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Cassazione, sez. I, sentenza 24.09.2004 n. 19250


Famiglia · beni · divorzio · separazione

Acquisto immobile - regime patrimoniale dei coniugi. Fonte: Altalex.it

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Svolgimento del processo

Cristina Nxx conveniva, innanzi al Tribunale di Roma, il marito separato Giuseppe Myy , e, premesso come

fra essi vigesse il regime di comunione legale, chiedeva: a) che venisse dichiarata la comproprietà

dell'immobile di via Nxx acquistato dal convenuto in costanza di matrimonio; b) che il convenuto fosse

condannato al pagamento di un corrispettivo per l'uso esclusivo dell'immobile stesso, - c) che si

determinassero i diritti di comunione sulle aziende del marito; d) che si dichiarasse il diritto di

comunione dell'attrice sui proventi delle attività del convenuto esistenti alla data di scioglimento della

comunione legale; e) che infine si determinasse la massa dei beni in comunione per procedere quindi alla

loro divisione ai sensi dell'art. 194 c.c..

Il convenuto si costituiva contestando in via principale la domanda dell'attrice, ed in subordine

chiedendo che si formasse la massa da dividere tenendo conto del suo apporto economico e dei

versamenti effettuati in favore della Nxx . Il Myy spiegava altresì domanda riconvenzionale onde vedere

dichiarato che l'eventuale pregressa comunione legale era stata sciolta con una scrittura privata del

13/5/91, ed in ogni caso che l'immobile di via Nxx era di sua esclusiva proprietà.

Con sentenza parziale del 2000, il Tribunale accertava che nella fattispecie avesse operato il regime di

comunione legale, dichiarava la contitolarità del danaro e dei valori mobiliari nella disponibilità del Myy al

momento dello scioglimento della comunione, rigettava la domanda di riconoscimento della comproprietà

dell'immobile di via Nxx , nonchè quella di riconoscimento di un corrispettivo per il godimento di tale

immobile, respingeva le domande attrici relative al riconoscimento della comproprietà sui beni e sui

proventi della Gioielleria Myy e della Myy Diffusione s.r.l., accoglieva la domanda riconvenzionale

dichiarando che l'immobile di via Nxx era escluso dalla comunione legale, ai sensi dell'art. 179 lett. f) c.c.,

disponeva per il prosieguo con separata ordinanza.

Avverso tale sentenza proponeva gravame la Nxx chiedendo l'accoglimento di tutte le domande attrici.

Resisteva il Myy , chiedendo, in via incidentale, il rigetto della domanda accolta in 1^ grado.

All'esito la Corte di appello rigettava entrambi gli appelli.

Allo scopo la Corte, quanto al primo motivo di appello principale,rilevava come: a) il Tribunale avesse

correttamente concluso nel senso per cui l'immobile di via Nxx non dovesse ritenersi compreso nella

comunione legale, ma di proprietà esclusiva di Giuseppe Myy ; b) come, più in particolare, le risultanze

processuali indicassero chiaramente (e non vi fosse contestazione al riguardo) nel senso per cui

l'immobile fosse stato acquistato con i proventi della vendita di altri immobili di proprietà esclusiva del

Myy e immediatamente dopo la vendita di questi ultimi; c) al momento dell'acquisto dell'immobile non

fosse presente il coniuge CRISTINA Nxx , la quale non aveva reso quindi la dichiarazione prevista

dall'art. 179 lett. f) con la quale escludeva il bene dalla comunione legale; d) come la tesi dell'appellante

secondo cui la assenza stessa di una tale dichiarazione impedisse che i beni potessero essere

considerati personali e sottratti al regime di comunione legale, non potesse essere condivisa in quanto

l'esclusione dell'acquisto dalla comunione non dipende dall'assenso dell'altro coniuge, bensì dalla

sussistenza della fattispecie legale dell'utilizzazione di beni personali prevista nell'art, 179 c.c.; e) più

in particolare, l'inciso "purchè ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto", contenuto nella

lettera f) dell'art. 179 menzionato, debba intendersi riferito esclusivamente alle ipotesi in cui possa

essere obiettivamente incerto se l'acquisto realizzi - o meno - il reinvestimento (o l'investimento) di

danaro avuto per donazione od eredità o che sia frutto dello scambio di peni egualmente personali;

f) più in particolare ancora, lo scopo della dichiarazione sia quello di rendere conoscibile la provenienza

dei beni dati in permuta o del danaro speso per l'acquisto, e pertanto, quando non vi sia incertezza, la

dichiarazione in questione si renderebbe del tutto superflua, sì che del tutto irragionevole si renda

attribuire alla semplice sua omissione effetti sostanziali traslativi tanto gravi; g) più in particolare

ancora, la dichiarazione si renda necessaria nei confronti dell'altro coniuge (diversa risultando la

posizione dei terzi) unicamente quando il consorte sia venuto a trovarsi nella disponibilità non solo di

danaro o di beni acquisiti per donazione o per successione, ma anche di danaro o di beni pervenutigli

aliunde (ad es. lavoro), e non anche quando risulti ragionevolmente conoscibile dall'altro coniuge

l'inesistenza di una tale duplicità di mezzi, - h) correttamente quindi il primo giudice avesse quindi

affermato che la dichiarazione in questione non abbia natura dispositiva, ma meramente ricognitiva, e

che gli elementi acquisiti escludessero che il bene in contestazione dovesse includersi nella comunione

legale; i) esistesse del resto una dichiarazione della stessa appellante in data 13/5/91 nella quale la

stessa si dichiarava soddisfatta di ottenere le restituzione della somma versata per l'allestimento della

casa di via Nxx , senza avanzare alcuna pretesa sul bene, il che si rendeva chiaramente indicativo del

riconoscimento (in senso atecnico) della proprietà personale del bene in capo al Myy . Quanto poi al

secondo ed al terzo motivo di appello, relativi alla lamentata violazione ed all'errata applicazione

dell'art. 178 c.c., per avere il Tribunale respinto le domande dirette ad ottenere il riconoscimento della

comproprietà dei beni destinati all'esercizio dell'impresa Gioielleria Myy , nonchè la contitolarità degli

utili ed incrementi dell'azienda Myy diffusione s.r.l., la Corte territoriale osservava: a) come, di contro

alla tesi secondo cui Giuseppe Myy esercitasse in comune con il padre GIORGIO ed il fratello Carlo

l'attività imprenditoriale sotto la denominazione di Gioielleria Myy , mentre per la s.r.l. Myy Diffusione

(costituita durante il matrimonio) fosse opportuno disporre una CTU onde accertare la sussistenza di

utili al momento dello scioglimento della comunione, la documentazione prodotta provasse che unico

titolare della impresa Gioielleria fosse il padre dell'appellato, mentre invece non sussisteva alcun

documento attestante la partecipazione di Giuseppe Myy alle attività imprenditoriali ed agli utili

d'impresa, mentre - quanto alla Myy Diffusione srl - tale società, sempre sulla base della documentazione

prodotta, presentasse, al momento dello scioglimento, perdite di bilancio e praticamente nessun utile; b

quanto alle richieste istruttorie per l'assunzione di prove testimoniali e di una CTU, avanzate

dall'appellante (e già respinte in primo grado), le prime si rivelassero chiaramente inidonee a fornire

elementi idonei a superarele prove documentali, mentre la seconda non si rendesse proponibile in

assenza di qualsivoglia elemento che facesse presumere la non regolarità dei bilanci.

Quanto infine all'appello incidentale del Myy e relativo alla mancata assunzione in computo - ai fini della

ricostruzione della massa - anche dei beni mobili e del denaro di pertinenza dell'appellante all'atto

dello scioglimento della comunione, la corte rilevava come esso si rivelasse del tutto estraneo ai

contenuti della decisione impugnata, la quale si era limitata, con sentenza parziale, ad affermare solo in

generale la fondatezza della pretesa di vedere accertati i diritti di comunione sul denaro e sui valori

mobiliari del convenuto al momento dello scioglimento della comunione.

Ricorre per Cassazione la Nxx , sulla base di 3 motivi illustrati da memoria.

Resiste, con controricorso e ricorso incidentale definito"eventuale", il Myy , il quale ha depositato altresì

memoria.

Motivi della decisione

va preliminarmente disposta la riunione dei due ricorsi, ai sensi dell'art. 335 c.p.c., attesa l'evidente ed

intima connessione sussistente fra gli stessi.

Con il I motivo del ricorso principale, nel dedurre violazione e falsa ed errata applicazione DELL'ART.

179 LETTERA F) DELLO STESSO ART. 179 SECONDO COMMA, NONCHE' DELL'ART. 177 LETTERA

A), TRAVISAMENTO DEI FATTI, MOTIVAZIONE ILLGICA E CONTRADDITTORIA, la ricorrente,

dopo aver premesso un riepilogo ricostruttivo del regime della comunione legale fra i coniugi e degli

acquisti compiuti separatamente da ciascuno dei coniugi, lamenta come: a) la Corte diAppello abbia

proceduto ad un'interpretazione "abrogans" dell'art. 179 c.c. costruendo una norma secondo la quale la

espressa dichiarazione prevista dalla legge non avrebbe alcuna importanza, dipendendo il carattere

personale dell'acquisto del bene esclusivamente dall'effettivo impiego di danaro di carattere

personale; b) più in particolare, la Corte territoriale abbia finito - male invocando fra l'altro i

precedenti di questa Suprema Corte - con l'applicare una norma diversa del tutto estranea alla

disciplina complessiva della materia, vulnerando tutto il sistema della comunione legale coniugale e la

stessa operatività dello stesso, finendo con l'affidare la soluzione del problema dell'appartenenza del

bene, ad una mera indagine sulla provenienza del denaro impiegato nell'acquisto, tanto da far sì che

l'oggetto della comunione - oltretutto - dipenda da complessi accertamenti e da indagini di

complessissima attuazione.

Il motivo è fondato e va accolto, dovendo affermarsi come si ponga quale frutto di una lettura

evidentemente incongrua (ed in ogni caso asistematica) della disciplina di cui all'art. 179 c.c. (la quale -

in quanto tale, e ciò converrà rammentarlo - rappresenta deroga rispetto al sistema generale della

comunione legale coniugale quale delineato nell'art. 159 c.c.) la tesi - in qualche modo fatta propria dalla

Corte di Appello di Roma (la quale, però, in plurime parti della sentenza sembra equivocare

aggiuntivamente sul soggetto il quale, nel disegno di cui all'art. 179 suddetto, rende, di per sè, in sede

di atto di acquisto, la dichiarazione di cui alla lettera f); soggetto fatto coincidere, a pag. 7 e ss. della

sentenza, non già con il coniuge "acquirente", ma con l'"altro coniuge" non acquirente; il che si pone poi a

fonte aggiuntiva di equivoci, di cui finisce per essere traccia in pronuncia, quali quelli relativi alla natura

meramente opzionale della stessa previsione normativa relativa alla necessità della dichiarazione,

previsione invece contenuta in via generale nella disciplina di cui alla lettera f) in questione) - secondo la

quale, con riguardo ai beni immobili, ed ai beni mobili "registrati" previsti dall'art. 2683 c.c., in tema di

deroga al regime della "comunione legale" coniugale degli effetti reali degli acquisti a titolo oneroso, e

perciò di regime meramente "personale" della relativa loro acquisizione, la "partecipazione" dell'"altro

coniuge" all'atto di acquisto si renderebbe del tutto facoltativa, rendendosi necessarie e sufficienti la

ricorrenza storica dei presupposti di cui alle lettere e), d), f) (e perciò - con ancora più particolare

riguardo a tale ultima lettera - la provenienza del danaro utilizzato per il pagamento, dal trasferimento

di uno dei beni "personali" di cui alle lettere da a) ad e) del primo comma), o la natura personale - ai

sensi delle suddette lettere - del bene "scambiato", ove l'acquisto si realizzi a mezzo "permuta" (nella

estremamente radicale versione di una tale tesi, fatta propria - con gli equivoci aggiuntivi sopra

evidenziati - dalla Corte di Appello di Roma, addirittura la stessa dichiarazione prevista dalla lettera f),

a carico del coniuge acquirente, circa la destinazione del bene acquistato (lettere e) ed) o circa la

provenienza "personale" del danaro utilizzato per il pagamento, o del bene scambiato (lettera f)f si

renderebbe come del tutto opzionale e facoltativa).

Più in particolare, premesso come, in linea più generale, non trovi appunto fondamento alcuno la tesi

radicale recepita nella impugnata sentenza, secondo cui la dichiarazione di cui è onerato il coniuge

acquirente, prevista nella lettera f) del primo comma dell'art. 179 c.c., sarebbe del tutto facoltativa, va

detto come altrettanto destituita di fondamento si riveli la proposizione aggiuntiva secondo la quale, a

sua volta, nel caso dei beni immobili e dei beni mobili registrati, risultando pur sempre il termine

"definente" della natura "personale" dell'acquisto, rappresentato dalla provenienza "personale" del

danaro (o del bene "scambiato"), la mancata partecipazione dell'altro coniuge all'atto, e la conseguente

mancata sua "adesione" alla dichiarazione resa dal coniuge acquirente, non pregiudicherebbe

l'esclusività dell'acquisto di quest'ultimo.

Tutto, infatti, il complesso sistema dell'acquisto solo "personale" dei beni immobili e mobili registrati -

quale descritto dal secondo comma dell'art. 179 c.c. delinea - di tutta evidenza - un trattamento

differenziato in relazione appunto ad un tal tipo di beni, e ciò in ragione degli evidenti profili di

particolare certezza che (nell'ottica del codice del 1942) debbono accompagnarsi alla circolazione dei

beni in questione; esigenze di certezza sintetizzate dal particolare meccanismo di pubblicità per essi

contemplato, e rappresentato dalla "trascrizione"; a tali esigenze di certezza risponde appunto il

profilo per cui il secondo comma dell'art. 179 c.c. - richieda espressamente (nè - a ben vedere - si

rivelano davvero contrastanti le conclusioni tratte da questa Corte con la nota pronuncia Nxx 1556/93, in

quanto quest'ultima ebbe ad avere adoggetto una ipotesi in cui l'acquisto si era realizzato attraverso lo

strumento della "permuta", in relazione al quale ultimo vi è indubbiamente spazio per ritenere che le

esigenze di certezza possano risultare equipollentemente soddisfatte anche sulla base delle risultanze

assicurate dal sistema della continuità delle trascrizioni) - in tali ipotesi - anche la partecipazione

dell'"altro coniuge", il quale presti "adesione" alla dichiarazione resa dal coniuge "acquirente"; un'

"adesione" avente contenuto di ricognizione del ricorso dei presupposti per la "personalità"

dell'acquisto.

Trattasi - di tutta evidenza - di una fattispecie complessa, al cui perfezionamento, in un disegno

normativo del tutto compatto ed unitario, concorrono, ad un tempo, il ricorso effettivo dei presupposti

di cui alla lettera f) (o delle lettere e) ed)) dell'art. 179, la relativa dichiarazione resa dal coniuge

"acquirente esclusivo", e la partecipazione - all'atto - dell'altro coniuge; fattispecie in relazione alla

quale - pertanto - non è dato in alcun modo di distinguere (come invece pretenderebbe di fare la

sentenza) fra un "piano meramente interno" del problema, ristretto ai rapporti ed alle contestazioni

fra i coniugi, ed un piano esterno concernente invece le controversie con i terzi.

Nè coglie nel segno la impugnata sentenza laddove ritiene di poter rinvenire un conforto alle sue tesi in

un preteso indirizzo conforme di questa Suprema Corte suppostamente consacratosi nella pronuncia Nxx

7437/94. Ed infatti - al di là di taluni aspetti "espansivi" manifestati dalla relativa massima - anche nel

caso della pronuncia in questione, nessun principio diverso risulta affermato, non vertendosi - nel caso

concretamente con essa pronuncia deciso - in tema di un acquisto di beni immobili o "mobili registrati",

ma in tema di acquisto di "azioni", estraneo - in quanto tale - alleesigenze di certezza sintetizzate dal

sistema di pubblicità della "trascrizione".

Lo stesso dicasi anche in relazione ad altra più recente pronuncia di questa Corte (la Nxx 2954/03), nella

quale questa Corte ha affrontato - in realtà - il ben diverso tema della natura rivestita dalla

dichiarazione adesiva resa dal coniuge "non acquirente" allorchè, per il fatto del difetto dei

presupposti, la dichiarazione in questione abbia ad acquisire i connotati della "rinuncia" alla comunione

dell'acquisto, e non ha affatto preso posizione difforme in ordine alla necessità - comunque - della

partecipazione - all'atto - dell'"altro coniuge".

Nessun ingresso possono invece trovare - siccome entrambi inammissibili - il 2^ ed il 3^ motivo del

ricorso principale, con i quali la ricorrente lamenta rispettivamente: VIOLAZIONE e

FALSAAPPLICAZIONE DELL'ART. 178 C.C.. INSUFFICIENTE E CONTRADDITTORIA

MOTIVAZIONE (in relazione alla esclusa - dalla Corte di Appello di Roma - comproprietà per

comunione ex art. 178 e. e, sui beni destinati all'esercizio dell'impresa Gioielleria Myy , sugli incrementi

dell'impresa e sui proventi di essa; impresa dapprima esercitata insieme al padre e ad un fratello, e poi

confluita - a dire della ricorrente - in una società in accomandita semplice affidante al marito il ruolo

del socio accomandante), nonchè ANCORA VIOLAZIONE E FALSA ED ERRATA APPLICAZIONE

DELL'ART. 178 C.C. (in relazione alla esclusa - dalla Corte di Appello di Roma - contitolarità degli utili e

degli incrementi dell'Azienda "Myy diffusione s.r.l., costituita - sempre a dire della ricorrente - durante

il matrimonio).

Entrambi i motivi, infatti, nel confluire in finali censure sollevate avverso la mancata ammissione di

mezzi di prova dedottamente destinati a comprovare i presupposti delle domande da essa Nxx formulate

ai sensi dell'art. 178 (prova per interrogatorio formale e per testi, quanto alla Gioielleria Myy , -

consulenza tecnica, quanto alla "Myy Diffusione s.r.l.), difettano sia sotto il profilo stesso

dell'autosufficienza (posto che del contenuto specifico di tali prove e della stessa richiesta di CTU si

omette - oltretutto - in ricorso ogni compiuta trascrizione), sia sotto il profilo della stessa più generale

ammissibilità, posto che essi si traducono -oltretutto, in relazione a profili della controversia

inadeguatamente illustrati in sede di esposizione sommaria dei fatti, e perciò condannati a rimanere

confusi e generici (particolarmente vaghi si rivelano - ad esempio - i riferimenti operati dalla ricorrente

alla Myy Diffusione s.r.l., di cui non è dato neppure trarre più compiutamente il dedotto assetto

societario interno), ed in parte anche incontrollabili circa i termini effettivi del loro pregresso ingresso

nel dibattito processuale di merito (vedi i riferimenti alla dedotta veste societaria di s.a.s. assunta, da

ultimo, dalla dedotta partecipazione del marito alla Gioielleria paterna, veste della quale non è menzione

alcuna in sentenza) - in mere censure di merito alle concrete conclusioni tratte dalla Corte di Appello di

Roma allorchè (con percorso motivazionale di per sè immune da vizi logico giuridici e perciò non

censurabile in questa sede) non ha ritenuto comprovati i presupposti per l'operatività dell'art. 178 c.c..

Non miglior sorte merita l'unico motivo del ricorso incidentale (qualificato dallo stesso Myy come

"eventuale"), con il quale,nel dedurre VIOLAZIONE DELL'ART. 177 C.C. IN RELAZIONE ALL'ART.

360 Nxx 3 C.C., il controricorrente deduce che, nell'ipotesi in cui il ricorso della Nxx dovesse essere

accolto, la sentenza dovrà essere cassata anche in relazione al profilo per cui la Corte di Appello di

Roma avrebbe finito - sempre a dire del controricorrente - per recepire la decisione con la quale il

Tribunale avrebbe in realtà limitato la ricostruzione della massa, al solo danaro e ai soli valori mobiliari

nella disponibilità di esso resistente al momento dello scioglimento della comunione, ed avrebbe escluso

ogni analogo accertamento degli analoghi beni risultanti nella disponibilità della ricorrente.

Il motivo si rivela, infatti, del tutto inammissibile, posto che esso si rende del tutto generico e non

pertinente rispetto agli stessi contenuti effettivi della sentenza impugnata, la quale, sul punto, lungi

dall'avere affermato quanto attribuitole dal controricorrente, si conduce - proprio in recepimento del

principio difeso dal controricorrente - a rilevare come lo stesso Tribunale, con la sua sentenza parziale,

non abbia giammai affermato il contrario, e come la causa stessa sia stata fatta invece proseguire

proprio al fine di determinare la massa dei beni, lasciando perciò impregiudicate le ragioni del Myy . Un tal

profilo di assorbente inammissibilità del ricorso incidentale esime - fra l'altro - dal dover prendere

posizione sulla sezione terminale del ricorso incidentale, nella quale, con formulazione oltretutto di

ardua decifrazione, il controricorrente, nel dare conto della valenza della qualificazione di "eventualità"

data al proprio ricorso, ipotizza, come possibile impegno di questa Corte di Cassazione, la effettuazione

di una indagine di mero fatto quale quella rappresentata dalla interpretazione da dare ad una

convenzione inter partes del 13/5/91, la quale sfugge ad ogni possibilità di esame diretto di questa

Corte.

Nei termini e nei limiti sopra chiariti, la sentenza della Corte di Appello di Roma va pertanto cassata e

la causa va rinviata ad altra sezione della corte di Appello di Roma la quale riesaminerà il profilo

relativo all'acquisto dell'immobile di via Nxx , alla luce del principio sopra affermato in relazione al 1^

motivo, e provvedere anche in ordine alle spese di questa fase.

P.Q.Myy

La Corte riunisce i ricorsi. Accoglie il 1^ motivo del ricorso principale e dichiara inammissibili il 2^ ed il

3^ motivo del ricorso principale, nonchè il ricorso incidentale. Cassa in relazione al motivo accolto e

rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

Così deciso in Roma, il 3 giugno 2004.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2004.



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