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Corte di Cassazione civ sez. lav. n. 5892 del 17 marzo 2005


Lavoro · Contratti collettivi · interpretazione

(Pres. Ravagnani; rel. D’Agostino)

art. 63 d.lgs. n. 165/2001

Titoli IMPUGNAZIONI CIVILI - CASSAZIONE (RICORSO PER) - POTERI DELLA CASSAZIONE - IN GENERE - Controversie relative ai rapporti di pubblico impiego privatizzato - Contratti collettivi - Art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001 - Violazione e falsa applicazione - Interpretazione diretta da parte del giudice di legittimità - Ammissibilità - Fondamento - Criteri - Norme di ermeneutica contrattuale - Applicabilità - Disposizioni della legge in generale - Esclusione

Massima

Atteso che, con riguardo ai contratti collettivi di lavoro del pubblico impiego privatizzato, l' art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001 stabilisce che nelle controversie di lavoro concernenti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni il ricorso per cassazione può essere proposto anche per violazione e falsa applicazione dei contratti e degli accordi collettivi nazionali di cui all'art. 40 del medesimo decreto, la Corte di cassazione può procedere alla diretta interpretazione di tali contratti, e, dalla natura negoziale degli stessi, discende che l'interpretazione debba essere compiuta secondo i criteri di cui agli artt. 1362 e ss. del c. c., e non sulla base degli artt. 12 e 14 delle disposizioni della legge in generale.

[massima e sommari ufficiali]

Fonte: http://db.formez.it/contenzioso.nsf/0c3b77f0d3745c3cc1256b500041094e/0d6b9e7a1d9375a6c12570d000585422?OpenDocument

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati

Dott. Erminio RAVAGNANI - Presidente -

Dott. Natale CAPITANIO - Consigliere -

Dott. Camillo FILADORO - Consigliere -

Dott. Giuseppe CELLERINO - Consigliere -

Dott. Giancarlo D'AGOSTINO - Rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Co. Si., elettivamente domiciliato in Ro. C.so Vi. Em. II 21, presso lo studio dell'avvocato Sa. Gr., rappresentato e difeso dall'avvocato Ru. Be., giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

MINISTERO DELLA DIFESA;

- intimato -

avverso la sentenza n. 628/02 del Tribunale di LA SPEZIA, depositata il 04/10/02 - R.G.N. 1658/2000;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/02/05 dal Consigliere Dott. Giancarlo D'Agostino;

udito l'Avvocato Ru. Be.;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Riccardo Fuzio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 9.6.2000 al Tribunale della Spezia Co. Si., dipendente del Ministero della Difesa - Marina Militare con qualifica di chimico direttore coordinatore, già 9^ qualifica funzionale e ora Area C posizione economica 3 in base al CCNL Comparto Ministeri 1998/2001, premesso che con decreto ministeriale del 9.12.1998 gli erano state conferite a decorrere dal 1° aprile 1999 le funzioni di reggenza dell'Istituto di Chimica Applicata del reparto Ma. (ufficio di livello dirigenziale), in concomitanza con il pensionamento del direttore del medesimo, chiedeva il riconoscimento del diritto alla corresponsione delle differenze economiche tra il trattamento in godimento secondo il proprio formale inquadramento ed il trattamento previsto per la posizione dirigenziale espletata, nonché la condanna del Ministero al pagamento del dovuto.

Il Ministero della Difesa si costituiva e si opponeva alla domanda sostenendo che la reggenza dell'istituto per vacanza del titolare rientrava tra le mansioni proprie del livello C 3, per cui l'attore non aveva diritto ad alcuna differenza retributiva.

Il Tribunale, ritenuto che la decisione della causa richiedeva l'interpretazione della declaratoria contrattuale di cui all'Allegato A al CCNL Comparto Ministeri 1998/2001, al fine di stabilire se le mansioni proprie della posizione economica C3 comprendessero o meno l'espletamento di funzioni di reggenza del superiore ufficio dirigenziale, attivava il procedimento di cui all'art. 64 commi 1 e 2 del d.lgs. n. 165 del 2001 disponendo la remissione degli atti all'ARAN.

Avendo l'ARAN comunicato che non era stato raggiunto alcun accordo con le organizzazioni sindacali sull'interpretazione della suddetta clausola contrattuale, il Tribunale, sulla pregiudiziale questione interpretativa, pronunciava, ai sensi dell'art. 64 comma 3 del d.lgs. 156/2001, la sentenza non definitiva qui impugnata, con la quale dichiarava che la declaratoria del livello C3 Allegato A al CCNL Comparto Ministeri del 16 febbraio 1999 (in G.U. n. 46 del 25.2.1999) ricomprende nelle funzioni proprie del citato profilo anche l'espletamento delle funzioni reggenti della superiore posizione lavorativa dirigenziale per la vacanza del relativo posto.

Premesso che nella previgente disciplina del pubblico impiego la declaratoria delle mansioni dell'impiegato di 9^ qualifica funzionale prevedeva testualmente all'art. 20 del d.p.r. n. 266 del 1987 la sostituzione del dirigente "in caso di assenza o impedimento" e la reggenza dell'ufficio "in attesa della destinazione del dirigente titolare", il Tribunale osservava che la mancanza di una identica previsione nella declaratoria delle mansioni proprie degli impiegati dell'area C3, ricavabile dal contratto collettivo, non poteva interpretarsi nel senso che l'affidamento della reggenza costituisse espletamento di funzioni superiori, per un duplice ordine di ragioni.

In primo luogo perché l'art. 52 del d.lgs. 156/2001 detta nel suo complesso una peculiare disciplina dell'espletamento delle superiori mansioni nel pubblico impiego che rende inapplicabile in gran parte l'art. 2103 cod. civ.; in secondo luogo perché il contratto decentrato (o integrativo) del triennio 1998/2001, sottoscritto dalle stesse parti che hanno stipulato il contratto collettivo di comparto, riconoscendo al personale della posizione C 3, non già la differenza stipendiale, bensì una indennità economica parametrata su base annua (che il Co. Si. ha ammesso di aver percepito) per l'ipotesi che questo personale tenga la "reggenza di una unità organizzativa di livello dirigenziale", ha reso chiara la volontà delle parti collettive di ricomprendere nelle mansioni proprie degli impiegati dell'area C3 anche la reggenza del superiore ufficio dirigenziale.

Per la cassazione di tale sentenza Co. Si. ricorre con due motivi a norma dell'art. 64 comma 3 del d.lgs. 156/2001. Il Ministero non si è costituito.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione di norme di legge in relazione all'art. 64 d.lgs. n. 165 del 2001 ed all'art. 20 d.p.r. n. 266 del 1987, così come confluito nell'art. 5 del d.p.r. n. 44 del 1990, il ricorrente osserva che l'Allegato A al CCNL 1998/2001 prevede per i lavoratori appartenenti alla posizione economica C3 solo l'assunzione "temporanea" delle funzioni dirigenziali "in assenza del titolare". Nelle mansioni proprie della qualifica la norma contrattuale non prevede invece la reggenza di lunga durata per sopperire ad eventuali carenze di organico. Ha errato il Tribunale nel richiamare le disposizioni regolamentari che nel precedente regime pubblicistico ricomprendevano la reggenza di ufficio dirigenziale fra le mansioni proprie della 9^ qualifica, in quanto dette disposizioni sono state espressamente dichiarate non più applicabili dall'art. 39 del CCNL. La reggenza di ufficio dirigenziale, dunque, non può più ritenersi ricompresa nell'ambito delle funzioni dell'area C3.

Con il secondo motivo, si denuncia violazione dell'art. 52 del d.lgs. n. 156 del 2001, dell'art. 56 del d.lgs. n. 29 del 1993, come sostituito dall'art. 25 del d.lgs. n. 80 del 1989 e successivamente modificato dall'art. 15 del d.lgs. n. 387 del 1998, dell'art. 39 del CCNL e dell'art. 20 del d.p.r. n. 266 del 1987 richiamato dall'art. 5 del d.p.r. n. 44 del 1990. Sostiene il ricorrente che a decorrere dall'entrata in vigore del d.lgs. 387 del 1998 deve essere riconosciuto il diritto del dipendente pubblico che abbia svolto funzioni superiori di ottenere il trattamento economico relativo alla qualifica superiore, poiché l'art. 15 di detto decreto ha soppresso le parole "a differenze retributive" prima contenute nell'art. 56 del d.lgs. n. 29/1993, poi sostituito dall'art. 25 del d.lgs. n. 80/1998.

Ritiene altresì il ricorrente di aver diritto alla differenza retributiva anche in forza dell'art. 36 Cost. che è norma di applicazione diretta che impone di retribuire le effettive mansioni svolte dal difensore nel rispetto della proporzionalità tra retribuzione e lavoro prestato.

Osserva in primo luogo la Corte che in materia di pubblico impiego il procedimento incidentale regolato dall'art. 64 del d.lgs. n. 165 del 2001, attivato dal Tribunale della Spezia, è diretto esclusivamente all'accertamento pregiudiziale della corretta interpretazione di una clausola del contratto collettivo di comparto concluso secondo la procedura prevista dai precedenti art. 40 e segg. dello stesso testo normativo. Detto speciale procedimento prevede, all'esito negativo di una fase in sede contrattuale, una sentenza non definitiva del giudice del lavoro sulla sola questione pregiudiziale interpretativa, impugnabile direttamente in cassazione.

Questa necessaria premessa rende evidente l'inammissibilità del secondo motivo di ricorso, poiché con esso il ricorrente solleva questioni di diritto che non attengono alla interpretazione della clausola contrattuale controversa e non rientrano quindi nell'accertamento pregiudiziale cui è finalizzato il procedimento incidentale in corso.

Quanto al primo motivo, con il quale si censura l'interpretazione della clausola contrattuale data dal giudice di primo grado, la Corte rileva in via preliminare che la disciplina legislativa del rapporto di pubblico impiego, anche dopo la sua privatizzazione, presenta peculiari caratteristiche, dipendenti dalla stretta connessione della materia con l'interesse pubblico, che non consentono l'automatica applicazione delle norme che regolano il lavoro subordinato privato, né dei consolidati orientamenti giurisprudenziali formatisi nel tempo, se non dopo attenta verifica della loro compatibilità con quel quadro normativo.

In particolare l'art. 64 del d.lgs. n. 165/2001, nell'ambito dello speciale procedimento da detta norma disciplinato, attribuisce a questa Corte il potere-dovere di interpretare direttamente le norme dei contratti collettivi dei pubblici dipendenti.

Tale potere-dovere non è ricollegabile alla natura delle clausole da interpretare, poiché alle disposizioni dei contratti collettivi del pubblico impiego non è possibile riconoscere forza e valore di norme giuridiche secondarie, trattandosi di disposizioni che trovano la loro fonte nella volontà delle parti collettive che le stipulano, non rilevando in senso contrario la particolarità del procedimento di formazione del contratto. Tale potere costituisce dunque una innovazione rispetto al consolidato principio giurisprudenziale secondo cui l'interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune è riservata in via esclusiva al giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale o per vizi di motivazione.

Va rilevato, altresì, che il legislatore del 1993 ha abbandonato il modello proposto dalla legge quadro del 1983, che prevedeva il recepimento del contratto collettivo del pubblico impiego, all'esito di un complesso procedimento amministrativo, in un atto normativo (decreto presidenziale di natura regolamentare), ed ha riconosciuto al contratto collettivo in questione natura negoziale, ancorché l'ambito di efficacia sia stato esteso anche ai dipendenti non aderenti alle associazioni sindacali stipulanti (art. 45 comma 2 d.lgs. n. 165/2001).

Dalla natura negoziale dei contratti collettivi dei pubblici dipendenti consegue che l'interpretazione di tali atti debba avvenire secondo le norme generali di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362/1371 cod. civ., piuttosto che a norma degli artt. 12 e 14 delle Disposizioni sulla legge in generale, visto che il contratto non è più recepito in un atto regolamentare, come avveniva prima della privatizzazione.

Nella specie si controverte sulla interpretazione della declaratoria della Posizione economica C3 di cui all'Allegato A al CCNL del Comparto Ministeri del 16 febbraio 1999 (in G.U. Supp. Ord. N. 46 del 25 febbraio 1999) ed in particolare se in detto profilo rientri o meno la reggenza della superiore posizione lavorativa dirigenziale.

La clausola contrattuale così dispone:

"Specifiche professionali:

Elevate conoscenze, capacità ed esperienze consolidate; direzione e controllo di unità organiche con assunzione dirette di responsabilità e risultati; relazioni esterne;

Caratteristiche professionali di base:

Lavoratori che, per le specifiche professionalità, assumono temporaneamente funzioni dirigenziali in assenza del dirigente titolare;

Dirigono o coordinano attività di vari settori e strutture di livello non dirigenziale, svolgono attività ispettive o di valutazione di particolare rilevanza, ovvero per l'elevato livello professionale collaborano ad attività specialistiche;

Lavoratori che nel campo informatico supportano le strutture utenti nell'ideazione di soluzioni informatiche; coordinano e pianificano le attività di sviluppo dei sistemi informatici, coordinano e pianificano la gestione delle attività elaborative, ottimizzando il funzionamento del sistema".

Dalla lettura della clausola risulta evidente che la reggenza del superiore ufficio dirigenziale non è espressamente prevista tra le mansioni della qualifica in esame.

Il mancato riferimento alla reggenza è tanto più evidente se si pone a raffronto la declaratoria della posizione economica C3 con la declaratoria della corrispondente declaratoria della 9^ qualifica funzionale contenuta nell'art. 20 del d.p.r. 8.5.1987 n. 266 (ora dichiarato inapplicabile dall'art. 39 del CCNL), secondo cui il personale della 9^ qualifica "sostituisce il dirigente in caso di assenza od impedimento" ed "assume la reggenza dell'ufficio in attesa della destinazione del dirigente titolare".

Il silenzio della norma contrattuale in esame sulla reggenza non può essere superato facendo rientrare la "reggenza" nella "sostituzione", quest'ultima espressamente prevista dalla declaratoria, trattandosi di istituti diversi, in quanto la reggenza presuppone la vacanza della titolarità dell'ufficio dirigenziale, mentre la sostituzione è prevista solo temporaneamente per il caso di assenza o impedimento del titolare dell'ufficio superiore.

Il giudice di primo grado, pur rilevando la mancanza di una espressa previsione, ha affermato che la reggenza deve comunque ritenersi implicitamente prevista dalla declaratoria in esame per un duplice ordine di considerazioni: a) perché altrimenti non sarebbero più possibili reggenze di lungo periodo, visto che l'art. 52 del d.lgs. 265/2001 consente il conferimento di mansioni superiori per sopperire alle vacanze di organico per un periodo di tempo non superiore a sei mesi; b) perché il contratto decentrato per il settore Difesa del trimestre 1998/2001 ha riconosciuto una indennità economica, parametrata su base annua, al personale della posizione C3 che tenga la reggenza di unità di livello dirigenziale; ne deduce il Tribunale che le parti collettive nell'accordo decentrato abbiano inteso precisare che tra i compiti del dipendente della posizione C3 rientri anche la reggenza dell'ufficio dirigenziale, anche se di lunga durata.

Entrambe le affermazioni non possono essere condivise.

Non può essere condivisa la prima perché si fonda non già su argomenti giuridici, bensì su ragioni di pratica opportunità che non valgono certo ad introdurre nel contratto un istituto non previsto dai contraenti.

Non può essere condivisa neppure la seconda, perché con tale argomentazione il giudice di primo grado sostiene che le parti dell'accordo decentrato hanno modificato il contratto nazionale introducendo nella declaratoria una figura non prevista; non si comprende bene, poi, se per il Tribunale ciò sia avvenuto per effetto di una sorta di interpretazione autentica della volontà espressa dalle parti in quella sede, ovvero per effetto di una nuova determinazione.

AI riguardo va rilevato che nella contrattazione decentrata, che interessa una sola amministrazione del comparto, non vi può essere piena coincidenza delle parti contrattuali, come erroneamente ritenuto dal Tribunale, per cui le parti della contrattazione decentrata non sono legittimate a fornire interpretazioni autentiche della volontà espressa dalle parti della contrattazione nazionale. A ciò si aggiunga che, secondo quanto disposto dall'art. 40 comma 3 del d.lgs. 165/2001, le pubbliche amministrazioni non possono sottoscrivere in sede decentrata contratti collettivi integrativi in contrasto con vincoli risultanti dai contratti collettivi nazionali con la conseguenza che le clausole difformi sono nulle e non possono essere applicate. La contrattazione integrativa, inoltre, ai sensi della norma sopra citata, può avvenire solo nelle materie e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali e non risulta che il contratto nazionale abbia demandato alla contrattazione decentrata l'integrazione della declaratoria relativa alla posizione economica C3.

In definitiva, in base al principio desumibile dall'art. 1362 cod. civ., secondo cui il principale strumento interpretativo della volontà delle parti è costituito dalle parole ed espressioni del contratto (cfr. Cass. n. 2153 del 2004, Cass. n. 15814 del 2003) deve ritenersi che le parti contrattuali, omettendo l'indicazione della reggenza tra le mansioni proprie della qualifica della posizione economica C3, hanno inteso scientemente escludere tale figura dalla relativa declaratoria.

Va dunque affermato che la declaratoria del profilo lavorativo relativo alla posizione economica C3, di cui all'Allegato A al CCNL del Comparto Ministeri del 16 febbraio 1999 (in G.U. Supp. Ord. N. 46 del 25.2.1999), non ricomprende nelle funzioni proprie del citato profilo l'espletamento delle funzioni di reggenza della superiore posizione lavorativa dirigenziale per vacanza del relativo posto.

Per tutte le considerazioni sopra svolte, deve essere accolto il primo motivo di ricorso e la sentenza impugnata di conseguenza deve essere cassata. La causa va rimessa per l'ulteriore corso al Tribunale della Spezia, che si atterrà all'interpretazione sopra specificata della clausola contrattuale in esame e provvederà altresì alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso e dichiara inammissibile il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rimette la causa al Tribunale della Spezia, per l'ulteriore corso e per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.



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