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Cassazione civile, sez. III, 14 gennaio 2000, n. 369


Clausola risolutiva espressa - Locazioni

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Svolgimento del processo

Con atto notificato il 29 aprile 1996 la "Colfin S.p.a." ha intimato alla "Grandi Magazzini Ellesse di Luigi Sicilia e C. S.p.a." sfratto per morosità da immobile in Pozzuoli con contestuale citazione innanzi al pretore di Napoli - sezione distaccata di Pozzuoli - per la convalida e, in caso di opposizione, la risoluzione del contratto di locazione.

La società intimata si è opposta.

Il pretore ha accolto la domanda di risoluzione ed ordinato il rilascio dell'immobile.

La pronuncia è stata confermata, su appello della società conduttrice, dal tribunale di Napoli con sentenza resa il 2 aprile 1997.

Secondo il tribunale, la clausola risolutiva espressa, contenuta nel contratto, non può essere considerata vessatoria, in quanto riproduce la previsione dell'art. 5 legge n. 392/1978 ed il testo negoziale è stato in ogni sua parte formato da entrambe le parti; pertanto, la mancanza di specifica approvazione scritta non produce invalidità ai sensi dell'art. 1341, secondo comma Codice civile, la clausola va interpretata nel senso che il canone deve pervenire entro il termine convenuto al domicilio della locatrice, per cui ai fini della sussistenza dell'inadempimento a nulla rileva che sia stato inviato con lettera raccomandata spedita anteriormente; la giurisprudenza di legittimità, a differenza di quella di merito, sembra propendere per la tesi dell'operatività oggettiva della clausola risolutiva espressa e l'adesione alla tesi comporta che il giudice è esonerato dalla valutazione del comportamento del debitore sotto il profilo della colpa; nella specie, peraltro, la conduttrice non ha più di una volta rispettato il termine di pagamento del canone con grave lesione del principio di buona fede e di correttezza nell'esecuzione del contratto, sicché è ravvisabile inadempimento colpevole; l'essersi la locatrice nel presente caso ed in altri ricevuto il pagamento tardivo del canone non implica rinuncia tacita alla clausola risolutiva espressa: nel presente caso la ricezione ha fatto seguito alla domanda di risoluzione e negli altri non è valsa a determinare modifica dei patti contrattuali; la purgazione della mora a norma dell'art. 55 legge n. 392/1978 è possibile nel caso, in cui sia proposta domanda di convalida di sfratto per morosità e non pure nel caso in cui, come nella specie, sia proposta anche domanda di risoluzione; nel quale caso ai sensi dell'art. 1453, terzo comma Codice civile dopo la proposizione della domanda non è consentito adempiere.

La società "grandi magazzini Ellesse" ha proposto ricorso per cassazione sulla base di sette motivi; la "Colfin S.p.a." ha resistito con controricorso; le parti hanno depositato memorie e la "Colfin S.p.a." anche note di udienza.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, denunciandosi "violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1362, 1363, 1367 e 1456 Codice civile, in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione", si deduce che la formulazione del quinto patto del contratto, palesemente equivoca e contraddittoria, non consente di ritenere l'operatività della clausola risolutiva espressa anche nell'ipotesi - ricorrente nella specie - di ritardo nel pagamento di una rata del corrispettivo.

Il patto - si sostiene - non può che riferirsi al corrispettivo globale, che per la sua rilevante entità economica rende ragionevole considerare grave inadempimento anche il semplice ritardo; la diversa interpretazione comporterebbe superfluità della clausola; contrasterebbe con il comportamento della locatrice, che ha sempre accettato senza riserve il pagamento tardivo delle rate del corrispettivo; non troverebbe logica giustificazione nell'accettazione, da parte della conduttrice, di patto suscettibile di portare alla distruzione dell'azienda.

1.1. Il motivo è inammissibile, in quanto investe questioni, che non hanno formato oggetto del "thema decidendum" del giudizio di secondo grado, come fissato dall'impugnazione e dalle richieste delle parti, ed involgono accertamenti di fatto non consentiti in questa sede.

1.2. Ove non fosse inammissibile, il motivo sarebbe infondato, svolgendo censure all'interpretazione di clausola contrattuale non soggetta al sindacato di legittimità per essere condotta secondo le regole di ermeneutica fissate dagli artt. 1362 ss. Codice civile, e congruamente motivata.

2. Con il secondo motivo di ricorso si deduce "violazione e falsa applicazione degli artt. 1341, 1362, 1456 Codice civile in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile".

Il tribunale - si sostiene - si è limitato ad escludere l'applicabilità della disciplina dell'art. 1341, secondo comma, Codice civile sul rilievo che il contratto è stato formulato da entrambe le parti; avrebbe dovuto, invece, verificare la conformità delle clausole al principio di buona fede, onde adeguarsi alla mutata concezione del contratto, per la quale l'autonomia privata riceve limitazione dal principio di solidarietà sociale, quale valore di fondo della costituzione, nel senso che, ogni qualvolta le clausole attribuiscono ad una parte posizioni e vantaggi particolari, il giudice è tenuto al controllo sostanziale della giustizia del rapporto.

La clausola risolutiva espressa - si aggiunge - imposta dalla locatrice, contraente più forte in relazione alla penuria di unità immobiliari destinate ad attività commerciale, al fine di garantirsi una posizione dominante attraverso l'esonero dell'onere probatorio della gravità dell'inadempimento, viola il principio di solidarietà sociale e contrasta con le norme sulla buona fede, sicché presenta carattere vessatorio, ed il tribunale avrebbe dovuta ritenerla inoperativa a causa della mancanza di specifica approvazione scritta.

2.1. Il motivo pone la questione se la tutela del contraente debole in funzione del principio costituzionale della solidarietà sociale si spinga fino al controllo giudiziale della giustizia sostanziale del rapporto.

2.2. La giurisprudenza di questa Corte ha fissato l'ambito di operatività della disciplina prevista dall'art. 1341 Codice civile, chiarendo che il presupposto di applicazione della medesima è costituito dalla predisposizione unilaterale della clausola, mentre non rileva la potenzialità economica delle parti, comunque intesa (cfr. Cass. 27 aprile 1991, n. 4638).

In questa linea interpretativa la Corte ha ritenuto che la specifica approvazione scritta della clausola non è necessaria, qualunque ne sia il contenuto, quando essa sia formata con l'intervento delle parti, ed è, viceversa, necessaria anche quando sia predisposta dal contraente più debole, giacché l'art. 1341, oltre a tutelare quest'ultimo, impedendo che sia sopraffatto dalla parte più forte, mira soprattutto a garantire che le clausole onerose formino oggetto di vera e propria contrattazione (Cass. 22 maggio 1986, n. 3407).

Non escono da questa prospettiva la corrente dottrinale, che reclama un nuovo assetto legislativo che, in attuazione del principio costituzionale di uguaglianza sostanziale, investa il giudice del compito di valutare le condizioni generali del contratto secondo i principi di equità e correttezza, e la stessa produzione legislativa, richiamata dalla ricorrente (legge 6 febbraio 1996, n. 52), la quale espressamente esclude il carattere vessatorio delle clausole oggetto di trattativa.

Nell'individuazione delle clausole vessatorie questa corte ha enucleato il criterio della riproduzione del contenuto di norme di legge; criterio, al quale ha riconosciuto autonomia rispetto a quello dell'appartenenza all'elenco fissato dall'art. 1341 Codice civile.

In particolare, la Corte ha escluso che la clausola risolutiva espressa rientri fra quelle che stabiliscono limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, con aggravamento della condizione di uno dei contraenti, considerando che la facoltà di chiedere la risoluzione del contratto spetta in base all'art. 1453 Codice civile, per cui la clausola non fa che rafforzare tale facoltà, accelerando la risoluzione (Cass. 8 gennaio 1992, n. 126; 19 gennaio 1989, n. 265; Cass. 11 agosto 1987, n. 6886; Cass. 22 novembre 1982, n. 6280).

Agli indicati principi si è attenuto il tribunale allorquando ha ritenuto che la clausola risolutiva espressa non presenta carattere vessatorio perché riproduce il disposto dell'art. 5 legge n. 392/1978 e ha, inoltre, escluso che ricorra il presupposto per l'applicazione della disciplina di cui all'art. 1341 Codice civile, rappresentato dall'unilaterale predisposizione.

2.3. Il motivo è, pertanto, infondato.

3. Con il terzo motivo si deduce "violazione e falsa applicazione degli artt. 1182, 1187, 1218, 1362 in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile", lamentandosi che il tribunale abbia ritenuto operativa la clausola risolutiva espressa per il fatto che la lettera raccomandata, contenente l'assegno bancario relativo al canone scaduto il 4 aprile 1996, è pervenuta alla locatrice fuori termine (il 5 maggio 1996), senza considerare che essa è stata spedita in termine (il 16 aprile 1996).

L'utilizzazione del servizio postale per il pagamento del canone - si sostiene - è prevista dal contratto, per cui, ove la lettera contenente l'assegno sia tempestivamente consegnata all'ufficio postale, il tardivo arrivo al domicilio della locatrice non vale a concretare inadempimento.

Diversamente opinando, si farebbero ricadere sull'utente le eventuali inefficienze del servizio postale, esercitato in regime di monopolio dallo stato; il che va escluso coerentemente, del resto, con le scelte espresse dal legislatore.

Con il quarto motivo si denuncia "violazione e falsa applicazione degli artt. 1187 e 1218 Codice civile e 120 D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile".

Il tribunale - si sostiene - ha erroneamente omesso di considerare che le parti hanno previsto il pagamento a mezzo di assegno bancario, per cui onde stabilire se fosse operante la clausola risolutiva espressa occorreva verificare non tanto la data di arrivo della raccomandata, quanto quella di addebito della valuta da parte della banca trattaria (19 - o - 22 aprile 1996), potendo da tale ultima data la locatrice pretendere il riconoscimento dell'addebito.

Il legislatore, difatti, recependo istanze della dottrina ha previsto (all'art. 120 D.Lgs. n. 385/1993) che gli interessi sui versamenti di assegni bancari decorrono dal giorno del versamento e sono dovuti fino a quello del prelevamento, stabilendo il divieto per le banche di avvantaggiarsi patrimonialmente nello spostamento delle valute e la coincidenza cronologica fra operazioni di accredito e di addebito.

3.1. I motivi, che si esaminano congiuntamente per connessione, sono privi di fondamento.

3.2. Il pagamento del canone a mezzo assegno bancario è possibile solo se previsto dal contratto o accettato dal locatore (Cass. 3 febbraio 1995, n. 1326; Cass. 5 gennaio 1981, n. 24).

Tale forma di pagamento si articola in due momenti: la messa a disposizione dell'assegno; la riscossione dello stesso.

Per il primo momento vale la regola - desumibile dall'art. 1182, terzo comma, Codice civile - che l'assegno deve pervenire al domicilio del locatore entro il termine stabilito per il pagamento, rimanendo a carico del conduttore i rischi del ritardo o del disguido derivanti dall'utilizzazione del servizio postale, anche se l'utilizzazione stessa sia consentita (Cass. 28 dicembre 1990, n. 12210).

Né può ritenersi che la regola risulti invertita per effetto delle scelte operate dal legislatore nella disciplina di altre materie.

Il secondo momento è interamente affidato all'iniziativa del locatore, il quale deve presentare alla banca trattaria l'assegno per il pagamento o svolgere quella diversa attività intesa alla realizzazione del credito; tuttavia, se non è possibile fare carico al conduttore del ritardo del locatore, non è, d'altra parte, possibile anticipare il pagamento al momento della preparazione della provvista.

Come affermato da questa corte (sentenza 11 novembre 1992, n. 12129), in caso di adempimento di obbligazioni pecuniarie mediante rilascio di assegni bancari, l'estinzione del debito avviene nel momento dell'effettivo pagamento del titolo.

Il D.Lgs. n. 385/1993 riguarda aspetti del complesso fenomeno dell'emissione degli assegni diversi dalla riscossione.

In conclusione, non merita censura il tribunale per avere ritenuto l'inadempimento della società conduttrice.

4. Con il quinto motivo, denunciandosi "violazione e falsa applicazione degli artt. 1182, 1187, 1218 e 1546 Codice civile in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile", si lamenta che il tribunale abbia ravvisato colpa della conduttrice - necessaria ai fini della risoluzione della locazione pur in presenza di clausola risolutiva espressa - nell'avere utilizzato il servizio postale - e, cioè, un servizio esercitato in regime di monopolio dallo stato - per trasmettere la lettera contenente l'assegno relativo al canone scaduto e nell'avere più volte nel corso del rapporto corrisposto il canone con ritardo.

4.1. Pure questo motivo è privo di fondamento.

4.2. Come questa Corte ha avuto occasione di affermare, nonostante la clausola risolutiva espressa, il giudice non può pronunciare la risoluzione del contratto, ove non abbia accertato l'imputabilità dell'inadempimento all'obbligato (almeno) a titolo di colpa (Cass. 17 dicembre 1990, n. 11960; Cass. 4 dicembre 1991, n. 13044) con apprezzamento sindacabile in cassazione solo per inadeguatezza della motivazione, errori logici o vizi giuridici.

Senonché, il tribunale, dopo avere erroneamente affermato che la presenza della clausola rende inutile l'indagine sull'imputabilità, l'ha egualmente compiuta, giungendo a conclusioni positive sul rilievo che il canone è pervenuto più di una volta fuori termine; conclusioni, queste, che si sottraggono ad ogni censura.

Non può, infatti, ritenersi incolpevole il comportamento del conduttore, che si avvalga del servizio postale, notoriamente inaffidabile quanto ai tempi di consegna, per fare pervenire al domicilio del locatore il canone entro il termine perentorio fissato per il pagamento e continui ad avvalersi di tale servizio, nonostante il canone, già altre volte inviato con esso, sia pervenuto fuori termine.

5. Con il sesto motivo di ricorso si deduce "violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1363 Codice civile in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile", lamentandosi che il tribunale non abbia ritenuto che l'avere la locatrice incassato l'assegno implicasse rinuncia ad avvalersi della clausola risolutiva espressa.

5.1. La doglianza è infondata.

5.2. Per giurisprudenza di questa corte (sentenze 11 ottobre 1989, n. 4058; 14 aprile 1975, n. 1409; 29 dicembre 1969, n. 4052) il creditore che si sia avvalso della clausola risolutiva espressa può rinunciare anche tardivamente all'effetto risolutivo, osservando un comportamento inequivoco, che sia chiaramente incompatibile con la volontà di avvalersi di tale effetto. Siffatto comportamento, peraltro, non può ravvisarsi nell'ipotesi in cui, avvenuta la risoluzione del diritto del contratto, il locatore, che ha iniziato il giudizio di rilascio dell'immobile locato, riceva, pur senza esprimere alcuna riserva, il pagamento del canone scaduto, che non cessa di essere dovuto (nella specie il canone è pervenuto il 5 maggio 1996, mentre il giudizio di rilascio è stato instaurato il 29 aprile 1996).

6. Con il settimo motivo di ricorso, denunciata "violazione e falsa applicazione dell'art. 55 legge n. 392/1978 in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5, Codice di procedura civile", si lamenta che il tribunale non abbia dichiarato la nullità della sentenza del pretore per non avere il detto giudice aderito alla richiesta, formulata a norma del citato art. 55, di determinazione della somma dovuta ai fini della purgazione della mora; purgazione, la cui compatibilità con la clausola risolutiva espressa è affermata da costante giurisprudenza.

6.1. Il motivo non può ricevere accoglimento.

6.2. Questa Corte ha ritenuto l'applicabilità del meccanismo di sanatoria della morosità di cui all'art. 55 legge n. 392/1978 anche con riferimento alle locazioni di immobili ad uso diverso dall'abitazione, considerando che la mancanza di espresse limitazioni e di qualsiasi incompatibilità di ordine logico-concettuale esclude un'interpretazione restrittiva dell'istituto (Cass. 21 aprile 1998, n. 4031; Cass. 29 novembre 1994, n. 10202; Cass. 28 febbraio 1992, n. 2496).

La Corte costituzionale con sentenza 21 gennaio 1999, n. 3, ha affermato che "è possibile interpretare l'art. 55 legge n. 392 del 1978 nel senso che la sanatoria in giudizio della morosità sia ammessa non solo nel procedimento per convalida di sfratto, ma anche nel giudizio ordinario di risoluzione del contratto per inadempimento" e ha aggiunto che "essendo possibile un'interpretazione della disposizione che esclude il contrasto con i parametri indicati per la verifica della legittimità costituzionale, è doveroso preferire tale interpretazione".

I giudici di secondo grado hanno, invece, aderito all'interpretazione restrittiva, ripudiata dalla Corte Costituzionale.

A prescindere dall'applicabilità della sanatoria, i detti giudici avrebbero dovuto considerare che il giudice di primo grado aveva escluso che la sanatoria si fosse concretamente verificata (non avendo la conduttrice né pagato né offerto di pagare gli interessi e le spese processuali) e che l'avere la stessa conduttrice genericamente dedotto - con i motivi di appello - che "aveva comunque invocato il rimedio di cui all'art. 55 legge n. 392/1978 e sulla richiesta il pretore non ha inteso provvedere" non valeva a censurare idoneamente il punto.

7. In conclusione, il ricorso va rigettato.

8. Concorrono giusti motivi di compensazione delle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del giudizio di cassazione.



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