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Corte di Cassazione Sez. Lav. n. 3072 del 16 febbraio 2005


Lavoro · pubblico impiego · attività sindacale

(Pres. Ciciretti; est. Picone)

LAVORO - LAVORO SUBORDINATO - ASSOCIAZIONI SINDACALI - SINDACATI (POSTCORPORATIVI) - ATTIVITA' SINDACALE - ASSEMBLEA - Convocazione - Diritto - Titolarità - CCNQ del 7 agosto 1998 per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni - Interpretazione - Spettanza alla RSU e non ai singoli componenti - Fondamento

Massima

In tema di impiego pubblico, rappresentanze sindacali e diritto di indire assemblee dei lavoratori, non trovano sempre applicazione le disposizioni della legge 20maggio 1970, n. 300 in quanto le norme raccolte nel d.lgs. 3febbraio 1993, 29 (e ora nel d.lgs. 30marzo 2001, n. 165) rivestono carattere di specialità sotto diversi profili rispetto al modello dello Statuto dei lavoratori, al quale pure sono ispirate nel riprendere le forme di tutela delle libertà e dell'attività sindacale, dando luogo ad un sistema a sè stante. Ne consegue che l'art. 2, secondo comma, del contratto collettivo nazionale quadro sulle modalità di utilizzo dei distacchi, aspettative e permessi, e delle altre prerogative sindacali, per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni stipulato il 7 agosto 1998, in relazione a quanto stabilito dall'art. 10 dello stesso contratto e dagli artt. 5 e 8 dell'accordo collettivo quadro per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e per la definizione del relativo regolamento elettorale stipulato in pari data, si interpreta nel senso che il diritto di indire assemblee dei dipendenti spetta alla RSU quale organismo elettivo unitariamente inteso e a struttura collegiale, che assume ogni decisione secondo il regolamento eventualmente adottato o, in mancanza, a maggioranza dei componenti e non per volontà dei singoli componenti della stessa RSU.

(massima e sommari ufficiali)

Fonte: http://db.formez.it/contenzioso.nsf/0c3b77f0d3745c3cc1256b500041094e/e6eaf4fb59ba2d0fc12570d60054d838?OpenDocument

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dai magistrati:

Stefano Ciciretti - Presidente

Alberto Spanò - Consigliere

Fernando Lupi - Consigliere

Pasquale Picone - Relatore Consigliere

Paolo Stile - Consigliere

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da

Comune di Milano, in persona del Sindaco in carica, elettivamente domiciliato in Ro., Largo Te. So., n. 7/10, presso l'avv. Fr. Pi., che, unitamente agli avv. Ma. Ri. Su. ed El. Sa, lo difende con procura speciale apposta in calce al ricorso;

-ricorrente-

contro

Ma. Sa., elettivamente domiciliata in Ro., Viale Ca., n. 23, presso l'Avv. Ar. Sa., che, unitamente all'avv. Is. Su., la difende con procura speciale apposta in calce al controricorso;

-resistente-

per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Milano n. 614 in data 26 ottobre 2001 (R.G. 126/2001);

sentiti, nella pubblica udienza del 26.1.2005: il cons. Pasquale Picone che ha svolto la relazione della causa; gli avv. Pi. e Su.; il Pubblico ministero nella persona del sostituto procuratore generale Ennio Attilio Sepe che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di appello di Milano ha giudicato priva di fondamento l'impugnazione, da parte del Comune di Milano, della sentenza del Tribunale della stessa sede che, in accoglimento della domanda di Ma. Sa., aveva accertato il diritto di questa, nella qualità di componente della rappresentanza sindacale unitaria, di indire per il giorno 22 aprile 1999 un'assemblea del personale dei servizi per l'infanzia, sebbene la rappresentanza sindacale nel suo complesso avesse disconosciuto l'iniziativa, assunta dai soli componenti la RSU facenti riferimento all'associazione Patto federativo di base.

Secondo il giudizio della Corte di appello, il diritto di indire l'assemblea spetta anche singolarmente al componente della r.s.u., in base al disposto dell'art. 2 CCNQ, secondo cui le assemblee possono essere indette singolarmente o congiuntamente dai soggetti di cui all'art. 10 dello stesso testo negoziale, soggetti tra i quali sono compresi i componenti delle r.s.u. Ha aggiunto la sentenza che la chiarezza delle disposizioni negoziali escludeva il ricorso alla procedura di cui all'art. 68 bis d. lgs. n. 29 del 1993.

La cassazione della sentenza è domandata dal Comune di Milano ricorso articolato in unico motivo, al quale resiste con controricorso Ma. Sa., ulteriormente precisato con memoria depositata ai sensi dell'art. 378 c. p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. L'unico motivo del ricorso, sebbene si limiti nel preambolo a denunciare violazione dell'art. 68 bis d. lgs. n. 29 del 1993 (divenuto poi art. 64 d. lgs. n. 165 del 2001), contiene in realtà due autonomi profili di censura: il primo attiene al rito, domandando la cassazione della sentenza per avere erroneamente escluso che ricorressero i presupposti per procedere all'accertamento pregiudiziale sull'interpretazione di contratti collettivi; il secondo contesta l'interpretazione data alla contrattazione collettiva dalla sentenza, osservando, in particolare, che già le disposizioni esaminate avrebbero consentito di giungere ad un risultato opposto, ma che, comunque, ogni dubbio sarebbe stato fugato se fosse stato preso in considerazione l'art. 8 del A.C.N.Q. sulla costituzione delle r.s.u., secondo il cui disposto "le decisioni relative all'attività delle R.S.U. sono assunte a maggioranza dei componenti".

1.1. La Corte giudica il ricorso infondato quanto al primo profilo di censura; fondato quanto al secondo.

2. Va osservato, in primo luogo, che la regola di giudizio per la risoluzione della controversia non si rinviene, o almeno non si rinviene compiutamente, in norme di legge di contenuto tale da assegnare alla negoziazione collettiva un ruolo meramente ricognitivo e di esecuzione. Le disposizioni legislative del settore, tutte applicabili alla controversia ratione temporis, sono ora raccolte nel d. lgs. 31 marzo 2001, n. 165 -Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche-. Il riferimento ad articoli, senza altre specificazioni, si intende per il prosieguo del discorso fatto agli articoli del detto decreto legislativo.

2.1. Non trovano applicazione, in tema di diritto di indire assemblee, le disposizioni della legge 20 maggio 1970, n. 300.

Le norme raccolte nel decreto legislativo rivestono carattere di specialità sotto diversi profili rispetto al modello dello Statuto dei lavoratori, al quale pure sono ispirati nel riprendere le forme di tutela delle libertà e dell'attività sindacale, dando luogo ad un sistema a sé stante.

Il diverso disegno di sistema si fonda sulla disciplina del ruolo del sindacato nella contrattazione collettiva a livello nazionale e dell'ammissione alle trattative con l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) -con puntuale regolazione del peculiare procedimento di formazione degli accordi- garantita esclusivamente alle organizzazioni sindacali che superino una soglia minima di rappresentatività (misurata in base alle deleghe per i contributi sindacali ed ai voti riportati nella elezione degli organismi di rappresentanza unitaria del personale, in percentuale rispetto al totale delle deleghe e dei voti). Di conseguenza, la rappresentatività non si ricava dalla effettiva sottoscrizione dei contratti come nel settore privato dove vige un regime di libertà negoziale, ma all'opposto, solo il superamento della soglia minima di rappresentatività obiettivamente misurata è condizione necessaria e sufficiente per essere ammessi alle trattative negoziali (art. 40-50).

In particolare, la titolarità dei diritti e prerogative è attribuita esclusivamente ai soggetti collettivi muniti di rappresentatività secondo gli indicati misuratori obiettivi (art. 42, 43, comma 6, e art. 50).

2.2. Ne discende che, malgrado l'enunciato dell'art. 51, comma 2 (la legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti), e l'incipit del comma 1 dell'art. 42 (la libertà e l'attività sindacale sono tutelate nelle forme previste dalla legge 20 maggio 1970, n. 300), le disposizioni dello Statuto nella materia sono applicabili in via residuale, ove non sostituite dalle disposizioni speciali e nei limiti di compatibilità con il diverso e peculiare sistema delle relazioni sindacali nel settore pubblico.

Ed infatti, lo stesso primo comma dell'art. 42 precisa subito, così radicalmente ridimensionando il richiamo allo Statuto: Fino a quando non vengano emanate norme di carattere generale sulla rappresentatività sindacale che sostituiscano o modifichino tali disposizioni, le pubbliche amministrazioni, osservano le disposizioni seguenti in materia di rappresentatività delle organizzazioni sindacali ai fini dell'attribuzione dei diritti e delle prerogative sindacali nei luoghi di lavoro e dell'esercizio della contrattazione collettiva. Si aggiunga che il medesimo articolo richiama espressamente le prerogative di cui agli art. 23, 24 e 30 (permessi retribuiti e non), che sono in realtà specificamente disciplinate per i dipendenti pubblici (art. 50).

La radicale diversità di sistema, si ripete, è data dai criteri selettivi delle organizzazioni sindacali "sostenute", divergenti da quelli dell'art. 19 dello Statuto, ed ancora dalla previsione, quale correttivo, della costituzione obbligatoria di organismi di rappresentanza unitaria a base elettiva che si sostituiscono o si aggiungono alle tradizionali rappresentanze sindacali aziendali assumendo la titolarità dei diritti e prerogative di pertinenza di queste ultime e dei sindacati rappresentativi.

In definitiva, superato il modello della rappresentatività presuntiva per via negoziale, ai fini specifici della titolarità dei diritti e delle prerogative sindacali, l'art. 42 utilizza gli stessi misuratori di rappresentatività previsti per l'ammissione alle trattative per la sottoscrizione dei contratti collettivi.

2.3. Non sono ravvisabili fondati sospetti di illegittimità costituzionale della disciplina speciale.

Non sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, stante la non comparabilità del regime del lavoro privato con quello del lavoro pubblico, la cui "contrattualizzazione" ha lasciato inalterata una cospicua dose di specialità (Vedi C. cost. n. 313 del 1996 e n. 89 del 2003), cui si collega il regime giuridico differenziato dei contratti collettivi rispetto a quelli del settore privato (C. cost. n. 309 del 1997 e, soprattutto, n. 199 del 2003).

Non sotto quello del contrasto con il principio di libertà sindacale (art. 39, comma primo, Cost.), siccome la giurisprudenza costituzionale è ferma nell'enunciazione del principio che i criteri selettivi per l'accesso agli istituti di sostegno, purché stabiliti dal legislatore in modo oggettivo e ragionevole, non impediscono ad alcuna formazione di accedere all'area promozionale raggiungendo il grado di rappresentatività sufficiente, mentre i livelli minimi di libertà sindacale (di organizzazione e proselitismo, nonché il diritto di sciopero) sono comunque garantiti a tutti (C. cost. n. 54 del 1974; n. 244 del 1996); che, in particolare, l'attribuzione di diritti e prerogative soltanto ad alcune organizzazioni sindacali si inquadra in un orientamento legislativo, conforme agli interessi generali ed a quelli specifici dei lavoratori, di impedire un'eccessiva dispersione e frammentazione dell'azione di autotutela e di favorire una sintesi di interessi, non circoscritta alle logiche particolaristiche di piccoli gruppi di lavoratori (C. cost. n. 30 del 1990).

2.4. D'altra parte, appare pertinente al discorso complessivo ricordare come questa Corte abbia avuto modo di enunciare il principio secondo il quale "il diritto di indire assemblee dei lavoratori compete, ai sensi degli art. 19 -nel testo risultante a seguito della parziale abrogazione disposta con d.P.R. n. 312 del 1995- e 20 st. lav., alle r.s.a. ed alle organizzazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell'unità produttiva, mentre, trattandosi di diritto conferito alle r.s.a. come organismi e non ai dirigenti delle stesse, non rientra tra le prerogative attribuite a ciascun componente delle r.s.u. dall'art. 4 dell'Accordo interconfederale 20 dicembre 1993, in forza del quale i componenti delle r.s.u. subentrano ai dirigenti delle r.s.u. negli strumenti di tutela e garanzia stabiliti a loro favore dal titolo III dello statuto dei Lavoratori (Cass. lav., 26 febbraio 2002, n. 2855).

3. La disciplina specifica del settore pubblico adotta, come si accennava, un doppio modello di rappresentanza nei luoghi di lavoro: associativo ed elettivo.

Accanto, quindi, alle rappresentanze sindacali aziendali, titolari delle prerogative perché costituite dalle organizzazioni sindacali ammesse alle trattative, si prevede la costituzione di organismi di rappresentanza unitaria del personale, di origine elettiva, che rappresentano tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti

3.1. L'importanza del riconoscimento legislativo delle rappresentanze di origine elettiva, costituite tramite elezioni cui partecipano tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti, non si collega soltanto al riconoscimento a tale organismo di rappresentanza di una pluralità di prerogative, tra cui spicca quella negoziale, ma soprattutto all'essenza di indispensabile strumento di misurazione del consenso ottenuto da ciascun sindacato che partecipi alla contesa elettorale e che si riflette sul "peso" della rappresentatività complessiva necessaria per la legittimazione a negoziare.

La salvaguardia della dimensione sovra-aziendale della rappresentanza sindacale è alla base della disposizione legislativa che riserva alle stesse organizzazioni sindacali legittimate a costituire le RSA l'iniziativa di costituzione delle RSU, secondo modalità da definirsi mediante contratti o accordi collettivi nazionali stipulati tra l'Aran e le confederazioni o organizzazioni sindacali rappresentative, i quali, in particolare, devono definire la composizione dell'organismo ed il procedimento elettorale nel rispetto delle regole inderogabili della segretezza del voto, della periodicità del rinnovo -restando escluso il regime di proroga- e del metodo proporzionale.

Ad ogni modo, dalla disciplina legale delle rappresentanze sindacali sui luoghi di lavoro emerge come il legislatore si sia limitato a dettare poche regole generali, con ampio rinvio alla contrattazione collettiva in funzione integratrice della disciplina legale. In particolare, la soluzione pattizia è prevista in materia elettorale ed in tema di trasferimento delle prerogative dalle RSA alle RSU, nonché in tema di modalità di esercizio di queste ultime.

3.2. II testo legislativo (art. 42, comma 6), nel suo riferimento ai "componenti" anziché alle "RSU" (I componenti della rappresentanza unitaria del personale sono equiparati ai dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali ai fini della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni ed integrazioni, e del presente decreto) potrebbe indurre a ritenere che si sia inteso garantire nel modo più ampio il pluralismo dell'organismo di rappresentanza quanto alla titolarità e all'esercizio delle prerogative. In realtà, l'argomento letterale è tutt'altro che decisivo (il riferimento ai componenti è alle persone fisiche cui sono attribuiti diritti a fruizione individuale), mentre la restante parte del comma demanda agli accordi o contratti collettivi che regolano l'elezione e il funzionamento dell'organismo, il compito di stabilire i criteri e le modalità con cui sono trasferite ai componenti eletti della rappresentanza unitaria del personale le garanzie spettanti alle RSA.

Deve, quindi, ritenersi che la questione se del diritto di indire l'assemblea siano titolari i singoli componenti delle RSU, ovvero l'organismo (unitario) nel suo complesso, deve essere risolta sulla base degli accordi e contratti collettivi.

3.3. Nondimeno, il sistema legislativo offre un indicatore generale, utile anche ai fini interpretativi della volontà negoziale.

Il principio che sono ammessi alle trattative solo i sindacati rappresentativi e solo questi sono titolari dei diritti e prerogative, non è derogabile dalla contrattazione collettiva. Non sarebbero, perciò, conformi al detto principio, disposizioni pattizie congegnate in guisa da consentire che un'organizzazione sindacale non rappresentativa fruisca di prerogative sindacali, di cui non gode, utilizzando quelle di pertinenza del componente della RSU eletto nella propria lista, risultato al quale si potrebbe pervenire ove si escludesse che la RSU, una volta eletta, viva di vita propria e decida autonomamente al suo interno come utilizzare talune prerogative (in particolare, il monte ore dei permessi).

4. La Corte ha il potere di procedere direttamente alla lettura delle indicate fonti negoziali e di enunciarne l'interpretazione.

Nel settore del lavoro pubblico, l'unità sostanziale del datore di lavoro (cosiddetta finanza pubblica allargata) e l'unità formale determinata dalla rappresentanza legale attribuita all'Aran, considerate congiuntamente all'obbligo legale di assicurare la parità di trattamento dei dipendenti applicando i contratti collettivi mediante l'inserimento delle loro clausole in tutti i contratti individuali (cfr. C. cost. 309/1997, cit.), fanno sì che le controversie concernenti l'applicazione e l'interpretazione dei contratti assumano un rilievo collettivo ancora più accentuato di quanto avvenga nel settore privato e che sia avvertito più fortemente il bisogno di certezze applicative.

Il legislatore ha ritenuto, perciò, indispensabile introdurre strumenti capaci, da una parte, di perpetuare, almeno in parte nella sostanza, i vantaggi del sistema precedente -efficacia erga omnes della sentenza del giudice amministrativo di annullamento della clausola contrattuale recepita nell'atto regolamentare-; dall'altra, di assicurare una misura fondamentale e decisiva per "prevenire le disfunzioni dovute al sovraccarico del contenzioso", secondo le indicazioni della delega (art. 11, comma 4, lett. g, l. 59/1997), sovraccarico che, come recenti esperienze hanno ampiamente dimostrato, è generato soprattutto dall'interpretazione controversa della stessa clausola di un contratto collettivo, ovvero dalla verifica della sua validità ed efficacia (cd. "cause seriali").

A tutte queste considerazioni va aggiunto il rilievo assorbente delle peculiarità del contratto collettivo del settore pubblico, che ne fanno un tipo a sé stante, non assimilabile al contratto collettivo di diritto comune, sia per il sistema di verifica della rappresentatività delle organizzazioni sindacali ammesse alla stipulazione, sia per gli effetti che la legge vi ricollega (vedi C. cost. n. 199 del 2003, cit.).

4.1. Strumentale particolarmente, alla diretta lettura che, come si dirà, la Corte di cassazione può fare delle clausole collettive, è la disposizione che prevede la pubblicazione dei contratti e accordi collettivi nazionali nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana (art. 47, comma 8).

Indubbiamente, si è alla presenza di una pubblicazione che ha fini esclusivamente conoscitivi, atteso che i contratti producono i loro effetti dal momento della stipulazione, momento a partire dal quale le amministrazioni sono obbligate all'adempimento degli obblighi assunti e ad assicurarne l'osservanza (art. 40, comma 4).

L'importanza della previsione, peraltro, si coglie sul piano dell'ausilio all'applicazione del principio iura novit curia anche ai contratti collettivi nazionali, equiparati alle norme giuridiche dinanzi al giudice di legittimità sotto il profilo del potere della Corte di cassazione di prenderne cognizione diretta, senza il tramite dell'accertamento di fatto riservato al giudice di merito.

La Corte di cassazione, infatti, accerta gli effettivi contenuti dei contratti stipulati come farebbe per qualsiasi atto di natura normativa, risolvendo direttamente anche gli eventuali contrasti sulla conformità fra testo pubblicato e testo negoziale.

4.2. La pubblicazione in G.U., dunque, oltre a consentire la conoscenza generalizzata di fonti che rilevano per un'ampia cerchia di interessati, appare strettamente funzionale alla disposizione, di carattere processuale, secondo la quale, per i soli contratti e accordi collettivi nazionali, è consentito denunziare, con il ricorso per cassazione avverso le sentenze dei giudici ordinari, la violazione o la falsa applicazione delle loro clausole (art. 63, comma 5). In altri termini, ferma restando la natura giuridica di fonti negoziali, da interpretare secondo le regole di ermeneutica dettate dagli art. 1362 ss. c. c., la Corte di cassazione ha il potere di enunciare direttamente il significato del patto collettivo, avendo al riguardo gli stessi poteri del giudice del merito. La natura processuale della disposizione, inoltre, ne consente l'applicazione anche ai contratti stipulati in epoca anteriore alla sua entrata in vigore e secondo procedure diverse da quelle oggi in vigore, stante il riferimento operato puramente e semplicemente ai contratti e accordi collettivi nazionali, alla tipologia, dunque, e non al procedimento di formazione.

Si è scongiurato così, entro certi limiti, il pericolo che possa formarsi il giudicato in relazione ad interpretazioni dei contratti collettivi di segno opposto, ma tutte confermate dalla Corte di cassazione, evento sicuramente fisiologico nell'ambito del controllo ordinario di legittimità sull'interpretazione del contratto affidato, quale accadimento di fatto, esclusivamente alla fase del merito (controllabile nel giudizio legittimità solo sotto il profilo della violazione degli art. 1362 ss. c. c. o per vizio della motivazione) e, quindi, tale da non consentire neppure la configurazione di un contrasto di giurisprudenza in senso tecnico in seno all'organo giurisdizionale di legittimità.

5. Le stesse ragioni di fondo che sono alla base della norma dettata dall'art. 63, comma 5, hanno consigliato di adottare un particolarissimo strumento processuale (la cui conformità alla Costituzione è stata scrutinata da C. cost. 199/2003, cit.), rivolto essenzialmente a recuperare da dimensione collettiva la controversia individuale ed a raggiungere, in tempi ragionevolmente rapidi e nei limiti consentiti dal nostro sistema processuale, l'uniformità degli indirizzi applicativi dei contratti sottoscritti dall'Aran.

L'istituto in parola è l'"accertamento pregiudiziale sull'efficacia, validità e interpretazione dei contratti collettivi", regolato dall'art. 64, preordinato a consentire il pronto intervento della Corte di cassazione sulle indicate questioni (pregiudiziali soltanto in senso logico e non tecnico).

5.1. Quando per la definizione di una controversia individuale è necessario risolvere una questione concernente l'efficacia, la validità e l'interpretazione delle clausole di contratti o accordi nazionali sottoscritti dall'Aran, il giudice di merito è obbligato a definire tale questione (solo, come si è detto, logicamente pregiudiziale, non ricorrendo l'ipotesi della questione pregiudiziale suscettibile di autonoma decisione) con sentenza di mero accertamento prima di ogni altra pronuncia ("decide con sentenza sulla sola questione di cui al comma 1", recita il comma 3 dell'art. 64), sentenza avverso la quale è proponibile esclusivamente il ricorso immediato per cassazione.

La proposizione del ricorso per cassazione determina la sospensione di diritto del processo di merito; dopo la sentenza di accoglimento o di rigetto del ricorso, con la quale la Corte enuncia il principio di diritto o l'interpretazione della clausola cui il giudice della causa si deve uniformare, il processo è riassunto dinanzi allo stesso giudice.

5.2. Operata in questi termini la ricostruzione del quadro normativo di riferimento, va giudicato privo di fondamento il primo profilo di censura, che domanda la cassazione della sentenza per violazione dell'art. 64.

Fulcro dell'intero meccanismo introdotto da questa norma è la valutazione, rimessa al giudice di merito, in ordine alla necessità, ai fini della definizione di una controversia individuale di lavoro pubblico, di risolvere una questione (contrassegnata da "serietà": vedi C. cost. 199/2003, cit.) concernente l'efficacia (es. si controverte della scadenza del contratto, oppure della regolarità del procedimento di formazione, ovvero dell'ambito di applicazione), la validità (contrasto con norme imperative, allorché residui pur sempre un margine di intervento alla contrattazione collettiva), o l'interpretazione delle clausole.

Tale valutazione è espressa con ordinanza, non impugnabile perché attiene alla regolazione del procedimento, ma necessariamente motivata (il giudice "indica" la questione da risolvere); la pronuncia dell'ordinanza determina l'applicazione di tutta la procedura prevista dalla norma in esame.

5.3. Se l'ordinanza non è pronunciata, pur ricorrendone i presupposti, il processo si svolge nei modi ordinari, e si deve escludere che la censura specifica delle parte interessata obblighi il giudice dell'appello a fare ciò che erroneamente, in ipotesi, non ha fatto il giudice di primo grado (non ricorrendo alcuna delle ipotesi tassative di remissione al primo giudice), né un simile error in procedendo può essere come motivo di cassazione della sentenza, cassazione che sarebbe in contrasto con ogni principio di economia dell'attività processuale.

A tale conclusione si perviene sulla base di una lettura costituzionalmente orientata della norma (art. 24 e 111 Cost.), giacché il meccanismo inteso ad utilizzare la controversia individuale quale occasione per diradare, in termini generali e potenzialmente definitivi, ogni incertezza sull'interpretazione ed applicazione del contratto collettivo, comporta certamente un qualche "sacrificio" dell'interesse del singolo lavoratore dedotto nel giudizio individuale: sacrificio consistente sia nella "pausa" di 120 giorni concessi all'ARAN ed alle organizzazioni sindacali per pervenire ad un accordo sulla clausola controversa, sia nella previsione che, in difetto di accordo, il giudice si astenga, comunque, dal decidere nel merito la controversia, ma provveda a risolvere la sola questione interpretativa con sentenza non definitiva, ricorribile per cassazione. Orbene, siffatto sacrificio deve necessariamente essere contenuto in limiti compatibili con il principi di economia dell'attività giurisdizionale e di ragionevole, e quindi non iniqua, durata del processo, con la conclusione, confortata peraltro dai dati testuali che si riferiscono soltanto al giudizio di primo grado, che ove il giudice adito ometta di attivare la procedura speciale e il processo di primo grado si svolga secondo l'iter normale, non è consentito provocare con i mezzi di impugnazione il recupero del procedimento speciale in questione, restando l'esercizio della discrezionalità del giudice di primo grado affidato a controlli non processuali (responsabilità civile e disciplinare).

Del resto, con riguardo al tema, per certi aspetti analogo, dell'improcedibilità della domanda giudiziale per non essere stati attivati il tentativo di conciliazione ovvero i previsti rimedi amministrativi (art. 5, l. 108/1990: art. 412 bis, comma secondo, e 443, secondo comma, c. p.c.), la giurisprudenza è consolidata nel senso che l'improcedibilità non rilevata in primo grado, non può essere denunciata con i mezzi d'impugnazione (vedi per tutte, da ultimo, Cass. 16 agosto 2004, n. 15956).

6. Con l'Accordo collettivo quadro per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e per la definizione del relativo regolamento elettorale, nonché con il contratto collettivo nazionale quadro sulle modalità di utilizzo dei distacchi, aspettative e permessi, e delle altre prerogative sindacali, stipulati il 7 agosto 1998 e pubblicati sul supplemento ordinario alla Gazzetta ufficiale n. 207 del 5 settembre 1998, è stata raggiunta, per la parte rimessa alla contrattazione collettiva, l'obiettivo di completare il quadro normativo previsto dalla legge per quanto attiene alla rappresentanza dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali nei luoghi di lavoro.

Con l'accordo quadro (che riguarda tutti i dipendenti dei comparti cui si applicano i CCNL stipulati dall'ARAN), sono state stabilite le modalità di elezione e funzionamento degli organismi di rappresentanza unitaria del personale non dirigenziale; con il contratto collettivo quadro, le modalità di utilizzo delle libertà e prerogative sindacali di cui sono titolari le associazioni sindacali ammesse alle trattative nazionali.

6.1. In particolare, l'art. 2, comma 2, CCNQ dispone che le assemblee, che riguardano la generalità dei dipendenti o gruppi di essi, possono essere indette singolarmente o congiuntamente, con specifico ordine del giorno su materie di interesse sindacale e del lavoro, dai soggetti indicati nell'art. 10; aggiunge altresì, al comma 3, che l'amministrazione, ricevuta la richiesta, può chiedere uno spostamento mediante comunicazione per iscritto entro 48 ore prima alle rappresentanze sindacali promotrici.

Il richiamato art. 10 (Titolarità e flessibilità in tema di permessi sindacali) dispone, al primo comma, che i dirigenti sindacali che, ai sensi dell'accordo stipulato il 7 agosto 1998 hanno titolo ad usufruire nei luoghi di lavoro dei permessi sindacali retribuiti, giornalieri od orari, di cui all'art. 9 per l'espletamento del loro mandato, sono:

- i componenti delle RSU;

- i dirigenti sindacali rappresentanze aziendali (RSA) delle associazioni rappresentative ai sensi dell'art. 10 dell'accordo stipulato il 7 agosto 1998;

- i dirigenti sindacali dei terminali di tipo associativo delle associazioni sindacali rappresentative che dopo la elezione delle RSU, siano rimasti operativi nei luoghi di lavoro nonché quelli delle medesime associazioni, aventi titolo a partecipare alla contrattazione collettiva integrativa, ai sensi dell'art. 5 dell'accordo stipulato il 7 agosto 1998;

- dirigenti sindacali che siano componenti degli organismi direttivi delle proprie confederazioni ed organizzazioni sindacali di categoria rappresentative non collocati in distacco o aspettativa.

6.2. La Corte di Milano ha ritenuto di privilegiare il dato letterale costituito dal riferimento, nell'art. 10 CCNQ ai "componenti delle RSU", ma il contratto non ha fatto altro che riprendere l'espressione adoperata dalla legge, di cui si è già posto in evidenza la non decisività per la risoluzione del problema (n. 3.2.).

Non confortano l'interpretazione accolta dal giudice del merito le espressioni adoperate dall'art. 2, comma 2, dello stesso CCNQ, giacché è chiaro che, stante la titolarità di indire l'assemblea in capo a diversi soggetti, si chiarisce semplicemente che l'indizione può avvenire singolarmente, ad opera di uno solo dei titolari, ovvero congiuntamente da più soggetti.

Piuttosto, il comma 3 dello stesso articolo farebbe propendere per la lettura opposta, nella parte in cui identifica i destinatari delle comunicazioni circa lo spostamento della data dell'assemblea esclusivamente nelle "rappresentanze sindacali promotrici".

6.3. Ogni residuo dubbio, peraltro, è destinato a risolversi con la lettura delle disposizioni dell'ACNQ per la costituzione delle RSU per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e per la definizione del relativo regolamento elettorale.

Già, contrariamente a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata, l'art. 5, comma 1, nel prevedere che le RSU subentrano alle RSA o alle analoghe strutture sindacali esistenti comunque denominate ed ai loro dirigenti nella titolarità dei diritti sindacali e dei poteri riguardanti l'esercizio delle competenze contrattuali ad esse spettanti, li considera come organismi unitari, cosicché l'espressione adoperata nel successivo comma 4 ("in favore delle RSU sono, pertanto, garantiti complessivamente i seguenti diritti...") appare confermativa del principio del trasferimento all'organismo e non ai singoli componenti.

6.4. Ma rileva soprattutto il disposto dell'art. 8, comma 1, dello stesso ACNQ: Le decisioni relative all'attività della RSU sono assunte a maggioranza dei componenti.

Questa disposizione è stata anche oggetto di contratto di interpretazione autentica in data 6 aprile 2004 (stipulato, ai sensi dell'art. 49, dall'Aran e dalle confederazioni sindacali CGIL, CISL, UIL, CONFSAL, CISAL, RDB/CUB e UGL), che reca le seguenti premesse: la RSU è uno organismo unitario di rappresentanza dei lavoratori; sul funzionamento della RSU, l'Accordo collettivo quadro del 7 agosto 1998 stabilisce come unica regola che la RSU assume le proprie decisioni a maggioranza dei componenti; le modalità con le quali tale maggioranza si esprime devono essere, eventualmente, definite dalla RSU stessa con proprio regolamento interno; che la circostanza che la RSU non si doti di un proprio regolamento, non ne muta la natura, che rimane quella di soggetto sindacale unitario cui si applicano le regole generali proprie degli organismi unitari elettivi di natura collegiale; che, di conseguenza, in mancanza di un regolamento di funzionamento, la RSU decide a maggioranza.

L'articolo unico del detto contratto ha, quindi, stabilito: "...si conferma che la RSU, organismo unitario di rappresentanza dei lavoratori, assume le proprie decisioni a maggioranza dei componenti".

6.5. Risulta così evidente la veste di soggetto unitario di natura elettiva che rappresenta i lavoratori, restando escluso qualunque riferimento ai singoli componenti della stessa o alle organizzazioni sindacali nelle cui liste sono stati eletti. Se la RSU assume le proprie decisioni a maggioranza, la posizione del singolo componente rileva solo all'interno della stessa, ma non all'esterno ove la RSU opera, appunto, come soggetto unitario.

L'art. 10 del CCNQ indica, quindi, quali sono i dirigenti sindacali che hanno titolo nell'amministrazione ad usufruirne: a tale fine non va confusa la titolarità delle prerogative, che è esclusiva delle RSU e delle organizzazioni sindacali rappresentative, con le persone fisiche per le quali possono, appunto, venire richieste (il monte ore è assegnato alla RSU, non ai singoli componenti). La richiesta di utilizzo delle prerogative non può essere fatta dal dirigente sindacale a nome proprio ma dall'organizzazione che ne è titolare.

7. Relativamente, in particolare, al diritto di indire l'assemblea (come a quelli di affissione e di uso dei locali), diritti che rientrano tra quelli a sostegno dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro, la titolarità non può che spettare alla RSU, unitariamente intesa, e alle organizzazioni sindacali di categoria rappresentative.

7.1. Il diritto di assemblea compete ai dipendenti, che possono esercitarlo partecipando, durante l'orario di lavoro, all'assemblea sindacale per un minimo di 10 ore annue pro capite, limite che può essere aumentato dal CCNL. Si tratta quindi di un monte-ore annuo individuale spettante esclusivamente ai lavoratori.

Ma l'assemblea può essere indetta soltanto dalla RSU unitariamente intesa, oltre che dalle organizzazioni sindacali di categoria rappresentative, separatamente o congiuntamente (ad esempio da tutte le organizzazioni sindacali assieme ovvero dalle stesse o parte di esse assieme alla RSU), e ciò, contrariamente a quanto si osserva nella sentenza impugnata, proprio nell'intento di evitare che possano manifestarsi, nella convocazione delle assemblee, forme di concorrenzialità tra componenti delle RSU eletti nelle diverse liste, inevitabilmente incidenti sul monte ore individuale e, quindi, sulla partecipazione all'assemblea.

7.2. In conclusione, l'art. 2, comma 2, del contratto collettivo nazionale quadro sulle modalità di utilizzo dei distacchi, aspettative e permessi, e delle altre prerogative sindacali, per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni stipulato il 7 agosto 1998, in relazione a quanto stabilito dall'art. 10 dello stesso contratto e dagli art. 5 e 8 dell'accordo collettivo quadro per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e per la definizione del relativo regolamento elettorale stipulato in pari data, si interpreta nel senso che il diritto di indire assemblee dei dipendenti spetta alla RSU quale organismo elettivo unitariamente inteso e a struttura collegiale, che assume ogni decisione secondo il regolamento eventualmente adottato o, in mancanza, a maggioranza dei componenti, non ai singoli componenti della stessa RSU.

8. L'accoglimento del ricorso nella parte cui denuncia violazione e falsa applicazione di disposizioni di contratti e accordi collettivi nazionali di cui all'articolo 40 (art. 63, comma 5), con l'enunciazione della regola di giudizio applicabile alla controversia all'esito dell'interpretazione delle clausole, comporta la decisione nel merito della causa, non essendo necessari altri accertamenti di fatto, con il rigetto della domanda proposta da Ma. Sa. contro il Comune di Milano.

Infatti, ricorrendo l'eadem ratio, va applicato l' art. 384, comma primo, c. p.c., nella parte in cui stabilisce che la Corte di cassazione, quando accoglie il ricorso per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, qualora non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto, decide la causa nel merito.

In difetto di una precisa disposizione, l'applicazione analogica dell'art. 384, comma primo, c. p.c. appare necessitata dal rispetto dei principi di ragionevolezza ed economicità, che sarebbero contraddetti ove la Corte dovesse cassare con rinvio anche nei casi in cui la decisione del merito della causa è interamente determinata dall'interpretazione di una clausola contrattuale.

9. La totale novità delle questioni controverse e l'esito dei giudizi di merito giustifica la compensazione delle spese dell'intero processo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta la domanda proposta da Ma. Ma. contro il Comune di Milano; compensa interamente le spese dei giudizi di merito e di cassazione.



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