RicercaGiuridica.com
Oltre 50.000 sentenze gratuite e social
Newsletter gratuita info e privacy:

Chi siamo

Follow on Twitter Facebook Telegram Scrivici Stampa    


Cassazione - Sentenze - Dal 2000 la 1o banca dati di sentenze in puro testo share to whatsapp


Materie - Manda testi - Segnala url - testi integrali - RSS



Cassazione sezioni unite Sentenza n. 17636 del 2003


Ricusazione · riassunzione · procedura civile

inviata gentilmente da Luca Cestaro

www.lucacestaro.it

Condividi su: FaceBook   Email - Seguici su facebook Facebook   telegramTelegram

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CORONA Rafaele - Primo Presidente f.f. -

Dott. DUVA Vittorio - Presidente di Sezione -

Dott. RAVAGNANI Erminio - Consigliere -

Dott. LUPO Ernesto - rel. Consigliere -

Dott. SABATINI Francesco - Consigliere -

Dott. NAPOLETANO Giandonato - Consigliere -

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio - Consigliere -

Dott. MORELLI Mario Rosario - Consigliere -

Dott. EVANGELISTA Stefanomaria - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Zx GIUSEPPE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TAGLIAMENTO 14,

presso lo studio dell'avvocato CARLO MARIA BARONE, che lo rappresenta e

difende unitamente all'avvocato GIANCARLO PEZZANO, giusta delega a margine

del ricorso;

- ricorrente -

contro

Ey COMPAGNIA ITALIANA DI ASSICURAZIONI S.P.A., IN LIQUIDAZIONE, in

persona del legale rappresentante "pro-tempore", elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA MONTI PARIOLI 12, presso lo studio dell'avvocato GREGORIO

IANNOTTA, che la rappresenta e difende, giusta delega a margine del

controricorso;

- controricorrente -

avverso l'ordinanza relativa al giudizio n. r.g. 50568/99 del Tribunale di

ROMA, depositata il 23 maggio 2002;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25

settembre 2003 dal Consigliere Dott. Ernesto LUPO;

uditi gli Avvocati Carlo Maria BARONE, Gregorio IANNOTTA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Antonio

MARTONE che ha concluso in via principale per la questione di costituzione,

in relazione all'art. 24 e 111 della Costituzione dell'art. 53 c.p.c. nella

parte in cui esclude la ricorribilità avanti la Corte di Cassazione, in via

subordinata ammissibilità del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 9 luglio 2001 Giuseppe Zx ricusò il dott. Giovanni

Deodato, presidente del Collegio giudicante della 3^ Sezione civile del

Tribunale di Roma, investito della domanda di responsabilità contrattuale ed

extracontrattuale promossa da L'Ey - Compagnia italiana di assicurazioni

s.p.s. in liquidazione coatta amministrativa, in persona del commissario

liquidatore Francesco Dz nei confronti di esso Zx, amministratore

unico della società Cw (Cw) a r.l.

Con ordinanza depositata il 4 ottobre 2001, il Collegio per le ricusazioni

del Tribunale di Roma rigettò l'istanza, disponendo che le parti

provvedessero alla riassunzione della causa nel termine perentorio di sei

mesi.

In data 24 ottobre 2001 la cancelleria della 3^ Sezione civile del Tribunale

comunicò ad procuratore dello Zx il provvedimento con cui il

Presidente dott. Deodato aveva fissato per la discussione orale della causa

l'udienza collegiale del 14 novembre 2001. Ritenendo tale provvedimento -

con cui il magistrato, già ricusato nel giudizio "a quo", aveva provveduto

"ex officio" a fissare l'udienza di riassunzione della causa - indicativo di

una grave inimicizia sussumibile nella previsione dell'art. 51 c.p.c., n. 3,

lo Zx ricusò nuovamente, con ricorso depositato il 12 novembre 2001,

il dott. Deodato.

Con tale ricorso fu ricusata anche la Dott.ssa Adelaide Amendola,

delineanDz in capo alla stessa, secondo il ricorrente, una situazione di

incompatibilità ricollegabile alla fattispecie della precedente cognizione

della stessa situazione giuridica in altra causa (art. 51, n. 4, c.p.c.).

Con ordinanza del 23 maggio 2002, il Collegio delle ricusazioni del

Tribunale di Roma ha rigettato il ricorso per ricusazione dei due giudici,

condannando il ricorrente alla pena pecuniaria di Euro 20,66 (pari a Euro

10,33 per ciascun magistrato ricusato). Avverso detta ordinanza lo Zx

ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi, a cui la società

L'Ey in liquidazione coatta amministrativa ha resistito con

controricorso. Ambedue le parti hanno presentato memoria.

Il ricorso è stato assegnato alle SEZIONI UNITE CIVILI di questa Corte in

quanto presenta una questione di massima di particolare importanza,

concernente l'ammissibilità del ricorso per cassazione avverso l'ordinanza

che ha deciso sull'istanza di ricusazione, finora costantemente negata dalla

giurisprudenza della Cassazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo il ricorrente censura la condanna alla pena

pecuniaria, deducendo la violazione degli artt. 51-54 c.p.c., in relazione

all'art. 360 c.p.c., n. 3 ed all'art. 111 Cost., nonché il "difetto assoluto

di motivazione su punti decisivi della controversia". Preliminarmente, a

sostegno dell'ammissibilità del motivo di ricorso, il ricorrente invoca la

sentenza di questa Corte n. 5162 del 1984, secondo cui la non impugnabilità

dell'ordinanza che ha deciso sulla ricusazione (prevista dall'art. 53

c.p.c.) non ne investe il capo con cui la parte istante è condannata al

pagamento della pena pecuniaria, trattanDz di statuizione che, incidendo

su diritti soggettivi del soccombente, assume natura squisitamente decisoria

e legittima quindi il soggetto passivo, non tutelato da altri mezzi di

reazione, alla proposizione del ricorso ex art. 111 Cost. Nel merito, il

ricorrente ritiene che la condanna alla pena pecuniaria non sia stata

giustificata dalla ordinanza impugnata, come sarebbe stato necessario a

seguito della illegittimità costituzionale dell'art. 54, terzo comma,

c.p.c., dichiarata dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 78 del 2002.

Con il secondo motivo il ricorrente, denunziando "violazione e falsa

applicazione dell'art. 111 Cost., degli artt. 52 e 53 c.p.c. in relazione

all'art. 360, n. 3, c.p.c.", censura la pronunzia di inammissibilità

dell'istanza, da lui proposta, di essere sentito dal Collegio che ha deciso

sul ricorso per ricusazione. Il ricorrente rileva che il procedimento di

ricusazione, lungi dall'assumere natura amministrativa, a tutti gli effetti

costituisce un processo vertente su un diritto soggettivo perfetto, quale è

il fondamentale diritto all'imparzialità del giudice, garantito alle parti

della controversia principale dall'art. 111 Cost. Secondo questa

disposizione costituzionale, "ogni processo si svolge nel contraddittorio

delle parti", che pertanto va sempre assicurato, sia pure nelle forme più

adeguate alle particolarità strutturali del procedimento di ricusazione, in

cui già l'art. 53 c.p.c. prevede una fase istruttoria, anche se

deformalizzata.

Con il terzo motivo il ricorrente, denunziando la "violazione degli artt.

30-bis, 34, 51, 52, 53, 54, 56 e 112 c.p.c. e dell'art. 5 della legge 13

aprile 1988, n. 117, in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c. e all'art. 111

Cost.", nonché "difetto assoluto di motivazione su punti decisivi della

controversia", impugna il merito della decisione del Tribunale, là dove ha

escluso la sussistenza delle cause di ricusazione dedotte dal ricorrente.

Preliminarmente il ricorrente si sofferma sulla ammissibilità della censura.

Egli ritiene che l'orientamento tradizionale delle sezioni semplici della

Corte sulla non ricorribilità, ai sensi dell'art. 111 Cost., della ordinanza

emanata sul ricorso per revocazione, non sia più sostenibile alla luce del

nuovo testo del citato art. 111 Cost. e delle enunciazioni contenute nella

sentenza della Corte Costituzionale n. 78 del 2002. Nel nuovo contesto

costituzionale, l'aspirazione delle parti ad essere giudicate da un giudice

terzo - si osserva - è destinata ad assumere la consistenza del diritto

soggettivo assoluto; ed anzi, di diritto primario, fondamentale ed

insopprimibile della persona, di dignità pari se non superiore a quello del

diritto al giudice naturale precostituito per legge e a tutti gli altri

inalienabili diritti correlati alla difesa e all'azione in causa, onde

l'incompatibilità, dell'organo giudicante non può più essere considerata

"sub specie" del mero profilo amministrativo afferente all'organizzazione

del servizio giudiziario. Consegue che l'ordinanza che decide sul ricorso

per revocazione costituisce un provvedimento decisorio, essendo conclusivo

di un procedimento contenzioso autonomo vertente su diritti soggettivi

fondamentali, e definitivo, perché, per espressa previsione legislativa, non

impugnabile, onde contro detta ordinanza deve ritenersi ammissibile il

ricorso per cassazione straordinario ed immediato. Questa conclusione trova

conforto, sul piano sistematico, nella disciplina del corrispondente

istituto in materia penale, che prevede (art. 41 c.p.p.) la ricorribilità

per cassazione dell'ordinanza sulla ricusazione, non essendo consentita una

diversa intensità della tutela del diritto al giudice terzo ed imparziale a

seconda dell'oggetto del contendere, atteso che - come è stato osservato in

dottrina - terzietà ed imparzialità "colgono l'essenza del giudice, la vera

differenza tra giudice e non giudice", consacrano cioè un principio

coessenziale alla funzione giurisdizionale complessivamente intesa (e

qualunque sia la materia sulla quale essa si eserciti).

Nel merito, il ricorrente critica ampiamente l'ordinanza impugnata che ha

ritenuto insussistenti le dedotte cause di ricusazione, eccependo, in via

subordinata, l'incostituzionalità dell'art. 51, n. 4, c.p.c. e dell'art. 52

c.p.c., in relazione agli artt. 3, 24 e 111 Cost..

2) Pregiudiziale è l'esame della ammissibilità del ricorso per cassazione

proposto avverso l'ordinanza che, a norma dell'art. 54 c.p.c., ha rigettato

la ricusazione, condannando il ricorrente al pagamento della pena pecuniaria

prevista dal detto articolo. Dal punto di vista logico è prioritario l'esame

della ricorribilità "in toto" della ordinanza impugnata, rispetto alla

proponibilità del ricorso per cassazione avverso la sola parte di essa con

cui il ricorrente è stato condannato a pagare la pena pecuniaria. Va perciò

rovesciato l'ordine con cui il ricorrente ha esposto i motivi del ricorso,

impugnando, con il primo motivo, la sola condanna alla pena pecuniaria e,

con il terzo motivo, il rigetto della ricusazione. 3) L'art. 53, secondo

comma, c.p.c. dichiara espressamente non impugnabile l'ordinanza che decide

sul ricorso per ricusazione (qualunque sia il suo contenuto:

inammissibilità, rigetto o accoglimento del ricorso).

La proponibilità del ricorso per cassazione straordinario, ai sensi

dell'art. 111, settimo comma, Cost. (nel testo risultante dalle modifiche ad

esso apportate dall'art. 1 della L.Cost. 23 novembre 1999, n. 2), viene

prospettata in quanto si attribuisce all'ordinanza che, come nel caso di

specie, ha rigettato la ricusazione, la natura sostanziale di sentenza.

Secondo un costante orientamento di questa Corte (a partire dalla sentenza

delle SEZIONI UNITE CIVILI 30 luglio 1953 n. 2593), che ha interpretato il

termine "sentenza" usato dal citato art. 111 Cost. in senso sostanzialista,

vi si comprendono anche i provvedimenti giurisdizionali che hanno forma

diversa dalla sentenza, se essi presentano ambedue i seguenti requisiti: la

decisorietà, nel senso che essi risolvono una controversia su un diritto

soggettivo o su uno "status", e la definitività, nel senso che l'ordinamento

non prevede rimedi diversi contro il provvedimento decisorio, che così è

idoneo a pregiudicare irrimediabilmente quel diritto o quello "status" (in

tal senso v., di recente, Sez. Un. 15 luglio 2003 n. 11026). 3.1. Per quanto

attiene al contenuto decisorio dell'ordinanza che, come quella qui

impugnata, rigetti il ricorso per ricusazione, esso è stato affermato dalle

più recenti pronunzie di questa Corte (Sez. 1^, 26 marzo 2002 n. 4297, le

cui ampie argomentazioni sono state pienamente recepite da Sez. 3^, 27

luglio 2002 n. 11131). Queste sentenze hanno osservato che, a seguito della

menzionata modifica dell'art. 111 Cost., che ha sancito in modo espresso il

principio dell'imparzialità del giudice, adeguando il sistema processuale al

fondamentale principio dell'art. 6 della Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, l'esigenza

di fare decidere la controversia da un giudice imparziale non costituisce

più soltanto una questione amministrativa relativa all'organizzazione degli

uffici giudiziari, che dà luogo ad un procedimento incidentale definito con

un provvedimento di natura ordinatoria (come era stato affermato dalla

precedente giurisprudenza di questa Corte), bensì rappresenta un diritto

soggettivo della parte processuale, non solo pieno ed assoluto, ma anche

fondamentale ed insopprimibile, in quanto riconosciuto dalla Costituzione e

dalla indicata Convenzione europea, con riferimento a qualunque tipo di

processo.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 21 marzo 2002 n. 78, emanata

proprio in tema di ricusazione del giudice, ha, in piena sintonia, affermato

che il secondo comma del nuovo testo dell'art. 111 Cost. ha espressamente

sancito il "diritto ad un giudizio equo ed imparziale, implicito nel nucleo

essenziale del diritto alla tutela giudiziaria di cui all'art. 24 della

Costituzione". E l'istanza di ricusazione del giudice è, secondo la Corte,

"diretta appunto a far valere concretamente quel diritto".

Non può, perciò, più condividersi il precedente e risalente orientamento

seguito dalle Sezioni semplici di questa Corte, secondo cui l'ordinanza resa

sull'istanza di ricusazione configura un provvedimento privo di portata

decisoria su posizioni di diritto soggettivo, essendo esso diretto, in via

ordinatoria e strumentale, ed in esito ad un procedimento di tipo

sostanzialmente amministrativo, ad assicurare il soddisfacimento di

interessi di ordine generale relativi all'imparzialità del giudice ed al

corretto esercizio dell'attività giudiziaria (v., tra le altre, Cass. 24

luglio 1964 n. 2028; 2 marzo 1977 n. 867; 19 ottobre 1977 n. 4472; 22

gennaio 1979 n. 483; 22 novembre 1979 n. 6102; 19 febbraio 1981 n. 1031; 26

marzo 1981 n. 1761; 18 febbraio 1982 n. 1017; 2 marzo 1983 n. 187; 14

febbraio 1984 n. 1113; 17 luglio 1985 n. 4219; 24 gennaio 1986 n. 461; 21

gennaio 1987 n. 519; 6 luglio 1988 n. 4432; 16 maggio 1990 n. 4273; 6 agosto

1990 n. 7121; 28 marzo 1996 n. 2857; 3 marzo 1998 n. 2330; 16 maggio 1998 n.

4924; 10 gennaio 2000 n. 155; 27 giugno 2000 n. 8729; 1^ febbraio 2002 n.

1285).

L'imparzialità del giudice non è soltanto un interesse generale

dell'amministrazione della giustizia, ma è anche, se non soprattutto, un

diritto soggettivo della pane, poiché "ogni persona ha diritto ad... un

tribunale indipendente e imparziale" (art. 6 della citata Convenzione

europea dei diritti dell'uomo) ed "ogni processo si svolge... davanti a un

giudice terzo e imparziale" (art. 111, secondo comma, Cost.).

3.2. L'ordinanza che rigetta l'istanza di ricusazione, se ha natura

decisoria, non può, però, considerarsi un provvedimento definitivo, perché

il suo contenuto può essere riesaminato nel corso dello stesso processo in

cui l'ordinanza è stata emanata, onde non può dirsi che essa abbia l'effetto

di pregiudicare irrimediabilmente e definitivamente il diritto della parte

ad un giudice imparziale. Questa Corte ha da tempo affermato che l'ordinanza

di rigetto dell'istanza di ricusazione confluisce nella sentenza che

definisce il grado di giudizio in cui detta ordinanza è stata emessa, con la

conseguenza che l'eventuale vizio causato dall'incompatibilità del giudice

invano ricusato diviene motivo di nullità dell'attività spiegata dal giudice

stesso e quindi di gravame della sentenza da lui emessa, e questa

impugnazione rende possibile il controllo sul provvedimento che ha negato la

sussistenza dell'addotta causa di ricusazione, il quale è pertanto

riesaminabile nell'ulteriore corso del processo, a seguito dell'iniziativa

della parte che ha proposto l'istanza di ricusazione (Cass. 22 febbraio 1993

n. 2176; 10 gennaio 2000 n. 155; 27 giugno 2000 n. 8729; 28 marzo 2002 n.

4486; oltre alle due citate sentenze n. 4297 e 11131 del 2002, che hanno

attribuito natura decisoria alla ordinanza di rigetto della ricusazione, ma

ne hanno escluso la definitività).

Detto orientamento è stato ricordato anche dalla citata sentenza della Corte

Costituzionale n. 78/2002, secondo cui "l'eventuale violazione del diritto

ad un giudizio imparziale, derivante da una erronea decisione negativa sulla

ricusazione, può trovare rimedio... nel controllo sulla pronuncia resa col

concorso del giudice ricusato".

In altri termini, la non impugnabilità "ex se" della ordinanza che decide

sul diritto ad un giudice imparziale, negandolo, non esclude che essa venga

investita dall'impugnazione proposta contro la sentenza che conclude il

giudizio.

Si sostiene che tale mezzo di riesame posticipato non sia idoneo a tutelare

il diritto ad un giudice imparziale, che non è circoscrivibile al grado di

appello, ma che deve estendersi a "tutte le fasi processuali 'ex lege'

previste per una determinata tipologia, di controversie". Ed invero il

giudice di appello che ravvisi la causa di ricusazione esclusa nel giudizio

di primo grado non può rimettere la causa al primo giudice, non ricorrendo

alcuno dei casi tassativi previsti dagli artt. 353-354 c.p.c., ma "deve

trattenere la causa e deciderla comunque nel merito, con la conseguenza che

il diritto al giudice imparziale può in tale caso realizzarsi soltanto nel

secondo grado di giudizio, in palese violazione dell'art. 6 della citata

Convenzione internazionale".

In ordine a tale obiezione deve innanzitutto osservarsi, su un piano

generale, che la ritenuta inidoneità del mezzo giuridico previsto per il

riesame del provvedimento decisorio non equivale ad una assenza di rimedi

che lo renda definitivo, e cioè non riesaminabile con altro mezzo giuridico,

onde sia necessario consentirne l'impugnazione con il ricorso straordinario

per cassazione. Con riferimento specifico allo strumento dell'appello con

cui la parte che ha proposto invano l'istanza di ricusazione deduca la

nullità della sentenza di primo grado resa dal (o con il concorso del)

"iudex suspectus", si rileva che la doglianza di inidoneità di tale mezzo di

impugnazione a tutelare il diritto all'imparzialità del giudice diventa

rilevante solo nel momento in cui, essenDz in presenza di una sentenza

nulla perché emanata da un giudice che si trovi in una delle situazioni

previste nel primo comma dell'art. 51 c.p.c., quella tutela è destinata ad

operare nel caso concreto. È in tale momento che, a seguito della ravvisata

nullità della sentenza di primo grado, si potrà porre il problema della

rimessione o meno della causa al primo giudice e della possibilità o meno di

applicare gli artt. 353-354 c.p.c., mediante una loro interpretazione

conforme all'art. 111, secondo comma, Cost. ovvero attraverso una questione

di costituzionalità degli stessi articoli del codice di rito. Se ci si pone

sul piano della idoneità del mezzo di tutela costituito dalla possibilità di

chiedere al giudice di appello un riesame, in ordine alla (esclusa)

sussistenza della causa di ricusazione del giudice che ha emanato la

sentenza appellata, è più attuale e pertinente al presente giudizio

l'osservazione che il ricorso straordinario per cassazione (che, secondo il

ricorrente, dovrebbe essere proponibile avverso l'ordinanza che ha rigettato

il ricorso per ricusazione del giudice di primo grado) consentirebbe

esclusivamente un controllo formale di legalità della detta ordinanza,

poiché tale ricorso straordinario è limitato alla deduzione del vizio di

violazione di legge (secondo la giurisprudenza di questa Corte, pacifica

dopo Sez. Un. 16 maggio 1992 n. 5888). Non sarebbe, quindi, possibile una

nuova verifica sulla sussistenza o meno della addotta causa di ricusazione,

verifica che è oggi consentita nel giudizio di appello, e che verrebbe

invece preclusa dalla pronunzia della Cassazione che abbia a rigettare il

ricorso proposto dal ricusante, pronunzia che renderebbe non più

contestabile nel seguito del presente giudizio il rigetto dell'istanza di

ricusazione, sancendo in modo definitivo l'insussistenza dei suoi

presupposti, pur senza compiere una verifica di merito e finanche un

controllo sulla presenza, nella motivazione dell'ordinanza di rigetto, dei

vizi previsti dall'art. 360, n. 5, c.p.c.

Quindi, l'accoglimento della tesi sull'ammissibilità del presente ricorso

straordinario per cassazione non renderebbe più "adeguata e satisfattiva"

(per usare le parole del ricorso) la tutela invocata per il diritto

all'imparzialità del giudice.

3.3. Il ricorrente, nella memoria, solleva, nell'ipotesi di ritenuta

inammissibilità del ricorso per cassazione da lui proposto, la questione di

illegittimità costituzionale dell'art. 53, secondo comma, c.p.c. (nella

parte in cui prevede la non impugnabilità dell'ordinanza che decide sulla

ricusazione) per contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost., osservando che

la detta non impugnabilità "è, in primo luogo, irragionevolmente

discriminatoria rispetto al diverso regime previsto nell'ambito del processo

penale (in cui l'ordinanza sulla ricusazione è ricorribile in cassazione ex

art. 41 c.p.p.); e, in secondo luogo, gravemente lesiva dei diritti

fondamentali delle pari al giusto processo e quindi alla imparzialità del

giudice garantita durante ho svolgimento di tutte le fasi del giudizio

stabilite dalla legge e dei principi, parimenti fondamentali, di garanzia ed

effettività della tutela giurisdizionale".

La prospettata questione di legittimità costituzionale, di cui è indubbia la

rilevanza nel presente giudizio, appare, però, manifestamente infondata.

La più volte citata sentenza della Corte cost. n. 78/2002 ha affermato, in

linea generale, che la legge ordinaria è tenuta a compone "l'interesse a

garantire l'imparzialità del giudizio con i concorrenti interessi ad

assicurare la speditezza dei processi (la cui ragionevole durata è oggetto,

oltre che di un interesse collettivo, di un diritto di tutte le parti,

costituzionalmente tutelato non meno di quello ad un giudizio equo ed

imparziale, come oggi espressamente risulta dal dettato dell'art. 111,

secondo comma, Cost.) e la salvaguardia delle esigenze organizzative

dell'apparato giudiziario".

La proponibilità immediata del ricorso per cassazione avverso l'ordinanza di

rigetto della ricusazione, con il conseguente protrarsi dell'effetto

sospensivo del giudizio di merito disposto dall'ultimo comma dell'art. 52

c.p.c. (senza le limitazioni previsto nel processo penale dall'art. 37,

comma 2, c.p.p. e dall'art. 42, comma 2, c.p.p.), avrebbe il risultato

pratico di rendere più lento il processo, determinandone il blocco per

effetto dell'iniziativa unilaterale di una sola parte, senza che l'accertata

infondatezza del suo ricorso per ricusazione abbia per la parte stessa una

qualsiasi conseguenza negativa (stante anche l'irrisorietà della pena

pecuniaria prevista dall'art. 54 c.p.c.). È vero che, come ha osservato il

Procuratore generale in udienza, la pronunzia della Cassazione avrebbe

l'effetto utile di chiudere immediatamente ogni contestazione sulla addotta

esistenza della causa di ricusazione; ma tale intervento della Corte di

legittimità, oltre a non soddisfare l'interesse del ricorrente ad una tutela

effettiva (per le ragioni già esposte alla fine del 2.2), comporterebbe un

allungamento cento dei tempi del processo, e cioè un risultato che

stimolerebbe un uso distorto dell'istituto, a danno del diritto ad una

ragionevole durata del processo.

Il ricorrente non ha ignorato tale aspetto del problema, osservando che i

ricorsi per ricusazione ammontano ad un numero molto limitato (nel 2002, 385

ricorsi sull'intero territorio nazionale) e che, comunque, "adducere

incomoda non est argumentum". Ma è facile rilevare, per il primo aspetto,

che l'attuale numero di istanze di ricusazione sarebbe destinato ad

incrementarsi se esse potessero determinare una sospensione ben più lunga di

quella attuale; per il secondo aspetto, la possibilità per una parte di

allungare la durata del processo senza subire alcuna rilevante conseguenza

nel caso in cui tale allungamento si riveli del tutto ingiustificato non si

può considerare un mero inconveniente pratico, ma costituisce una violazione

del diritto di tutte le parti ad una durata ragionevole del processo. Tale

diritto, derivante anche esso dalla Convenzione europea dei diritti

dell'uomo, non costituisce soltanto un dovere per il legislatore (secondo la

espressa previsione dello stesso secondo comma del nuovo testo dell'art. 111

Cost., ove è previsto lo svolgimento del processo davanti ad un giudice

imparziale), ma deve esserne assicurato anche dall'interprete mediante la

scelta di soluzioni ermeneutiche che non siano idonee a determinare un uso

strumentale e rallentante delle garanzie processuali. Per quanto concerne,

infine, il confronto con il codice di procedura penale, che consente il

ricorso per cassazione avverso l'ordinanza che ha deciso sulla ricusazione

(art. 41, comma 1, c.p.p. per quanto attiene alla decisione di

inammissibilità, e, per le decisioni di diverso contenuto, comma 3, che

rinvia all'art. 127 c.p.p.), è sufficiente qui richiamare l'orientamento

espresso dalla Corte Costituzionale nella sent. n. 78/2002, secondo cui "il

principio costituzionale di eguaglianza non comporta il divieto di

regolamentazioni diverse dei diversi tipi di processo" in ordine al

procedimento sulla ricusazione. Secondo la citata sentenza, occorre tenere

conto del "fatto che nell'ambito del processo penale... sono

sistematicamente in gioco beni costituzionalmente più 'sensibili', e

maggiore può essere la preoccupazione di attestare in modo più evidentemente

visibile l'imparzialità dei giudicanti". "A diversi processi - continua la

Corte Cost. - possono corrispondere, in base a scelte discrezionali del

legislatore, discipline differenziate anche degli stessi istituti, purché

non siano lesi principi costituzionali, come quello di imparzialità, che

debbono reggere tutti i giudizi".

Non può, quindi, affermarsi che sia ingiustificata la scelta del codice di

rito civile di non impugnabilità della decisione sulla ricusazione per il

solo fatto che la ricorribilità per cassazione della stessa decisione è

invece prevista nel codice di rito penale, ove però il ricorso per

ricusazione non ha effetti automaticamente sospensivi sul processo di merito

(art. 41, comma 2, e 37, comma 2, c.p.p.), a differenza della rigida

previsione dell'art. 52, ultimo comma, c.p.c.).

Il vero è che, come ha osservato la citata sentenza della Corte Cost., in

ordine al procedimento sulla ricusazione sono "costituzionalmente

ammissibili diverse scelte" del legislatore, "purché rispettose del

principio di imparzialità". E, nell'attuale disciplina del processo civile,

tale principio deve ritenersi sufficientemente garantito dalla possibilità

per la parte, che abbia vista rigettata la propria istanza di ricusazione,

di chiedere al giudice di appello un riesame di tale pronunzia di rigetto

impugnando la sentenza conclusiva resa dal giudice invano ricusato. Gli

eventuali aspetti per cui tale riesame venga ritenuto non idoneo a tutelare

in modo completo il diritto della parte ad un giudice imparziale (aspetti su

cui, come si è detto, il ricorrente si è soffermato ampiamente) non assumono

rilevanza in questo momento processuale, onde il dubbio di loro conformità

alla Costituzione si presenta privo del requisito della rilevanza.

4) Una volta esclusa la ricorribilità "in toto" dell'ordinanza qui

impugnata, occorre decidere se il ricorso per cassazione sia ammissibile

contro la sola parte di essa che contiene la condanna del ricorrente al

pagamento della pena pecuniaria prevista nell'art. 54, terzo comma, c.p.c.,

secondo la tesi sostenuta nel primo motivo di ricorso.

Il ricorrente, a sostegno del propria assunto, ha fatto richiamo alla

sentenza della Sez. 1^ di questa Corte 15 ottobre 1984 n. 5162, che ha

ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione avverso la pronunzia di

condanna del ricusante alle spese, contenuto nel provvedimento che aveva

rigettato il ricorso per revocazione. Tale pronunzia di condanna è stata

ritenuta dalla citata sentenza della Corte un provvedimento avente natura

decisoria e contro il quale non erano dati altri mezzi di reazione al fine

di evitare, a carico della parte ricusante, "il consolidamento di una

situazione patrimoniale non altrimenti rimuovibile" (in precedenza era stata

esclusa l'impugnabilità autonoma della condanna alle spese causate dal

procedimento di ricusazione da Sez. 3^, 22 novembre 1979 n. 6102;

Sez. 2^, 19 febbraio 1981 n. 1031; Sez. 1^, 18 febbraio 1982 n. 1017;

ed anche successivamente non si rinvengono pronunzie che hanno ritenuto

ricorribile la condanna alle spese; per quanto attiene alla pena pecuniaria,

la ricorribilità della relativa condanna è stata espressamente esclusa da

Sez. 1^, 2 marzo 1983 n. 187; Sez. 3^, 3 marzo 1998 n. 2330; Sez. 1^, 10

gennaio 2000 n. 155; Sez. 1^, 1^ febbraio 2002 n. 1285).

Per comprendere bene il precedente invocato dal ricorrente, occorre tenere

presente la fattispecie da esso decisa. La condanna del ricusante al

pagamento delle spese era stata pronunziata dal giudice del merito (che

aveva respinto la ricusazione) a favore di un soggetto estraneo al giudizio

di merito e che era intervenuto nel solo procedimento incidentale di

ricusazione. L'estraneità al giudizio di merito del soggetto beneficiario

della condanna rendeva impossibile l'applicazione dell'orientamento

tradizionale che considerava la condanna alle spese (non diversamente da

quella alla pena pecuniaria) un provvedimento accessorio al rigetto della

ricusazione e quindi inscindibile da esso ai fini dell'impugnazione. Il

ricusante condannato alle spese a favore dell'intervenuto nel solo

procedimento di ricusazione (e non anche in quello di merito) non aveva più

la possibilità di censurare la propria condanna unitamente alla sentenza di

merito, che non concerneva il soggetto intervenuto. Questa particolare

caratteristica della fattispecie concreta ha reso la condanna alle spese un

provvedimento che la citata sent. n. 5162/84 ha considerato "anomalo", tale

quindi da giustificare, secondo la stessa Corte, il discostarsi

dall'orientamento tradizionale e costante di questa giurisprudenza, sulla

non ricorribilità della condanna alle spese (od alla pena pecuniaria).

Tale anomalia non sussiste nel caso qui giudicato (concernente, come si è

detto, la condanna alla pena pecuniaria, e non anche alle spese del

procedimento di ricusazione). Le censure che qui il ricorrente ha proposto

contro la detta condanna potranno essere dedotte nel corso del giudizio di

merito, in via consequenziale rispetto alla richiesta di riesame del rigetto

della ricusazione o anche in via autonoma rispetto a quest'ultima

statuizione, tenuto conto che la Corte Cost., con la sent. n. 78/2002, ha

dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 54, terzo comma, c.p.c.,

nella parte in cui ricollegava automaticamente la condanna alla pena

pecuniaria alla inammissibilità o al rigetto della ricusazione (il detto

automatismo è oggi venuto meno e può quindi aversi una decisione negativa

sull'istanza di ricusazione, a cui però non faccia seguito l'applicazione

della pena pecuniaria per l'insussistenza dei presupposti della detta

sanzione).

Anche la condanna alla pena pecuniaria inflitta al ricorrente, pertanto, non

costituisce un provvedimento definitivo, avverso cui sia ammissibile il

ricorso straordinario per cassazione. 5) In conclusione, il ricorso per

cassazione va dichiarato inammissibile, in quanto proposto contro

un'ordinanza che, nell'intero suo contenuto, pure avendo natura decisoria,

non ha carattere definitivo.

La complessità e la parziale novità (in relazione al nuovo testo dell'art.

111 Cost.) delle questioni poste dal ricorso costituiscono giusti motivi di

compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Compensa tra le parti le spese

del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 25 settembre 2003.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2003

***

Luca Cestaro

www.lucacestaro.it



Ricevi gli aggiornamenti su questa e altre sentenze:

Email: (gratis Info privacy)


Tags:

 


Le piu' lette del mese
Sommario:


Visita le banche dati: Diritto Sportivo - Procedura civile - Diritto di internet
. Ambiente
. Assegno divorzile
. Autovelox
. Banche
. Circolazione stradale
. Condominio
. Consumatori
. Contravvenzioni stradali
. Convivenza
. Danni
. Danno esistenziale
. Divorzi
. Evidenza
. Fallimento
. Famiglia
. Fermo amministrativo
. Immigrazione
. Inedite
. Internet
. Lavoro
. Locazioni
. Mobbing
. More Uxorio
. Parcheggi
. Photored
. Procedura
. Responsabilità del medico
. Separazioni
. Strada
. Vacanza rovinata






Ultime G.U:







Il testo dei provvedimenti (leggi, decreti, regolamenti, circolari, sentenze, ordinanze, decreti, le interpretazioni non rivestono carattere di ufficialità e non sono in alcun modo sostitutivi della pubblicazione ufficiale cartacea. Sono anonimizzati. I nomi sono tutti di fantasia. E' noto che alcuni estremi di sentenze non coincidono con altre fonti sul web. Verificate sempre gli estremi. Copiate liberamente i testi segnalati, linkando ricercagiuridica.com, grazie.


    Altro: - Corte Cost. - Forum - Gloxa - IusSeek - Mappa - Leggi - Libri - Link - Mobile - Penale - Podcast - Tribut. - Embed - Edicola - Altre Ricerche - Toolbar - Store


IusOnDemand srl - p.iva 04446030969 - Privacy policy (documenti anonimizzati) - Cookie - Segnala errori - Toolbar - Software e banca dati @ - 0.329
Cookie