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Cassazione civile, sez. II, 27 novembre 2007, n. 24650


Consumatori · vizi · difetti · riconoscimento · natura obbligazione · prescrizione · onere della prova

Commento alla fonte:

http://www.miolegale.it/z_open2.php?id=358

"... la corte di appello, nell'accogliere la domanda riconvenzionale, ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno al convenuto, pur se impropriamente ha richiamato come suoi componenti sia la riduzione del prezzo, sia il costo delle riparazioni. Tale improprietà, tuttavia, risulta meramente espressiva, perché la stessa corte ha chiarito che la somma di denaro liquidata corrisponde a quanto richiesto dal convenuto esclusivamente come risarcimento del danno, importo idoneo a ripristinare la lesione subita dal medesimo per l'imperfezione della vetrina."

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Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 2 luglio 1998 la società Arredamenti P. snc di G. e G. P. conveniva in giudizio dinanzi al giudice di pace di Benevento F.M. , e premesso:

che il 27.1.1997 aveva stipulato un contratto col medesimo per la vendita di diversi mobili di arredamento, tra cui un arredo completo per soggiorno, modello "Rossetto Odeon", per il prezzo complessivo di £ 13.260.000;

che l'acquirente aveva versato un acconto di £ 5.000.000 contestualmente a quella stipula, e ne aveva corrisposto altro di £ 4.000.000 il successivo 23.3.1997, restando perciò debitore del saldo per £ 4.260.000;

che M. non intendeva corrispondere il residuo prezzo, accampando pretestuosamente presunti difetti della vetrina di un mobile del soggiorno, che tuttavia egli continuava regolarmente ad usare;

tutto ciò premesso, la società attrice chiedeva che il giudice, accertata l'inadempienza del convenuto, lo condannasse al pagamento della residua suindicata somma, o in subordine a un indennizzo per indebito arricchimento, atteso che l'acquirente deteneva il mobile senza averne pagato il prezzo, e perciò senza titolo.

M. si costituiva con comparsa di risposta, contestando quanto dedotto da controparte. In particolare eccepiva che alcuni mobili cedutigli erano difettosi, specialmente la vetrina dell'arredo del soggiorno. In data 28.3.1997 la venditrice si era impegnata a sostituire il pezzo difettoso del mobile del soggiorno, ma non vi aveva ottemperato; pertanto l'inadempimento dell'obbligazione da parte sua era legittimo. Contestualmente svolgeva riconvenzionale, con cui chiedeva il risarcimento del danno, da liquidare nella misura di £ 2.000.000, o altra che sarebbe apparsa di giustizia, posto che tutto l'arredo in tal modo presentava un'estetica turbata e una funzionalità ridotta.

Nel corso del processo venivano assunti l’interrogatorio formale delle parti e le prove orali richieste, e indi il giudice, con sentenza depositata il 5.6.2001, in accoglimento della domanda dell'attrice, condannava il convenuto al pagamento della somma di £ 4.260.000, oltre agli interessi e al rimborso delle spese, mentre rigettava la riconvenzionale.

Egli osservava che il preteso vizio era stato denunziato con ritardo; esso comunque era impercettibile; era stata riscontrata l'impossibilità della sostituzione della vetrina; l'acquirente aveva impedito l'eliminazione del difetto; l'estetica non subiva alcuna menomazione.

Avverso questa sentenza M. proponeva appello dinanzi al tribunale della stessa sede, il quale, con pronuncia del 10.10.2002, in parziale riforma di quella impugnata, ha condannato l'appellante al pagamento della somma di € 1.270,48, oltre agli interessi dalla messa in mora, e cioè dal 22.5.1997, al soddisfo, e ha compensato le spese del doppio grado, ritenendo la sussistenza di giusti motivi.

Il giudice dell'impugnazione ha messo in rilievo che con l'accordo intervenuto tra le parti il 28.3.1997, sostanzialmente esse avevano nevato il contratto precedente, sicché si era determinato un nuovo sinallagma. La venditrice si era impegnata a sostituire la vetrina del mobile del soggiorno. Tuttavia la sostituzione di questa era divenuta impossibile, dal momento che essa ormai non era più in produzione, e quindi, poiché M. non aveva esercitato il recesso, allora ben poteva disporsi la riduzione del prezzo, sicché il beneficio per l'acquirente si concretizzava sia nella stessa, che nell'importo della somma necessaria per l'eliminazione del difetto; il tutto quantificato in € 929,63, quasi pari alla somma complessiva richiesta da M. a titolo di risarcimento del danno.

Avverso tale sentenza la società Arredamenti P. ha proposto ricorso per cassazione, enunciando un articolato motivo, con cui ha prospettato diverse argomentazioni, che ha illustrato con memoria.

M. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il motivo addotto a sostegno del ricorso, e che va esaminato in relazione alle diverse argomentazioni svolte, la ricorrente deduce:

a) violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto, nonché contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, con riferimento all'art. 360, nn. 3 e 5 cod. proc. civ., poiché il tribunale non ha considerato che l'accordo del 28.3.1997 non costituiva novazione dell'originaria obbligazione, ma atteneva ad un elemento dell'arredo di tutto il soggiorno, e perciò non comprendeva tutti i mobili che lo componevano. Il fatto poi che uno dei due soci avesse riconosciuto il difetto dopo la scadenza del termine di otto giorni per la denunzia, non escludeva la decadenza dalla garanzia, giacché tale riconoscimento avrebbe dovuto essere eseguito nel termine sopra indicato.

La doglianza è infondata, perché novazione o no, l'accordo intervenuto successivamente comportava automaticamente il riconoscimento del difetto, e quindi nessuna decadenza poteva essersi verificata in danno del compratore, anche se il riconoscimento stesso era intervenuto successivamente allo scadere del termine per la relativa denunzia.

Infatti in tema di compravendita, l'impegno del venditore di eliminare i vizi che rendano il bene inidoneo all'uso cui è destinato (ovvero che ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore economico) di per sé non dà vita ad una nuova obbligazione estintiva - sostitutiva (novazione oggettiva: art. 1230 cod. civ.) dell'originaria obbligazione di garanzia (art. 1490 cod. civ.), tuttavia consente al compratore di non soggiacere ai termini di decadenza ed alle condizioni di cui all'art. 1495 cod. civ., ai fini dell'esercizio delle azioni (risoluzione del contratto o riduzione del prezzo) previste in suo favore (art. 1492 cod. civ.), sostanziandosi tale impegno in un riconoscimento del debito, interruttivo del termine della prescrizione (art. 2944 cod. civ.). Invero, solo in presenza di un accordo delle parti (espresso o "per facta concludentia"), il cui accertamento è riservato al giudice di merito, inteso ad estinguere l'originaria obbligazione di garanzia e a sostituirla con una nuova per oggetto o titolo, l'impegno del venditore di eliminare i vizi dà luogo ad una novazione oggettiva (Cfr. anche Cass. n. 10288 del 2002, n. 4893 del 2003, Sez. U Sentenza n. 13294, del 21/06/2005).

Nella specie lo stesso M. con l'appello non aveva sostenuto che vi fosse stata novazione, ma aveva affermato che la venditrice aveva riconosciuto l'esistenza dei vizi di cui la vetrina era affetta.

b) Con la seconda argomentazione la ricorrente denunzia violazione dell'art. 1464 c.c., giacché il giudice dell'impugnazione non ha considerato che la parte della prestazione dedotta in causa non era divenuta impossibile, ma poteva essere eseguita, sol che il cessionario del mobile avesse consentito la riparazione del difetto, quasi impercettibile, o mediante l'invio del pezzo in fabbrica, ovvero attraverso dei tecnici della venditrice, che si sarebbero recati nell'abitazione di M. . Peraltro questi non aveva esercitato l'azione redibitoria, né quella estimatoria. Aveva chiesto solo il risarcimento del danno, nonostante questo non fosse dovuto, atteso che nessun inadempimento poteva attribuirsi all'attrice, la quale voleva comunque eliminare il difetto lamentato.

La censura è priva di pregio.

Con l'accordo stipulato successivamente la ditta P. si era impegnata a sostituire la vetrina di uno dei mobili che arredavano il soggiorno. Pertanto, accertato che ciò non era più possibile, perché quel tipo di mobile ormai non era più in produzione, l'acquirente aveva certamente diritto alla risoluzione del contratto per la parte ancora non eseguita, ovviamente limitata soltanto al mobile contenente la vetrina, oppure al risarcimento del danno. Il giudice di appello in sostanza ha accolto la riconvenzionale spiegata da M. relativamente al risarcimento del danno, quantificato pressappoco nella misura da lui richiesta, anche se ha scisso tale voce in due parti, una relativa ai vizi, e quindi alla riduzione del prezzo, e l'altra inerente alla spesa necessaria per la riparazione, senza perciò incorrere nella denunziata ultrapetizione.

Sul punto dunque la sentenza impugnata risulta motivata in modo giuridicamente corretto.

c) Con la terza argomentazione Arredamenti P. lamenta violazione degli artt. 1175 e 1375 c.c., nonché contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, dal momento che il giudice dell'appello non ha considerato che la venditrice si era adoperata per l'eliminazione del difetto, ma il compratore aveva impedito tale intervento. Pertanto il suo atteggiamento teso a non onorare gli impegni, non poteva essere oggetto quasi di premio, mediante la riduzione del prezzo e il risarcimento del danno.

L'argomentazione è priva di fondamento.

Il tribunale, pur avendo ritenuto che il difetto era eliminabile, sol che M. l'avesse consentito, tuttavia esattamente ha riconosciuto il risarcimento del danno nel modo come sopra indicato, atteso che quell'anomalia certamente comportava anche una spesa per la sua eliminazione.

d) Con la quarta doglianza la ricorrente deduce violazione dell'art. 112 c.p.c, in quanto il giudice del gravame "non poteva pronunciare in ordine alla riduzione del prezzo, mai richiesta, e al risarcimento del danno, non consentito nella fattispecie relativa alla impossibilità parziale della prestazione pattuita.

La censura non va condivisa.

Non v'ha dubbio che il giudice può interpretare la volontà delle parti, dando una valutazione giuridica esatta alle domande da loro prospettate e alle ragioni dalle stesse addotte, oppure indicate per approssimazione o in modo inorganico, ovvero senza la specificazione delle norme di legge invocate. Nel caso in specie il tribunale ha ravvisato nella domanda di M. non l'esercizio dell'azione di risoluzione, ma quella di risarcimento del danno.

Come si è accennato in relazione alla seconda censura del primo motivo, la corte di appello, nell'accogliere la domanda riconvenzionale, ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno al convenuto, pur se impropriamente ha richiamato come suoi componenti sia la riduzione del prezzo, sia il costo delle riparazioni. Tale improprietà, tuttavia, risulta meramente espressiva, perché la stessa corte ha chiarito che la somma di denaro liquidata corrisponde a quanto richiesto dal convenuto esclusivamente come risarcimento del danno, importo idoneo a ripristinare la lesione subita dal medesimo per l'imperfezione della vetrina.

Ne deriva che il ricorso va rigettato.

Quanto alle spese di questa fase, sussistono giusti motivi per compensarle interamente tra le parti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, e compensa le spese.



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