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Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 12 aprile-19 agosto 2000, n. 10994 /r/n/r/n/r/n


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"L'indennità di maternità sfuma se la lavoratrice-madre cambia lavoro" /r/n/r/n/r/n

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Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 12 aprile-19 agosto 2000, n. 10994

Svolgimento del processo

Con ricorso del 16 settembre 1993 al pretore di Cagliari, Donatella M. esponeva di avere generato una figlia il 1° giugno 1992, mentre era prestatrice di lavoro alle dipendenze della srl C., e di aver dato le dimissioni con decorrenza dal successivo 1° settembre, ossia durante il periodo di divieto di licenziamento di cui all'articolo 2, primo comma, legge 30 dicembre 1971 n. 1204, senza aver ricevuto la somma corrispondente all'indennità di mancato preavviso, ai sensi dell'articolo 12 della stessa legge. Chiedeva, perciò, che la datrice di lavoro fosse condannata a pagarle tale somma.

Costituitasi la convenuta, il pretore accoglieva la domanda con decisione del 15 marzo 1997, confermata con sentenza del 24 ottobre successivo dal tribunale. Questo riteneva infondata la tesi dell'appellante, secondo cui le indennità previste dall'articolo 12 per il caso di dimissioni della lavoratrice gestante o madre non erano dovute qualora la medesima, subito dopo essersi dimessa, avesse trovato altra occupazione lavorativa con identiche mansioni: la verificazione di tale ipotesi avrebbe comportato, secondo il tribunale, illegittime indagini su scelte personali della donna, mentre la lettera della legge non consentiva distinzioni in sede interpretativa.

Quanto all'ipotesi, formulata dall'appellante, che la lavoratrice avrebbe facilmente lucrato più indennità attraverso la costituzione di una pluralità di rapporti successivi di lavoro durante il periodo di divieto di licenziamento, il tribunale riteneva che essa non infirmava la tesi adottata, poiché le ripetute dimissioni avrebbero potuto essere considerate come illecite quali manifestazioni di abuso del diritto all'indennità.

Il collegio d'appello escludeva, infine, che dall'ammontare di questa potesse sottrarsi quanto percepito dalla lavoratrice per effetto della nuova occupazione, giacché l'indennità era dovuta per effetto di una presunzione assoluta di diminuzione patrimoniale, sopportata dalla dimissionaria.

Contro la sentenza ricorre per cassazione la srl c..

L'intimata non si è costituita.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli articoli 12 legge 30 dicembre 1971 n. 1204 e 12 preleggi, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, sostenendo che l'indennità, dovuta alla prestatrice di lavoro per dimissioni presentate durante il periodo di gestazione o di maternità durante il primo anno d'età del bambino, non ha ragion d'essere quando, subito dopo le dimissioni, essa abbia trovato un nuovo lavoro con caratteristiche identiche a quello precedente.

Il motivo è fondato.

L'articolo 12 legge 1204/71 stabilisce che «in caso di dimissioni presentate durante il periodo in cui è previsto, a norma del precedente articolo 2, il divieto di licenziamento (ossia il periodo di gestazione e maternità), la lavoratrice ha diritto alle indennità previste da disposizioni di legge e contrattuali per il caso di licenziamento».

La norma attribuisce così ad un soggetto il diritto alla riparazione di un danno prodotto da un suo stesso comportamento volontario, in apparente contrasto col principio di autoresponsabilità. In realtà, essa è fondata sulla presunzione di non spontaneità completa delle dimissioni, dovute alla necessità di occuparsi del bambino esclusifamente (Corte cost. 24 marzo 1988 n. 332) o, comunque, con una dedizione tale da poter ostacolare la migliore esecuzione della prestazione lavorativa. La giurisprudenza di questa Corte fa riferimento alle «ridotte facoltà di opzione per il mantenimento del rapporto di lavoro» e di obbligo a carico del datore di lavoro «in quanto esponente di un sistema di organizzazione produttiva che non sempre consente alla donna di conciliare adeguatamente le prestazioni lavorative con l' adempimento dei propri compiti di madre» (Cass. 14 maggio 1985 n. 2999).

La presunzione di non spontaneità delle dimissioni giustifica l'obbligo indennitario, posto a carico del datore.

La questione che la ricorrente pone ora alla Corte è se tale presunzione debba ritenersi assoluta oppure relativa.

La sentenza impugnata si è espressa nel primo senso richiamando la decisione di questa Corte 22 ottobre 1991 n. 11164, che in un caso analogo ritenne dovuta l'indennità anche in caso di successiva rioccupazione della lavoratrice dimissionaria. Non sembra però al collegio che il «precedente» possa essere seguito: non è, infatti, persuasiva la giustificazione secondo cui l'indennità in questione è comunque giustificata poiché il reperimento del nuovo lavoro da parte della lavoratrice madre può essere finalizzato alla migliore cura del bambino.

Tale possibile finalità non porta a condividere quella soluzione della questione, consistente, come s'è detto, nello stabilire se debbiasi presumere come non spontaneo il recesso della prestatrice di lavoro anche quando le concrete circostanze indichino come da esso non sia derivato alla medesima alcun danno, anche non patrimoniale, ma eventualmente una situazione più vantaggiosa.

Se si teme che le dimissioni della gestante o della madre siano dovute non alla sua volontà ma al «sistema di organizzazione produttiva» ed al datore di lavoro che di questo sistema è «esponente», e sembra perciò ragionevole equipararle, sul piano degli effetti patrimoniali, al licenziamento, imponendo al datore un obbligo indennitario seppure non un obbligo di reintegrazione, la ragionevolezza dell'equiparazione viene meno quando l' iniziativa sia autentica perché dettata da ragioni di convenienza. La corresponsione «dell'indennità anche in questo caso potrebbe anzi indurre la lavoratrice più facilmente alle dimissioni e, come paventa la ricorrente, a ripeterle anche col nuovo datore di lavoro, senza esserne dissuasa da possibili conseguenze negative sul piano dell'abuso del diritto: figura di incerta consistenza nel campo dei contratti a prestazioni corrispettive.

L'imposizione indiscriminata di obblighi indennitari al datore di lavoro contrasterebbe col principio costituzionale di ragionevolezza (articolo 3, secondo comma, Cost.), che si concreta, nel caso in esame, in quello di responsabilità nonché nella necessità che all'indennizzo corrisponda almeno un «pericolo» di danno. Si avrebbe, inoltre, una sorta di premio di maternità a carico non già del sistema previdenziale ma dell'imprenditore, con ingiustificata riduzione della sua libertà di iniziativa economica (art.

41 Cost.).

Da tutto ciò consegue che l'indennità non è dovuta, perché contraria alla ratio legis, quando il datore di lavoro provi che la lavoratrice abbia, senza intervallo di tempo, iniziato un nuovo lavoro dopo le dimissioni e la medesima, a sua volta, non provi che il nuovo lavoro sia per lei meno vantaggioso sul piano sia patrimoniale sia non patrimoniale (ad esempio per gravosità delle mansioni o per maggiore distanza della sede di lavoro dall' abitazione, ecc.).

La fondatezza del motivo di ricorso porta alla cassazione della sentenza impugnata ed al rinvio ad altro giudice d'appello, che si designa nella corte d'appello di Cagliari e che si uniformerà al seguente principio di diritto:

«L'indennità prevista dall'articolo 12 legge 1204/71 non è dovuta se il datore di lavoro provi che la lavoratrice abbia, dopo le dimissioni, iniziato subito un nuovo lavoro e la medesima non provi che questo è più svantaggioso del precedente, sul piano patrimoniale o non patrimoniale».

Restano così assorbiti gli altri due motivi di ricorso, entrambi subordinati alla reiezione del primo.

Il giudice di rinvio provvederà in ordine alle spese processuali.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbiti gli altri e cassa con rinvio alla Corte di appello di Cagliari anche per le spese.



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