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Cassazione civile Sez. I, 23 maggio 2006, n. 12143


Sepoltura · testamento

Ottimo commento alla fonte: http://latribuna.corriere.it/dynuni/dyn/sentenze/2006/23_05_2006n12143.jhtml

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Pres. Luccioli - Est. Gilardi - P.M. (conf.) - Fx c. Gx ed altri

Svolgimento del processo. - Con sentenza del 13 gennaio - 16 marzo 2000 il Tribunale di Palermo, in accoglimento della domanda proposta da Salvatore, Lorenzo e Domenico Gx, fratelli della defunta Maria Gx, e nella contumacia di Giuseppe Fx, coniuge di quest'ultima, dichiarava che la Gx aveva conferito mandato agli attori di essere sepolta nella tomba destinata ad accogliere le spoglie della famiglia Gx ed ordinava a Giuseppe Fx di consegnare, nel rispetto delle prescrizioni amministrative, la salma della congiunta per consentirne la tumulazione nella tomba loro assegnata.

Avverso la decisione del Tribunale proponeva appello il Fx eccependo la nullità del giudizio di primo grado per essere nulla la notifica della citazione, e chiedendo l'integrale riforma della sentenza impugnata.

Si costituivano i germani Gx deducendo l'inammissibilità dell'appello per genericità dei motivi e chiedendone comunque il rigetto.

Con sentenza del 28 giugno - 28 ottobre 2002 la Corte d'appello di Palermo rigettava l'impugnazione.

Contro la sentenza della Corte d'appello ha proposto ricorso il Fx sulla base di tre motivi.

Salvatore, Domenico e Lorenzo Gx hanno resistito notificando controricorso.

Il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ha chiesto che fosse dichiarata l'inammissibilità del primo motivo di ricorso.

Con ordinanza n. 20960 del 2004 la Corte a Sezioni Unite ha dichiarato inammissibile il primo motivo di ricorso con il quale il Fx aveva dedotto che la decisione impugnata era in contrasto con l'ordinanza sindacale che aveva autorizzato il trasferimento della salma di Maria Gx nella tomba del marito, trasferimento rientrante a parere del ricorrente nella competenza esclusiva dell'autorità amministrativa.

Motivi della decisione. - Con il secondo motivo di ricorso (il primo riguardando la questione di giurisdizione, che è stata dichiarata inammissibile con ordinanza n. 20960/2004 delle Sezioni Unite di questa Corte) il ricorrente ha dedotto violazione dell'art. 116 c.p.c. e degli artt. 1703 e segg. c.c., in relazione all'art. 360, n. 3 c.p.c., in quanto la Corte d'appello di Palermo, nel ritenere l'esistenza del mandato post mortem, avrebbe fatto erronea applicazione delle risultanze processuali ed avrebbe trascurato di considerare che un simile mandato non poteva essere provato per testimoni, ma doveva risultare da atto scritto. In mancanza di una disposizione testamentaria, che rendesse evidente la volontà della defunta, il luogo della sepoltura avrebbe dovuto essere individuato tenendo

presenti le richieste avanzate dai congiunti, prescelti fra quelli a lei più strettamente legati da vincoli, comparando - e dando prevalenza - allo "ius coniugii" rispetto allo "ius sanguinis".

Il motivo è infondato. Ogni persona fisica può infatti scegliere liberamente circa le modalità ed il luogo della propria sepoltura, la legge consentendo espressamente che tra le disposizioni testamentarie rientrino anche quelle a carattere non patrimoniale (art. 587, secondo comma c.c.). Quando manca la scheda testamentaria, tale volontà può essere espressa senza rigore di forma attraverso il conferimento di un mandato ai prossimi congiunti. L'esistenza ed il contenuto di un simile mandato costituisce questione di fatto; e nella specie la Corte d'appello, con ampia motivazione che ha tenuto conto di una pluralità di elementi (e non soltanto delle risultanze testimoniali), e che appare del tutto corretta sotto il profilo delle norme di legge, ha chiarito le ragioni per le quali era da ritenere da un lato che la de cujus avesse espresso il desiderio di non essere tumulata post mortem nella cappella del marito, dall'altro lato che la sepoltura nella tomba destinata ad accogliere le spoglie della famiglia Gx fosse quella più rispondente alla volontà delle defunta. Tale conclusione, investendo apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, si sottrae a sindacato in sede di legittimità; nè può darsi alcun rilievo all'argomento fondato sulla comparazione tra "ius coniugii" e "ius sanguinis", trattandosi di una tesi del tutto nuova che non risulta prospettata e discussa davanti al giudice del merito.

Col il terzo motivo il ricorrente ha dedotto violazione degli artt. 90 e segg. c.p.c., in relazione all'art. 360, n. 3 c.p.c. in quanto le circostanze da cui era scaturita la controversia avrebbero suggerito quanto meno una compensazione delle spese processuali.

Il motivo è infondato, dal momento che la Corte d'appello, condannando il Fx alle spese del giudizio, si è limitata a fare applicazione della regola della soccombenza ex art. 91 c.p.c. Sotto altro profilo, la decisione del giudice del merito di compensare in tutto o in parte le spese di lite costituisce espressione di un potere discrezionale ad esso conferito dalla legge, potere il cui esercizio è incensurabile in sede di legittimità, a meno che la relativa decisione non sia sorretta da ragioni palesemente illogiche, tali cioè da inficiare per la loro inconsistenza lo stesso processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto. Nella specie, peraltro, la condanna alle spese è stata emessa a favore della parte totalmente vincitrice e nei confronti della parte totalmente soccombente.

Consegue da quanto sopra che il ricorso deve essere respinto, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, spese che si liquidano in favore dei resistenti - tenuto conto della maggiorazione dovuta nel caso di difensore che assista una pluralità di parti - nella misura complessiva di euro 3.700,00 di cui euro 3.600,00 per onorari di avvocato, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge. (Omissis)



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