considerate attendibili, per essere prive di contraddizioni e soprattutto coerenti, con quanto già sostenuto, in modo del tutto convergente, dal Ferrante e dall'Onorato in merito alla fase esecutiva dell'attentato, dalla Corte di Assise di Appello che ha sottolineato come le affermazioni dei collaboranti che avevano contribuito al procacciamento dell'esplosivo e all'organizzazione logistica del crimine si coniugassero perfettamente con il quadro tracciato dal Giuffrè per il denunciato ed effettivo coinvolgimento di uomini e territori afferenti la ristretta sfera dei fiduciari di Riina Salvatore.

1. Sulla base di tale coarcevo probatorio la Corte di Assise di appello è pervenuta alla seguente ricostruzione dell'episodio delittuoso e alla individuazione degli autori. “Gli elementi raccolti consentivano di ritenere che il Riina dette impulso al progetto da lungo tempo covato da “Cosa Nostra” per eliminare un nemico storico, non in forza di un'iniziativa individuale, ma nel rispetto delle regole mafiose ed avvalendosi sotto il profilo organizzativo, del personaggio a lui più vicino (Salvatore Biondino), e di quelli territorialmente interessati dall'azione criminosa: di Resuttana (ove era compresa l'Addaurà), comandata dal Madonia e di San Lorenzo (capeggiata appunto dal Biondino). Al mandamento di San Lorenzo apparteneva, peraltro, anche il Ferrante che aveva prelevato, l'esplosivo, mentre per l'opera di pattugliamento fu reclutato l'Onorato, appartenente alla famiglia di Partanna Mondello, oltre al concorso inevitabile di altri compartecipi riusciti a mantenere l'anonimato. Si trattò, dunque, come esigeva d'altronde la qualità della vittima e la natura dell'operazione, di un'azione corale nella quale il Riina mobilitò le forze a lui più fedeli e coinvolse i personaggi più qualificati sotto il profilo territoriale e logistico perchè l'attentato potesse avere successo come invece non avvenne per contingenti ragioni. Dunque, il coordinamento delle operazioni fu affidato a Nino Madonia, già nel recente passato, coautore con il Brusca di numerosi tentativi di assassinare il Dr. Falcone nei confronti del quale aveva, per così dire, maturato uno specifico movente ad eliminarlo personalmente, essendo da tempo - lui e la sua famiglia - il collettore dei traffici illeciti nel settore degli stupefacenti, che il magistrato seguiva con non comune professionalità investigativa. Per l'esplosivo ci si rivolse a chi ne deteneva il quantitativo forse più ingente e nel covo più sicuro, quello di contrada Malatacca, nel mandamento di San Lorenzo, per essere tradizionalmente affidato al Ferrante - che spesso ne faceva uso per attentati estorsivi - ed alla famiglia di appartenenza del collaborante. Infine, per il pattugliamento, fu incaricato l'Onorato, giovane già messosi in luce con alcuni omicidi personalmente commessi e reggente della famiglia di Partanna Mondello, rientrante nel mandamento di San Lorenzo (il cui capo era Salvatore Biondino), territorio a cavallo del quale l'attentato è da compiersi. In conclusione, la logica, le regole e l'azione di “Cosa Nostra” furono perfettamente coniugate anche per gli accadimenti dell'Addaura. Anche in questa occasione, l'evento delittuoso - pur senza successo - fu il frutto della concertazione di più sinergie, frutto della ‘deliberazione' criminosa di Salvatore Riina, dei suoi accoliti ed in particolar modo di coloro i quali ne condividevano il suo cruento ‘modus operandi', tipico dell'emergente fazione corleonese” (pag. 167-168 sent. II grado).

Ad avviso di questa Suprema Corte la ricostruzione dell'azione criminosa operata dal Giudice del merito è perfettamente coerente con le risultanze probatorie adeguatamente e correttamente valutate alla stregua dei canoni ermeneutici previsti dall'art. 192, III com. c.p.p..

Il supporto probatorio della sentenza impugnata si incentra essenzialmente sulle dichiarazioni di Onorato Francesco, Ferrante Giovanbattista, Brusca Giovanni e Giuffrè Antonino, la cui attendibilità intrinseca ed estrinseca è stata correttamente valutata dal Giudice di merito che ha compiutamente attuato sul piano del reciproco conforto probatorio ex art. 192 com. 3 c.p.p., il principio della convergenza del molteplice. La esaustiva motivazione della sentenza impugnata si è a lungo soffermata nell'evidenziare come i collaboranti escussi avessero fornito reciproci elementi di indubitabile oggettività con riferimento alla organizzazione logistica del crimine, alla fornitura dell'esplosivo utilizzato per l'attentato, al movente, elementi che “lungi dell'apparire astrattamente precostituiti e callidamente coordinati, sono, invece, frutto di conoscenze e partecipazione diretta collimando tra loro quanto al nucleo centrale della chiamata di correo”.

Deve ancora essere dichiarata infondata la deduzione prospettata dalla difesa del ricorrente secondo cui la Corte di 2 grado avrebbe omesso di rilevare le gravi contraddizioni e discordanze tra le dichiarazioni dei collaboranti - in particolare tra quelle dell'Onorato e del Ferrante - che inficiavano “in toto” la validità delle dichiarazioni medesime. In proposito, deve, di converso, osservarsi che i Giudici di appello hanno preso puntualmente in considerazione le contestazioni difensive rilevando come le pretese contraddizioni fossero del tutto irrilevanti ed insignificanti rispetto alla globalità del “narrato” ed assolutamente inidonee ad intaccare la sostanza e la validità delle dichiarazioni in esame risultate essere completamente autonome, del tutto concordanti e convergent



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