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Cassazione, sez. trib., sent. 30 agosto 2005 n. 17499


Legge Pinto · processo tributario · eccessiva durata

Fonte: http://rivista.ssef.it/site.php?page=20050916172250333&edition=2005-07-01

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La Corte di Cassazione, con la sentenza in rassegna, attraverso una pronuncia in “rito” (relativa cioè all’esistenza dei presupposti e condizioni dell’azione) è intervenuta sulla questione dell’applicabilità delle norme sulla ragionevole durata dei processi (l. n. 89 del 24 marzo 2001 c.d. legge Pinto) al processo tributario.

La Corte non ha statuito nel merito, limitandosi a dichiarare inammissibile il ricorso.

Secondo la Corte, infatti, l’amministrazione ricorrente si sarebbe limitata a denunciare la mera illegittimità del risarcimento del danno morale, liquidato dalla Corte d’Appello, subito da un contribuente per l’eccessiva durata di un processo innanzi alle Commissioni tributarie.

A fondamento del ricorso l’amministrazione adduceva la mera inapplicabilità della c.d. legge Pinto ai processi tributari.

Il giudizio di inammissibilità appare fondato sulle norme contenute negli artt. 360, nn. 3 e 5 e 366, n. 4 c.p.c., nella parte in cui, rispettivamente, dispongono che: la Cassazione giudica per motivi di diritto o per carente motivazione della sentenza impugnata; nel ricorso deve darsi atto dei motivi per i quali si chiede la cassazione della sentenza.

Nel caso in esame, non sembrava essere stata formulata un’adeguata descrizione dell’oggetto della controversia, né la Cassazione potrebbe valutare ex novo i fatti di causa nel merito qualora la motivazione della sentenza impugnata sia immune da vizi dipendenti da illogicità o travisamento dei fatti. [n.d.r.]

In fatto e in diritto

che con ricorso notificato il 20 ottobre 2003 l'Amministrazione delle finanze chiede, con tre motivi di ricorso, con il quale la Corte d'appello di Roma l'aveva aveva condannata al pagamento della somma di euro 250,00 in favore del signor G.M. a titolo di equa riparazione dei danni non patrimoniali subiti a causa della durata, superiore al termine ragionevole di cui all'art. 2 della L. n. 89/2001, di un giudizio in materia tributaria;

- che l'intimato, al quale il ricorso e' stato notificato il 22 ottobre 2003, non resiste;

- che, con il primo motivo di ricorso, il decreto viene censurato per aver accolto la domanda di equa riparazione, senza considerare che le controversie tributarie sono estranee all'ambito di applicazione dell'art. 6, comma 1, CEDU e, di riflesso, dell'art. 2 della L. n. 89/2001;

- che tale assunto, nella sua assolutezza, non puo' essere condiviso, poiche' le controversie che non investono in maniera specifica la determinazione di un tributo, ma solo aspetti ad essa consequenziali o che riguardino l'applicazione (e, quindi, la determinazione) di sanzioni di carattere tributario, sono sicuramente ricomprese nell'ambito di applicazione delle disposizioni sopra indicate (Cass. 17 giugno 2004, n. 11350; 27 agosto 2004, n. 11350);

- che in mancanza di piu' specifiche indicazioni circa l'oggetto del giudizio principale non e' quindi possibile esprimere alcuna valutazione in ordina alla fondatezza della censura formulata, la quale deve essere conseguentemente dichiarata inammissibile;

- che, con il secondo motivo, il decreto viene censurato per aver ravvisato l'esistenza del danno non patrimoniale per il solo fatto del verificarsi della violazione;

- che anche tale doglianza deve essere dichiarata inammissibile dal momento che l'esistenza del danno e' stata ravvisata dalla Corte territoriale sulla base di una valutazione, sia pure di carattere presuntivo, riferita alla specifica durata di quel determinato processo e agli interessi economici in esso coinvolti;

- che, del resto, le Sezioni Unite di questa Corte, all'esito di una attenta riconsiderazione delle questioni connesse all'applicazione del citato art. 2 della L. n. 89/2001, hanno statuito che la durata irragionevole del processo arreca, normalmente, alle parti sofferenze di carattere psicologico sufficienti a giustificare la liquidazione di un danno non patrimoniale e che, conseguentemente, una volta accertata e determinata l'entita' della violazione relativa alla durata ragionevole del processo, il giudice deve ritenere tale danno esistente, sempre che non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari, le quali facciano positivamente escludere che un pregiudizio siffatto sia stato subito dal ricorrente (sentt. 26 gennaio 2004, n. 1338 e n. 1339);

- che del pari inammissibile e' il terzo motivo di' ricorso, con il quale si lamenta che la Corte territoriale non avrebbe considerato che l'ammontare della riparazione deve essere commisurato solo al periodo eccedente la durata ragionevole del processo, posto che, come si desume in modo inequivocabile dai decreto impugnato, proprio a tale criterio si e' attenuta la Corte territoriale;

- che il ricorso deve essere, quindi, dichiarato inammissibile;

- che non vi e' luogo alla pronuncia sulle spese, non avendo la parte intimata svolto, in questa sede, alcuna attivita' difensiva.

P.Q.M.

la Corte territoriale dichiara il ricorso inammissibile.



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