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Tribunale di Torre Annunziata, Sez. dist. di C.mare di Stabia, sent n. 209 del 26/11/2004


Assicurativo

CARTELLO RC AUTO: PRIMA SENTENZA DI APPELLO – ESCLUSA LA COMPETENZA FUNZIONALE DELLA CORTE DI APPELLO.- RISARCIMENTO DANNI – LIQUIDAZIONE EQUITATIVA DEL DANNO EX ART. 1226 C.C. – CONFERMA DELLA CONDANNA ALLA RESTITUZIONE DEL 12,65% DEL PREMIO COMPLESSIVAMENTE VERSATO.

Si segnala all’attenzione dei lettori una recente sentenza del Tribunale di Torre Annunziata sezione distaccata di Castellammare di Stabia (n.209/04 del 26.11.2004 ) con cui è stato respinto l’appello proposto da una compagnia assicuratrice avverso una sentenza del Giudice di pace ed avente ad oggetto la richiesta di un consumatore alla restituzione delle maggiori somme versate per premio r.c.a. a seguito di accordo di cartello, sanzionato con provvedimento dell’autorità garante per la concorrenza ed il mercato n.8546 del 28.7.2000 (trattasi di giudizio deciso secondo diritto, instaurato dopo il 10.2.2003, termine previsto dall’art.1 bis D.L. 8.2.2003 n.18 convertito .in legge 7.4.03 n.63 ).

Il Giudice di appello, con motivazione ampia ed articolata, ha affrontato preliminarmente il tema della competenza funzionale ai sensi dell’art.33 II comma della legge antitrust (n. 287/90), affermando la competenza del Giudice di Pace sul presupposto “ che la competenza della Corte di appello opera (oltre che per le controversie fra imprese cui è in primis diretta), solo quando si tratti di accertare l’esistenza di un comportamento anticoncorrenziale ed eventualmente sanzionarlo… quando invece tale accertamento sia stato già compiuto e venga invocato quale - presupposto - per la richiesta di relativi danni, si applicheranno gli ordinari criteri di competenza”.

Nel merito della controversia, qualificando la domanda di risarcimento di danni ex art. 2043 c.c., il giudice di secondo grado ha ritenuto corretto il ragionamento seguito dal Giudice di pace nella determinazione concreta del danno da risarcire con l’applicazione dell’art. 1226 c.c. e liquidando l’importo pari al 12,65% del premio complessivamente versato per il periodo in riferimento.

Infine il giudice ha ritenuto legittimo l’intervento di un’associazione di consumatori ai sensi della legge 281/98 ravvisando nella fattispecie l’interesse ad agire in giudizio per la tutela di interessi collettivi, “stante il presupposto dell’accertamento di un comportamento illecito e produttivo di danni per l’intera categoria dei consumatori

Appello avverso sentenze "antitrust": confermata la competenza del Giudice di Pace

Fonte: http://www.assoforensestabiese.com/giuris/appelloantitrust.asp

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice Monocratico del Tribunale di Torre Annunziata, sez. distaccata di Castellammare di Stabia, dott. Del Sorbo Vincenzo, ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 603/C R.G.A.C. dell’anno 2003, avente ad oggetto: APPELLO

TRA

s.p.a. XX, in persona del legale rapp. pro-tempore, elett. dom. in Castellammare di Stabia, via X, unitamente agli avv. XX, che la rapp. e dif. giusta procura generale ad lites del ... –

appellante

E

X. X., elett. dom. in Castellammare di Stabia, presso l’avv. X che lo rapp. e dif. giusta procura a margine dell’atto di citazione in 1° grado--

appellato

NONCHÉ

CO.DA.CONS. (Coordinamento delle associazioni per la tutela dell’ambiente e per i diritti degli utenti e dei consumatori), sede regionale in Salerno, in persona del Presidente della sez. di Castellammare di Stabia, elett. dom. quivi, presso l’avv. X che lo rapp. e dif. giusta procura a margine della comparsa di intervento in I grado –

interventore in primo grado – appellato

CONCLUSIONI

Per l’appellante:accoglimento dell’appello e vittoria di spese.

Per l’appellato: rigetto dell’appello e spese con attribuzione.

Per l’appellato Codacons: rigetto dell’appello e spese con attribuzione.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato addì 13.10.2003 la s.p.a. XX proponeva appello avverso la sentenza n. 1710 del 18/25.6.03 del Giudice di Pace di Castellammare di Stabia, esponeva che, con atto di citazione notificato addì 19.2.03, X.X. conveniva innanzi al Giudice di Pace di Castellammare di Stabia, la s.p.a. XX per ottenere la ripetizione di parte del premio da esso pagato per la polizza R.C.A. relativa al proprio veicolo, per il periodo dal 5.7.99 al 5.7.2000.

A sostegno parte attrice sosteneva che la Compagnia Assicuratrice aveva aumentato illecitamente l’importo dei premi (in misura superiore alla media europea) sulla base di un accordo di cartello intervenuto con altre Compagnie Assicuratrice e sanzionato dal provvedimento n. 8846 del 28.7.2000 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (provvedimento poi confermato dal Tar Lazio e dal Consiglio di Stato).

In sostanza la s.p.a. XX avrebbe abusato del proprio potere di mercato (ottenuto tramite l’accordo di cartello) dando luogo ad aumenti indebiti.

Nel giudizio innanzi al G.d.P. si costituiva essa appellante che eccepiva:

l’incompetenza per materia in favore della Corte d’appello;

il difetto di legittimazione attiva della parte attrice;

l’intervenuta prescrizione;

l’infondatezza nel merito.

Nel corso del giudizio si costituiva altresì il Codacons, che spiegava intervento adesivo autonomo, aderendo alle richieste dell’attore e chiedendo il pieno accoglimento della domanda.

Con l’impugnata sentenza il Giudice di Pace accoglieva la domanda e condannava essa s.p.a. XX al pagamento della somma di € 110,67, oltre accessori.

La sentenza però andava integralmente riformata perché:

nella fattispecie andava dichiarata l’incompetenza per materia del Giudice di Pace a favore della Corte d’Appello (in primo ed unico grado di merito), ai sensi dell’art. 33, II comma, della Legge antitrust (legge n. 287/90);

comunque avrebbe dovuto essere accolta l’eccezione di incompetenza territoriale o in favore del giudice del luogo in cui aveva sede essa compagnia assicuratrice (ex art. 19 c.p.c.) ovvero, ex art. 20 c.p.c., con l’individuazione del forum commissi delicti presso la sede operativa dell’impresa che aveva impartito le direttive denunciate come pregiudizievoli;

doveva essere rilevato il difetto di legittimazione ad agire di parte attrice, perché la normativaantitrust” di cui alla L. 287/90 riguardava solo le imprese e non anche i consumatori finali;

in ogni caso non era stato commesso alcun illecito da parte di essa compagnia assicuratrice e conseguentemente non v’era alcun danno risarcibile: ammesso e non concesso che vi fosse stato un comportamento antigiuridico, ciò non aveva causato alcun danno, né di tale sussistenza era stata fornita prova;

ugualmente non era stata fornita alcuna prova circa l’entità del preteso danno;

non era stato considerato i comportamento dell’attore che anche dopo la decisione dell’Autorità Garante (28.7.2000) aveva continuato ad assicurarsi presso essa s.p.a. XX, ritenendolo evidentemente equo;

doveva essere accolta l’eccezione di prescrizione, perché a norma dell’art. 2952, co. II, del cod. civ., i diritti derivanti dal contratto di assicurazione si prescrivono in un anno;

l’intervento del Codacons doveva essere dichiarato inammissibile sia perché il Presidente della sezione di Castellammare di Stabia non aveva alcuna rappresentanza processuale, alla luce dello Statuto, non avendo dimostrato di far parte del Comitato di Presidenza, sia perché il Codacons non poteva vantare un proprio diritto alla decisione, dal momento che le conseguenze negative del fatto non si ripercuotevano sulla propria sfera giuridica.

Per tutti questi motivi essa Compagnia concludeva per l’accoglimento dell’appello e perché in riforma della sentenza impugnata fosse rigettata la domanda avanzata in primo grado, con la condanna sia della parte attrice che dell’interventore alla restituzione di tutte le somme già ad essi pagate. Con vittoria delle spese del doppio grado.

Instauratosi il contraddittorio si costituiva X.X. Michele che deduceva innanzitutto l’inammissibilità dell’appello sul rilievo che esso era stato introdotto dal c.d. “decreto salva compagnie” senza considerare che tale decreto era stato impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale (n.d.r.: trattasi del D.L. 18 dell’8.2.03, conv. con modifiche da L. 7.4.03 n. 63 che modificando l’art. 113 c.p.c. ha previsto che “Il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all’articolo 1342 del codice civile”; conseguentemente tali cause, anche se di valore inferiore ad € 1.100,00 – come quella in esame – sono soggette ad appello ex art. 339 c.p.c.).

Nel merito deduceva l’infondatezza dell’appello, chiedendone il rigetto con vittoria di spese.

Si costituiva altresì il Codacons che argomentava per l’ammissibilità dell’intervento spiegato in primo grado, attesa la dimensione pubblicistica delle “formazioni sociali intermedie”, in linea con quanto ritenuto dal Legislatore, che con la L. 30.7.98 n. 281 aveva riconosciuto il ruolo svolto nell’attuale società dalle associazioni di consumatori, per cui il Codacons poteva “legittimamente vantare un diritto soggettivo al risarcimento del pregiudizio subito dagli associati”.

Al riguardo evidenziava che ai sensi della citata L. 281/98 venivano riconosciuti come fondamentali il diritto:

- alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi;

- alla erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità ed efficienza;

- ad una adeguata informazione e ad una corretta pubblicità

e sempre secondo la citata legge (art. 3) le associazioni dei consumatori erano legittimate ad agire a tutela degli interessi collettivi richiedendo al giudice competente:

a) di inibire gli atti ed i comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti;

b) di adottare le misure idonee a correggere o eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate;

c) di ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani.

Chiedeva pertanto il rigetto dell’appello con vittoria di spese e con condanna altresì dell’appellante al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c.

Acquisito agli atti il fascicolo di primo grado, sulle conclusioni di cui in epigrafe questo giudice assegnava la causa a sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

SULL’INCOMPETENZA PER MATERIA

Preliminarmente la sentenza impugnata va condivisa laddove rigetta l’eccezione di incompetenza per materia, proposta con riferimento all’art. 33 L. 287/90 (c.d. legge antitrust) ed a favore della Corte d’Appello in unico grado.

Ed infatti va osservato che (come invero messo in luce dalle parti stesse) la Cass. ha già avuto modo di occuparsi del problema, con la sentenza n. 17475/2002, ritenendo essenzialmente che la normativa antitrust posta dalla legge 287/90 si riferisce alle imprese e non alle azioni di responsabilità proposte da un consumatore privato.

E’ vero che tale orientamento non è per nulla pacifico né in Dottrina né in Giurisprudenza (v. fra l’altro la sent. 1091/2004 di questo Tribunale citata dall’appellante) e che il contrasto si è manifestato all’interno della stessa Suprema Corte, così che la questione è ora al vaglio delle Sezioni Unite.

In attesa di tale intervento chiarificatore, questo giudice ritiene che nella fattispecie in esame non sussista la competenza per materia di cui al citato art. 33 comma 2°, sulla base delle seguenti considerazioni:

- innanzitutto va premesso che la norma in esame non è affatto chiara. Essa recita infatti “Le azioni di nullità e di risarcimento del danno, nonché i ricorsi intesi ad ottenere provvedimenti di urgenza in relazione alla violazione delle disposizioni di cui ai titoli dal I al IV sono promossi davanti alla corte d’appello competente per territorio”.

Appare evidente che la competenza della Corte d’Appello viene determinata con riferimento alla “violazione delle disposizioni di cui ai titoli dal I al IV” ed è sull’individuazione di tali “disposizioni” (e della relativa “violazione”) che va fissata l’attenzione dell’interprete.

Ciò posto va notato che l’art. 1 della Legge recita testualmente: “Le disposizioni della presente legge ... si applicano alle intese, agli abusi di posizione dominante e alle concentrazioni di imprese” (tali concetti vengono meglio specificati negli articoli successivi).

Sembra quindi che la competenza di cui all’art. 33 possa essere configurata solo laddove si debba discutere circa l’individuazione di un atto anticoncorrenziale vietato: se così è, le azioni di “risarcimento del danno” vengono attratte alla Corte d’Appello solo laddove proposte insieme alla domanda volta a sanzionare un atto vietato dalla Legge Antitrust.

Viceversa nella fattispecie in esame non si discute affatto circa l’esistenza o meno di una condotta anticoncorrenziale che è semplicemente “presupposta” (siccome accertata dall’Autorità Garante e da successivo vaglio del Giudice Amministrativo) quale “fatto” generatore di un danno risarcibile ex 2043 cod. civ.

Infatti non è stato convenuto tutto il “cartello” delle imprese assicuratrici per discutere circa la sussistenza o meno di una “intesa vietata” come invece sarebbe stato verosimilmente necessario laddove si fosse azionata la speciale competenza dell’art.33;

- sempre l’art. 1 della legge recita: “Le disposizioni della presente legge in attuazione dell’articolo 41 della Costituzione a tutela e garanzia del diritto di iniziativa economica ...”.

Sembra pertanto evidente che la Legge Antitrust è nata espressamente e principalmente per la tutela di quei soggetti che operano sul mercato e vi intraprendono una qualche “iniziativa economica”, cioè le imprese;

- quanto esposto nei due punti che precedono non significa che al consumatore si impedito tout court di agire per far accertare una condotta anticoncorrenziale (ovviamente sempre che leda direttamente i suoi interessi).

Così come messo in luce da autorevole Dottrina e dalla stessa Giurisprudenza Comunitaria anche il consumatore potrà agire per ottenerne la cessazione ed il consequenziale risarcimento del danno.

Tuttavia la possibilità che un privato possa chiedere ed ottenere la cessazione di un comportamento anticoncorrenziale è men che teorica:

innanzitutto deve trattarsi di comportamento che riguardi il “mercato nazionale” o “una sua parte rilevante”, inoltre è quasi impossibile per il singolo avere contezza dell’esistenza di un comportamento anticoncorrenziale e men che mai riuscire a darne dimostrazione; in ogni caso va considerata l’obiettiva difficoltà che il singolo si troverebbe ad affrontare se fosse costretto ad adire sempre e solo la Corte d’Appello anche per azioni di risarcimento che hanno quasi sempre un valore molto modesto (difficoltà legate ai tempi di decisione verosimilmente più lunghi ed ai costi sicuramente più alti da affrontare: tra l’altro dinanzi al G.d.P. è possibile la difesa personale).

Ritenere pertanto che in subiecta materia le azioni di risarcimento danni proposte in via consequenziaria (vale a dire dopo l’avvenuto accertamento di u comportamento anticoncorrenziale in altra sede) debbano necessariamente proporsi sempre alla Corte d’Appello significherebbe pertanto sminuire – ed in maniera sostanziale – il diritto di difesa costituzionalmente garantito;

- ragionare come sopra contrasta non solo con la nostra Costituzione, ma altresì con i principi sanciti a livello comunitario.

Qui infatti è costante e ricorrente l’affermazione che “In mancanza di una disciplina comunitaria in materia di azioni di risarcimento del danno, spetta all’ordinamento giuridico di ciascuno Stato membro designare i giudici competenti a stabilire le modalità procedurali de ricorsi intesi a garantire la tutela dei diritti spettanti ai singoli in forza dell’effetto diretto del diritto comunitario, purché dette modalità non siano meno favorevoli di quelle che riguardano ricorsi analoghi di natura interna né rendano impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario” – Corte Giustizia CE, 20 settembre 2001, n. 453.

Inoltre sempre la stessa sentenza della Corte di Giustizia afferma che “La parte che abbia subito danni per effetto della violazione dell’art. 85 (ora 81) Ce da parte di altro contraente, può rivolgersi al giudice nazionale per ottenere il risarcimento dei danni subiti”.

Orbene qual è questo “giudice nazionale”?

Non sembra proprio che possa trattarsi della Corte d’Appello sia perché il “processo antitrust” si è già concluso e bisogna semplicemente valutare le conseguenze di quell’accertamento, sia soprattutto perché la Legge 287/90, all’art.1 prevede espressamente che essa non si applica per i comportamenti anticoncorrenziali ricadenti sotto la normativa comunitaria.

E’ quasi superfluo ricordare che le due normative non sono affatto in contrasto fra di loro, ma più semplicemente concernono ambiti territoriali diversi: sembrerebbe pertanto assurdo ritenere che i risarcimenti del danno consequenziali ad una pronuncia comunitaria si debbano proporre seguendo gli ordinari criteri di competenza mentre per quelli conseguenza di comportamenti ricadenti sotto la legge 287/90 si debba invece adire al Corte d’Appello;

- si aggiunga ancora che (soprattutto nella Giurisprudenza Comunitaria) l’affermazione del principio che la tutela antitrust spetta anche ai singoli (o consumatori che dir si voglia) viene effettuata nell’ottica di riconoscere agli stessi una tutela “ulteriore” rispetto ai rimedi giurisdizionali normalmente riconosciutigli: non sembra pertanto possibile ricavare da ciò la conclusione che in tema di risarcimento tale tutela sia “assorbente” anche laddove non vi sia più un comportamento anticoncorrenziale da accertare (proprio perché – come si è visto – il ricorso alla Corte d’Appello rende obiettivamente “più difficile l’esercizio dei diritti”, il che quindi si pone esplicitamente in contrasto con quanto invece previsto a livello comunitario).

Si deve pertanto concludere che:

- la tutela antitrust postula la competenza “specializzata” delle Corti d’Appello nell’ottica di una omogeneizzazione ed uniformità ed in considerazione del fatto che le pronunce rese in materia sono relative ad ambiti territoriali molto estesi (tutto il mercato nazionale ovvero una parte “rilevante” di esso);

- tuttavia essa opera (oltre che per le controversie fra imprese cui è in primis diretta ?), solo quando si tratti di accertare l’esistenza di un comportamento anticoncorrenziale ed eventualmente sanzionarlo. In tale ipotesi la Corte conoscerà anche delle azioni di risarcimento danni consequenziali;

- quando invece tale accertamento sia stato già compiuto e venga invocato quale “presupposto” per la richiesta dei relativi danni, si applicheranno gli ordinari criteri di competenza;

- infine si noti che l’interpretazione contraria a quella di cui sopra porrebbe seri problemi di coordinamento con la normativa speciale posta a tutela dei consumatori sia in ambito comunitario (prima) che in quello nazionale (poi).

E’ indubbia infatti la considerazione che il “diritto speciale dei consumatori” (di “creazione” relativamente recente e tuttora in fieri) va nella direzione di riconoscere una tutela quanto mai pregnante ed effettiva al singolo nei confronti dell’imprenditore e che tale tutela si articola fra l’altro anche sul piano squisitamente processuale laddove (v. ad es. art. 1469 bis del cod. civ.) stabilisce il “foro del consumatore” e prevede come vessatoria la clausola contraria.

Il che ovviamente si scontra con la previsione della competenza della Corte d’Appello e cioè di un Ufficio che vuoi per posizione geografica vuoi per maggiori costi d’accesso non agevola certo la tutela del consumatore.

SULL’INCOMPETENZA PER TERRITORIO.

Proprio il discorso di cui sopra porta altresì al rigetto dell’eccezione di incompetenza per territorio, posto che a noma dell’art. 1469 bis (3° comma n. 19) il foro competente è quello del consumatore (residenza o domicilio elettivo).

In ogni caso andrebbe comunque rilevato che l’eccezione di incompetenza per territorio non risulta formulata tempestivamente in primo grado.

SULL’ECCEZIONE DI MANCANZA DI LEGITTIMAZIONE ATTIVA

L’appellante sostiene che la normativa antitrust si applica alle sole imprese per inferirne che il consumatore finale non è legittimato ad azione di condanna.

Tale tesi è ictu oculi manifestamente infondata perché a ciascun cittadino è riconosciuto il diritto di agire in giudizio per la tutela di un suo diritto (art. 24 della Costituzione) e qui si tratta appunto di valutare se il comportamento tenuto dalla Compagnia appellante sia stato o meno fonte di un danno ingiusto per l’appellato.

SULL’ECCEZIONE DI PRESCRIZIONE

L’appellante deduce che nella specie si applicherebbe la prescrizione annuale dei diritti derivanti dal contratto di assicurazione, ai sensi dell’art. 2952 cod. civ.

L’eccezione è infondata. Come si vedrà meglio infra, l’azione proposta in primo grado va qualificata come risarcimento del danno ex art. 2042 cod. civ. ed è quindi soggetta alla prescrizione quinquennale di cui all’art. 2947 cod. civ.

SULL’INTERVENTO DEL CODACONS

Innanzitutto esso Codacons risulta ritualmente costituito, dal momento che il Presidente della sede di Castellammare di Stabia ha - nell’ambito del suo territorio – le stesse funzioni dei vicepresidenti nazionali (v. l’esibita dichiarazione del Presidente Regionale del Codacons Campania, vistata altresì dal Presidente Nazionale) ed a questi ultimi l’art. 16 dello Statuto (esibito dall’interventore) riconosce espressamente la rappresentanza processuale.

Ciò premesso va condivisa l’ammissibilità dell’intervento del Codacons (così come ritenuta dal primo giudice) poiché allo stesso (inserito nell’elenco delle associazioni dei consumatori) va riconosciuta la legittimazione ad agire in giudizio per la tutela di interessi riferibili alla categoria, in virtù della L. 281/98 e come ormai comunemente ritenuto in giurisprudenza.

In particolare si noti che l’art. 3 della Legge in questione riconosce la legittimazione ad agire “a tutela degli interessi collettivi” ed è indubbio che nella fattispecie in esame la citazione introduttiva postula o meglio presuppone l’accertamento di un comportamento illecito e produttivo di danni per l’intera categoria dei “consumatori”.

SULLA QUALIFICAZIONE DELLA DOMANDA

Occorre innanzitutto qualificare la domanda, come azione di risarcimento del danno da illecito extracontrattuale così correttamente ritenuto dal primo giudice:

ed infatti (indipendentemente dal riferimento piuttosto generico che nella citazione si fa all’art. 2033 nel mentre contemporaneamente si chiede la declaratoria di responsabilità della convenuta compagnia, per la violazione della normativa antitrust) va al riguardo osservato che la causa petendi viene espressamente indicata nella violazione della normativa antitrust consistente nell’aver posto in essere un’intesa vietata e sanzionata dall’Autorità Garante. Tale comportamento, illecito per definizione, ha nell’ipotesi attorea determinato un ingiustificato aumento dei premi di polizza e cioè ha determinato un danno per il cui ristoro/restituzione si agisce.

Invece non può assolutamente essere ritenuta sussistente un’ipotesi di indebito oggettivo per la semplice considerazione che il premio risulta pagato a fronte di una regolare polizza assicurativa mentre il presupposto dell’indebito è dato dall’inesistenza di un titolo (sia ab origine sia per un vizio che ne determina l’invalidità) e non anche da un titolo di per sé valido ed efficace, ma che ha visto semplicemente l’importo della prestazione a carico di una parte falsato dal comportamento contra legem dell’altra parte.

MERITO IN GENERE

Nel merito non si rinvengono censure degne di apprezzamento, da muovere all’impugnata sentenza, che pertanto andrà confermata in ogni sua parte.

Va innanzitutto osservato che risulta pacifica (e non oggetto di gravame) la sussistenza fra le parti di un contratto di assicurazione per la r.c.a. per il periodo temporale e gli importi corrisposti quali premio così come acclarati dal giudice di primo grado.

Ciò premesso la domanda attorea può essere esaminata secondo il seguente schema in cui ogni punto presuppone necessariamente la sussistenza di quelli precedenti:

1- valutazione dell’esistenza o meno di un “intesa” vietata dalla normativa antitrust (comportamento antigiuridico) cui abbia partecipato anche la Compagnia appellante;

2- conseguenze prodotte da tale intesa sui premi delle polizze r.c.a. in genere e su quelle dedotte in giudizio in particolare (nesso di causalità e sussistenza di un danno generico);

3- quantificazione degli aumenti dei premi delle polizze dedotte in giudizio come conseguenza di quell’intesa (quantificazione del danni in concreto).

ESISTENZA DI UNA INTESA VIETATA AI SENSI DELLA NORMATIVA ANTITRUST

La circostanza non è stata oggetto di impugnazione e risulta quindi definitivamente acclarata.

Del resto anche in primo grado ciò è pacifico.

Ed infatti l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con la sua decisione n. 8546 del 28.7.2000 ha verificato la violazione della norma di cui all’art. 2 della L. 287/90.

In particolare l’Autorità ha accertato:

“48. In data 21 settembre 1999 sono state effettuate verifiche ispettive presso le sedi di cinque delle imprese di assicurazione coinvolte e presso l’associazione di categoria, ANIA. Nel corso di tali verifiche è stata rinvenuta documentazione relativa sia alle politiche ”assuntive“ delle imprese sia ad un’attività di scambio di informazioni, avente ad oggetto, tra l’altro, i premi commerciali e le condizioni contrattuali, realizzata da numerose imprese di assicurazione, attraverso il ricorso ad una società esterna, RC Log”.

L’Autorità è partita dalla considerazione che in virtù della L. 990/69 (e successive modificazioni ed integrazioni) sussiste l’obbligo della copertura assicurativa per la R.C.A. e che per effetto della Direttiva 92/49/CEE66 (recepita nel Decreto Legislativo 17 marzo 1995, n. 175) “le tariffe nel ramo della responsabilità civile auto, precedentemente sottoposte, in Italia come nella gran parte dei paesi europei, ad un regime di prezzi amministrati, sono state liberalizzate. La liberalizzazione riguarda anche le condizioni generali di contratto”

L’Autorità ha altresì tenuto conto del fatto che a norma del Regolamento della Commissione CE n. 3932/92 nel settore assicurativo sono consentiti quegli accordi (altrimenti vietati) “finalizzati alla sola raccolta in comune di statistiche ... necessarie per la corretta stima del rischio da assicurare” limitatamente al calcolo del c.d. “premio puro” (depurato cioè non solo delle tasse, ma anche dei caricamenti estranei al rischio da assicurare, quali le spese amministrative, i margini di sicurezza, il calcolo di eventuali riserve e così via) nel mentre rimane vietata (non solo la pratica diretta alla determinazione concordata del premio finale da applicare) la collaborazione che comporti scambi di informazioni non limitate al solo rischio puro.

L’Autorità ha ancora accertato che:

115. Dalla documentazione acquisita nel corso del procedimento è emersa l’esistenza di un esteso e pervasivo scambio di informazioni tra numerose imprese relativo a tutti gli aspetti dell’attività assicurativa, ovvero prezzi, sconti, incassi, costi dei sinistri e di distribuzione, ecc.

Una parte rilevante di questo scambio di informazioni si realizza attraverso i servizi resi da RC Log, società di consulenza specializzata nel settore assicurativo. Tuttavia, dalla documentazione agli atti del procedimento emerge l’esistenza di una diffusa pratica di scambio di informazioni strategiche, realizzata anche in virtù di scambi diretti tra un numero ristretto di imprese.

Ed inoltre nel corso della minuziosa attività istruttoria è stato accertato che:

119. Infine, nel corso dell’ispezione presso Sara del 21 settembre 1999 è stato reperito un documento manoscritto contenente appunti relativi ad una riunione svoltasi presso l’ANIA il 7 settembre 1999, nel quale sono indicate in anticipo le date di adozione di nuovi tariffari fino al gennaio 2000 per le imprese presente alla riunione: SAI, Cattolica, Unipol, Assitalia, Meie, Toro, Lloyd Adriatico, GAN, Reale Muta e Generali. Per alcune imprese vi sono ulteriori indicazioni, quali la frequenza prevista di introduzione di nuovi tariffari (“ogni 4 mesi”), l’entità e la composizione degli aumenti dei premi.

120. Tale documentazione testimonia l’esistenza di una abitudine delle stesse a scambiarsi informazioni strategiche sul proprio portafoglio e sulle proprie scelte commerciali future, e consente di inquadrare lo scambio di informazioni realizzato tramite RC Log all’interno di un contesto di mercato nel quale la collaborazione tra imprese è molto elevata.

Risulta ancora accertato che le Compagnie di Assicurazione – tra cui quella convenuta nel presente giudizio – tramite gli “osservatori” (in pratica delle strutture operative fra cui qui interessa in particolare l’Osservatorio RCA costituite in seno alla società RC LOG) si scambiavano importanti informazioni concernenti ciascun momento operativo e

130. In particolare, attraverso l’osservatorio RCA – nato nel 1994 – le imprese possono conoscere direttamente e analiticamente le tariffe delle imprese monitorate. Conseguentemente le imprese hanno contezza dei prezzi finali praticati dai concorrenti per un numero estremamente elevato di possibili profili tariffari... Ogni assicurato può essere descritto da un insieme di parametri (età, sesso, caratteristiche del veicolo, classe di bonus/malus e così via). Tale combinazione di parametri è denominata “profilo tariffario” e ogni impresa associa ad ogni profilo tariffario un determinato premio. Considerato il numero di parametri utilizzati, il numero di possibili profili tariffari è estremamente elevato in quanto i forti limiti alla scontistica (c.d. flessibilità tariffaria) fanno sì che la tariffa coincida di regola con il prezzo finale.

(e si noti che l’Autorità ha accertato e descritto l’esistenza di numerosi altri “osservatori” – v. ad es. gli osservatori “Multicompagnia” – “Multiskene” – “Multigamma” – con cui si realizzava lo scambio di informazioni comunque attinenti al settore Assicurazioni RCA ed in virtù delle quali si tendeva all’uniformazione delle tariffe e ad una sensibile limitazione delle possibilità di concorrenza) ed ha altresì accertato che lo scambio di informazioni è spesso “preventivo”, cioè relativo a condizioni di contratto da applicare in futuro:

141. Dalla documentazione a disposizione emerge tuttavia che numerose imprese provvedono da tempo ad inviare direttamente il proprio tariffario a RC Log, talvolta con notevole anticipo rispetto alla data di entrata in vigore.

Inoltre l’Autorità ha accertato che la società RC LOG non si limitava semplicemente a ungere da tramite nello scambio delle informazioni di cui sopra, ma provvedeva ad elaborarle attraverso appositi softwares fornendone varie elaborazioni (puntualmente descritte) in virtù delle quali era semplice effettuare svariati tipi di raffronto fra i vari tipi di contratto ed i vari servizi forniti da ciascuna Compagnia.

Ed ancora ha accertato che le singole Compagnie svolgevano un ruolo attivo all’interno dei singoli “osservatori” in particolare partecipando a numerose riunioni che si svolgevano al loro interno.

In definitiva l’Autorità ha accertato che:

195. Le evidenze raccolte e riassunte nelle risultanze istruttorie mostrano come i mercati dell’assicurazione auto siano caratterizzati da una serie di elementi potenzialmente idonei a facilitare la collusione tra le imprese. Con particolare riferimento al mercato della RCA, tra tali elementi vanno ricordati:

- la presenza di un gruppo di imprese dominanti e di una frangia di imprese minori;

- una domanda stabile;

- una elasticità della domanda di mercato prossima allo zero, a causa dell’obbligatorietà dell’assicurazione RCA;

- la partecipazione delle imprese a numerosi accordi associativi.

In particolare, questi ultimi fanno sì che diversi importanti elementi di costo, riguardo sia al costo di gestione dell’impresa che a e quello dei sinistri, appaiano prevedibili in quanto determinati da parametri noti e comuni.

e che

222. Gli elementi raccolti nel corso del presente procedimento mostrano che i comportamenti delle imprese di assicurazione, realizzati attraverso i servizi della società RC Log, costituiscono una complessa intesa orizzontale finalizzata allo scambio di informazioni sensibili di natura commerciale. L’intesa si realizza attraverso un unico circuito informativo fondato sul principio della reciprocità, nel senso che ogni impresa invia i propri dati al fine di ricevere quelli dei concorrenti. Per il funzionamento del meccanismo le imprese intrattengono contatti diretti ed indiretti, finalizzati a definire le linee della collaborazione ed, in alcuni casi, a selezionare anche le imprese ammesse allo scambio.

Premesso quanto sopra non può certo essere invocata l’autonomia ed indipendenza fra il procedimento innanzi l’Autorità e quello dinanzi al G.O. per trarne la conclusione che l’illiceità dell’intesa in questione non è stata dimostrata nel presente giudizio civile.

Ed infatti nel giudizio civile possono ben trovare ingresso gli accertamenti compiuti da un’Autorità Amministrativa e confermati altresì dal G.A. (consacrati in un’apposita Decisione) in base ai quali deve ritenersi assodata l’illiceità dell’intesa sopra tratteggiata, perché vietata dalla normativa antitrust.

CONSEGUENZE DELL’INTESA SUI PREMI DELLE POLIZZE R.C.A.

L’Autorità ha altresì effettuato accurata indagine circa la struttura del mercato assicurativo e la raccolta dei premi, evidenziando tra l’altro l’incidenza del settore Assicurazione Auto nel settore Dani (nel 1999 il ramo RCA è stato superiore al 50% mentre il ramo Rischi Diversi Auto è stato pari al 10%) ed evidenziando altresì che dal 1993 al 1999 i premi nel ramo RCA sono aumentati in media del 8,4% annuo a fronte di un aumento della domanda di nuove polizze RCA solo del 2% annuo dal 90 al 98.

In particolare l’Autorità ha quantificato l’aumento percentuale medio dei premi come segue:

70. Per verificare l’effettiva variazione dei prezzi, considerata la grande varietà di profili tariffari, occorre far riferimento al premio medio che grava su un assicurato tipo. A tal fine, limitatamente alle autovetture, sono stati considerati i dati generali sul parco veicoli desumibili dalla banca dati ACI (numero di autovetture immatricolate per provincia, tipo di alimentazione, potenza fiscale, sesso ed età del proprietario) e sulle caratteristiche degli assicurati della banca dati ANIA (percentuale di assicurati per massimale di polizza e classe di bonus-malus di appartenenza), allo scopo di costruire un portafoglio medio. Tale portafoglio è stato applicato ai tariffari presenti nell’osservatorio RCA (di RC Log) del mese di gennaio 2000, relativi a 8 delle prime 10 imprese del mercato (Assitalia, Unipol, Winterthur, Toro, SAI, RAS, Lloyd Adriatico e Generali), che rappresentano oltre il 43% del mercato, e che quindi nel loro complesso hanno presumibilmente un portafoglio simile a quello medio nazionale. Nella tabella 2 sono riportati i risultati di tale simulazione.

Tabella2: evoluzione premi nel periodo giugno 1994 – gennaio 2000

Periodo

tasso di variazione su periodo precedente

giugno ’94 – luglio ‘94

10,63

luglio ’94 - luglio ‘95

4,98

luglio ’95 - luglio ‘96

11,22

luglio ’96 - luglio ‘97

8,56

luglio ’97 - luglio ‘98

11,79

luglio ’98 – gennaio 2000

25,67

Totale periodo

96,55

Partendo da tali dati l’Autorità ha constatato che “nel periodo successivo alla liberalizzazione si sarebbe registrato, in 5 anni e mezzo, un sostanziale raddoppio del premio medio pagato dagli assicurati” e che:

75. Un aumento dei premi dell’assicurazione auto così sostenuto costituisce un’anomalia del mercato italiano nel contesto dei Paesi UE. A tale proposito, nella tabella 5 sono riportati i dati di fonte Eurostat. L’Eurostat è l’Istituto statistico comunitario, che costituisce l’unica fonte ufficiale europea per i confronti tra paesi. Le statistiche sono elaborate secondo le informazioni fornite dagli Istituti statistici nazionali, utilizzando criteri di classificazione comuni relativi alla RCA per autovetture e motoveicoli. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP) è stato istituito nel 1996 e contiene una ricostruzione degli indici di prezzo anche per il 1995, che concernono i premi relativi, a prezzi 1999, dell’assicurazione auto nei principali paesi europei rispetto alla media UE (posta pari a 100) e si riferiscono al valore dei premi nel mese di dicembre. Per il 1994 il dato si riferisce al mese di gennaio 1995. Da tali dati si evince che mentre nel periodo immediatamente successivo alla liberalizzazione tariffaria l’Italia era il paese in cui tale assicurazione costava meno, alla fine del 1999 è divenuta di gran lunga la più costosa. In 5 anni i prezzi relativi italiani sono cresciuti del 63% rispetto alla media europea.

L’Autorità ha evidenziato poi, relativamente al raffronto con gli altri Paesi Europei, che

76. Dai dati della tabella 5 risulta che il divario con il livello dei premi praticati nei paesi europei, scaturente dal periodo della regolamentazione tariffaria, sarebbe stato colmato già alla fine del 1996. Pertanto, l'evoluzione dei prezzi successiva non può essere spiegata con la necessità di recuperare i margini persi a causa delle tariffe amministrate, ma deve essere ricercata in utili più elevati e/o maggiore inefficienza delle imprese. Nel solo triennio 1996-1999 i premi in Italia sono aumentati del 36% rispetto alla media UE; ciò vuol dire che se i premi italiani avessero seguito evoluzioni analoghe a quella media degli altri paesi europei, i consumatori italiani avrebbero risparmiato per la sola RCA, nel 1999, premi per circa 7 mila miliardi di lire.

Analizzando il mercato in questione e la relativa domanda l’Autorità ha constatato altresì che

79. L'aumento dei prezzi si è realizzato in un settore caratterizzato da una elasticità della domanda di mercato molto rigida, essendo tale assicurazione obbligatoria. In altri termini, a fronte di un aumento generalizzato dei premi l'unico strumento a disposizione dell'utente finale è la rinuncia all'utilizzo del veicolo. E' peraltro ancora estremamente limitato il numero di utenti che cambia impresa alla ricerca di premi più convenienti ... e che solo il 3,99% degli assicurati totali cambia compagnia "perché il prezzo è aumentato troppo" e solo lo 0,37% "perché ha ricevuto un'offerta migliore".

L’Autorità ha considerato che:

251. In generale, un'intesa tra le imprese che ha ad oggetto lo scambio di informazioni altamente sensibili, come il prezzo corrente, è in grado di alterare significativamente il gioco concorrenziale. Tale scambio di informazioni è potenzialmente idoneo a consentire alle imprese di coordinarsi rapidamente, con costi informativi condivisi e, pertanto, notevolmente ridotti, su un equilibrio di mercato collusivo, anche in assenza di accordi espliciti sui prezzi2205 In tal senso si veda, ad esempio, Decisione della Commissione CE del 13 luglio 1994 (Cartoncino), cit.05 .

Conoscendo, in tempi brevi e in modo dettagliato e preciso, i prezzi praticati da tutti i concorrenti, ogni impresa può, infatti, adeguare rapidamente le proprie strategie alla realizzazione di equilibri di prezzo cui sia associato il massimo profitto congiunto per l'industria nel suo complesso, con grave danno per il corretto funzionamento del mercato e dei consumatori. Inoltre, ciascuna impresa è consapevole del fatto che, nell'eventualità in cui decidesse di attuare strategie di prezzo competitive, di tale decisione i concorrenti saranno prontamente informati, grazie allo scambio di informazioni; essi potranno, in particolare, controllare attentamente e con tempestività i comportamenti dell'impresa e saranno in grado di porre in atto strategie ritorsive, al fine di dissuaderla dall'allontanarsi dall'equilibrio collusivo.

e che ciò si è in effetti verificato dopo la liberalizzazione delle tariffe atteso che

258. L'accelerazione dell'introduzione di nuovi tariffari - per alcune imprese si è perfino proceduto a cinque variazioni tariffarie nel 1999, con una media di quattro variazioni infrannuali (vedi tabella 2) - non ha giustificazione tecnica. Per il calcolo del premio puro è, infatti, rilevante la sola rilevazione statistica, calcolata in relazione al "periodo assicurativo" che è, come ben noto, soltanto annuale. Non a caso, mentre per l'anno 1994 si riscontra l'applicazione di una sola tariffa, il che è fisiologico in relazione alla rilevazione statistica su base annuale, per gli anni successivi si verifica l'introduzione, con ritmo progressivo e patologico, di plurime tariffe nel corso dello stesso anno. Singolare è la rilevazione che siffatta strategia di plurime variazioni incrementative infrannuali risulti adottata, in modo sistematico, dalla generalità delle imprese: ciò ad ulteriore conferma della reciproca tempestiva conoscenza delle condotte incrementative dei concorrenti, con la corrispondente certezza del reciproco adeguamento. Tant'è che le quote di mercato delle singole imprese hanno registrato variazioni non significative.

Infatti, l'impresa che aumenta il prezzo, osservando tempestivamente le reazioni dei concorrenti può essere indotta a nuovi aumenti tariffari qualora i concorrenti la seguano nell'aumento. La diffusione delle informazioni di prezzo tramite RC Log può rappresentare in tal modo il segnale di quanto i concorrenti sono disposti a seguire l'impresa che aumenta per prima i prezzi ovvero di quali sono i margini di aumento per le imprese follower.

In ultima analisi il Provvedimento dell’Autorità Garante:

- sanziona l’intesa fra le compagnie in quanto vietata “in sé”, e cioè indipendentemente dalle conseguenze e/o effetti dannosi sui singoli consumatori/assicurati;

- dice chiaramente che tale intesa ha determinato sicuramente un “conseguente grave pregiudizio per il benessere dei consumatori (v. punto 262);

Pertanto è da ritenere indubitabilmente dimostrato che quell’intesa, ovverosia quel comportamento illecito, ha comunque prodotto un danno per i contraenti di polizze r.c.a. consistente in un aumento ingiustificato dei premi. Tale danno poi, era ben difficilmente evitabile, posto che – com’è noto e come si è visto – l’assicurazione r.c.a. è obbligatoria per legge e che l’alterazione delle regole sulla concorrenza ha avuto come effetto proprio quello di uniformare al rialzo i premi stessi rendendo estremamente difficile rinvenire sul mercato delle polizze a condizioni meno onerose.

SULLA QUANTIFICAZIONE IN CONCRETO DEL DANNO

Posto che le polizze in esame rientrano (pacificamente) fra quelle su cui ha spiegato effetto la citata intesa anticoncorrenziale, va però evidenziato che il provvedimento dell’Autorità non quantifica il pregiudizio in questione (non dice espressamente che v’è stato un aumento illecito dal 15 al 20% come sostengono le Associazioni dei Consumatori), ma lo stesso può essere quantificato in virtù della tabella che raffronta l’evoluzione dei premi dal 1994 al 1999 fra l’Italia ed i principali Paesi Europei (Francia – Germania – Gran Bretagna - Spagna): in particolare, considerando i dati a partire dal 1996 al 1999 inclusi (infatti al 1995 in Italia vigeva il sistema legale di tariffe predeterminate) si hanno i seguenti indici medi dei prezzi (con riferimento alla tabella “5” del Provvedimento del Garante):

- Germania (media anni 96-99) 96,82

- Spagna 101,47

- Francia 92,12

- Gran Bretagna 111,52

MEDIA EUROPEA PER IL PERIODO 100,48

In Italia invece (sempre per lo stesso periodo 96-99 inclusi) si ha un indice medio dei prezzi delle polizze pari a: 120,4.

La differenza percentuale (per tutti e 4 gli anni considerati) ammonta pertanto ad oltre il 19% (19,82).

Ciò posto va considerato che appare corretto il ragionamento seguito dal G.d.P. nella determinazione concreta del danno da risarcire.

Infatti tenendo ben presente le “tabelle” elencate nel provvedimento dell’Autorità la sentenza impugnata fa un corretto ricorso al criterio della valutazione equitativa del danno, partendo dal presupposto che lo stesso non può essere provato nel suo preciso ammontare (v. art. 1226 cod. civ.), ma che comunque esso corrisponde alla differenza di prezzo versata in eccedenza.

L’importo liquidato è pari al 12,6% del premio complessivamente versato per il periodo in riferimento e tale percentuale (invero inferiore a quella prima individuata) appare correttamente determinata ed in linea con il ragionamento sopra fatto.

In conclusione si impone la conferma dell’impugnata sentenza.

Le spese di questo grado seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, per entrambi gli appellati (attore/appellato ed interventore) e con attribuzione, tenuto conto dell’importo riconosciuto a titolo di danno ed in considerazione del fatto che verosimilmente trattasi di giudizio “seriale”, ovverosia del tutto simile ad un gran numero di altri giudizi.

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da s.p.a. XX con citazione notif. in data 13.10.2003 nei confronti di X.X., nonché del Co.da.cons -sede regionale di Salerno, avverso la sentenza n. 1710 del 18/25.6.03 emessa dal Giudice di Pace di Castellammare di Stabia, così provvede:

rigetta l’appello e conferma l’impugnata sentenza;

condanna l’appellante s.p.a. XX, in persona del legale rapp. pro-tempore, al pagamento, in favore dell’avv. X.X. (difensore distrattario di X.X.), ed in favore dell’avv. X.X. (difensore distrattario del Co.da.cons) delle spese di questo grado di giudizio, che liquida, per ciascuno di essi, in complessivi € 550,00 di cui € 250,00 per diritti ed € 250,00 per onorari, oltre IVA e CPA come per legge.

Così deciso in Castellammare di Stabia, addì 26.11.2004

IL GIUDICE

Dott. Vincenzo Del Sorbo

www.assoforensestabiese.com



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