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Cassazione sezione I civile del 06-12-2007 – Sentenza n. 25436/2007


Divorzione · regime patrimoniale

Commento al link indicato in fondo alla fonte: Studio Legale Law

http://www.studiolegalelaw.it/new.asp?id=3487

"il Giudice di seconde cure, nell'esercizio non irragionevole della propria discrezionalità, ha, da un lato, desunto l'implicito riconoscimento, da parte del C. stesso, del deterioramento delle condizioni economiche della moglie per effetto della separazione;"

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Svolgimento del processo

1. - Con sentenza parziale in data 28 gennaio 1998, il Tribunale di Venezia, su ricorso di C.M., dichiarò la cessazione degli effetti civili del matrimonio dallo stesso contratto il 17 gennaio 1966 con M.S., disponendo la rimessione della causa in istruttoria sulle domande di carattere patrimoniale. Quindi, a seguito dell'esperimento di indagini di polizia tributaria su redditi, patrimoni e tenore di vita delle parti, con sentenza del 27 novembre 2001, il citato Tribunale determinò in L. 1.500.000 mensili l'assegno divorzile a carico del C., che condannò altresì al pagamento in favore della ex moglie della somma di L. 9.037.875 a titolo di quota di indennità di fine rapporto dallo stesso percepita.

La sentenza venne impugnata dal C., il quale, sottolineata la circostanza, asseritamente non valutata in modo adeguato in primo grado, che tra le parti era intervenuta, in data 24 giugno 1988, una conciliazione giudiziale con la quale era stato sciolto tra i coniugi il regime di comunione di beni, con attribuzione a ciascuno di essi del cinquanta per cento del patrimonio immobiliare e mobiliare - peraltro acquisito con i redditi derivanti esclusivamente dalla sua attività lavorativa -, dedusse che la moglie aveva accettato la propria quota, identificata, per la parte immobiliare, nella casa familiare, del valore di L. 800.000.000 - 900.000.000 circa, e, per la parte mobiliare, in L. 130.000.000 in contanti e titoli, ed in un assegno di mantenimento di L. 600.000 mensili, oltre a rivalutazione. Ciò premesso, l'appellante lamentò che del tutto immotivatamente il Tribunale aveva desunto il conseguimento da parte sua di notevoli guadagni dalla circostanza che lo stesso C. avesse versato una somma pari a L. 90.000.000 per un preliminare di acquisto di un appartamento intestato alla seconda moglie, laddove detto appartamento era stato acquistato con danaro proprio della donna. Né erano dimostrate, secondo l'appellante, le affermazioni contenute nella sentenza impugnata, secondo le quali egli avrebbe goduto di redditi superiori a quelli risultanti dalle dichiarazioni ufficiali, laddove la sua condizione reddituale aveva subito un deterioramento per effetto della trasformazione, dal mese di febbraio del 2002, del suo lavoro a tempo pieno in attività prestata part time.

2. - La Corte d'appello di Venezia, con sentenza depositata il 7 febbraio 2003, respinse il gravame. Rilevò il giudice di secondo grado, quanto alla conciliazione cui faceva riferimento l'appellante, avvenuta nell'anno 1988, che questa afferiva al patrimonio comune dei coniugi, e che già in quell'anno il C. si era impegnato a versare alla moglie la somma di L. 600.000 mensili, che, adeguatamente rivalutata, avrebbe portato, all'attualità, l'assegno di mantenimento a L. 1.260.000 mensili. Nessuna rilevanza aveva, pertanto, il presunto valore attuale della casa coniugale assegnata all'appellata, in quanto l'appartamento de quo e le suppellettili erano stati divisi perchè già di proprietà comune. Né era stata dimostrata una diminuzione del reddito del C., che, se da un lato, aveva volontariamente ridotto la propria attività di lavoratore dipendente, dall'altro avrebbe potuto utilmente impiegare il proprio tempo libero in altra attività redditizia. Comunque, osservò la Corte di merito, era indice della aumentata capacità di reddito dell'appellante la vendita di un immobile, dalla quale era stata incassata una somma solo in parte utilizzata per l'arredo e la sistemazione della sua nuova casa coniugale, cui ben poteva aver contribuito la seconda moglie del C., dipendente regionale, in ragione della metà delle spese complessivamente sostenute. Nella sua decisione, la Corte d'appello tenne conto anche della durata del matrimonio del C. con la M., pari a circa trent'anni, durante i quali quest'ultima si era dedicata all'accudimento del figlio e alla cura della casa, rinunciando alla propria attività lavorativa.

3. - Per la cassazione di tale sentenza ricorre il C. sulla base di quattro motivi, illustrati anche da successiva memoria. Resiste con controricorso la M..

Motivi della decisione

1. - Con la prima censura, lamenta il ricorrente violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, con riguardo alla decisione circa la sussistenza del diritto all'assegno divorzile in capo alla attuale resistente, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Nella indagine sulla spettanza di tale assegno, la Corte di merito si sarebbe limitata a valutare la inadeguatezza dei mezzi della M. ad assicurarle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio sulla sola base dell'elemento reddituale, senza tenere nella dovuta considerazione la circostanza che alla stessa, in sede di conciliazione giudiziale relativa allo scioglimento della comunione legale, erano stati attribuiti i beni mobili ed immobili costituenti il patrimonio familiare nella misura del cinquanta per cento. Né alcuna indagine era stata compiuta in merito al tenore di vita dei coniugi manente matrimonio. E nemmeno alcun accertamento era stato svolto al fine di valutare la impossibilità della M. di procurarsi mezzi adeguati a provvedere a se stessa. Al riguardo, il ricorrente fa presente che la comunione spirituale dei coniugi era venuta meno già dal 1977, e che da allora la convivenza di fatto era stata mantenuta nel solo interesse del figlio, sino al 1988, epoca della intervenuta separazione personale: sicchè, almeno dal 1988, se non dal 1977, la M., ancora in giovane età, sarebbe stata in grado di reperire una occupazione lavorativa confacente alle proprie attitudini.

2.1. - La censura non è meritevole di accoglimento.

2.2. - Deve, in proposito, rilevarsi, in via generale, che l'accertamento del diritto all'assegno periodico di divorzio, nella disciplina introdotta dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 10, modificativo della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, va effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto: a tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall'ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali (v. sul punto, da ultimo, Cass., sentenze n. 15610 e n. 4764 del 2007), senza che sia necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l'apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio (v., sul punto, tra le altre, Cass., sentenze n. 4021 del 2006, n. 3101 del 2000).

2.3. - Esaminando, alla stregua dei rilievi che precedono, il caso di specie, è agevole concludere che nessuno dei profili in cui è articolata la doglianza del ricorrente coglie nel segno. Non è, anzitutto, esatto che la Corte veneta non abbia valutato i cespiti facenti capo alla M. né il pregresso tenore di vita dei coniugi, se, come è vero, il giudice di seconde cure ha espressamente fatto riferimento alla conciliazione giudiziale relativa allo scioglimento della comunione legale fra i coniugi, e, quindi, al complesso dei cespiti di proprietà comune - da ciò desumendo altresì il tenore di vita degli stessi in costanza di matrimonio -, salvo, poi, a valorizzare in modo particolare, nella determinazione della condizione degli stessi, la circostanza che, con lo stesso atto conciliativo, il C. si era impegnato a versare in favore della moglie una somma mensile di L. 600.000, da rivalutare annualmente (e, pertanto, ormai, elevata a circa L. 1.260.000): circostanza dalla quale il Giudice di seconde cure, nell'esercizio non irragionevole della propria discrezionalità, ha, da un lato, desunto l'implicito riconoscimento, da parte del C. stesso, del deterioramento delle condizioni economiche della moglie per effetto della separazione; dall'altro, ha tratto argomento per il compiuto inquadramento della situazione reddituale della M..

2.4. - Né alcun pregio può attribuirsi al rilievo del ricorrente secondo il quale la Corte veneta non avrebbe tenuto conto della possibilità di quest'ultima di reperire una idonea occupazione lavorativa, che la rendesse economicamente indipendente, avuto riguardo alla esigenza di evitare che l'assegno divorzile finisca per configurare una rendita parassitaria. Al riguardo, sembra opportuno richiamare l'orientamento giurisprudenziale secondo il quale, in tema di attribuzione dell'assegno di divorzio, l'impossibilità di procurarsi mezzi adeguati di sostentamento per ragioni obiettive costituisce ipotesi non già alternativa, ma meramente esplicativa rispetto a quella della mancanza assoluta di tali mezzi, dovendosi, pertanto, trattare di impossibilità di ottenere mezzi tali da consentire il raggiungimento non già della mera autosufficienza economica, ma di un tenore di vita sostanzialmente non diverso rispetto a quello goduto in costanza di matrimonio, onde l'accertamento della relativa capacità lavorativa va compiuto non nella sfera della ipoteticità o dell'astrattezza, bensì in quella dell'effettività e della concretezza, dovendosi, all'uopo, tenere conto di tutti gli elementi soggettivi e oggettivi del caso di specie in rapporto ad ogni fattore economico - sociale, individuale, ambientale, territoriale (v. Cass., sentenza n. 13169 del 2004). Ciò posto, va evidenziato che, nella specie, la Corte territoriale, nel sottolineare che la M. aveva rinunciato, sin dall'inizio della vita coniugale, alla propria attività lavorativa per dedicarsi alla cura della famiglia, ha implicitamente, e non illogicamente, escluso che la stessa, tuttora non occupata, e, pertanto estranea al mondo del lavoro ormai dal 1966, abbia concrete possibilità di riprendere la propria attività professionale, nè di reperire altra occupazione confacente alle sue inclinazioni.

3. - Con il secondo motivo di ricorso, si deduce ancora violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, in merito alla determinazione del quantum dell'assegno divorzile, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia. La Corte veneta avrebbe preso in considerazione solo alcuni dei criteri enunciati dalla legge ai fini della determinazione della misura dell'assegno in questione, facendo esclusivo riferimento alla condizione patrimoniale dell'attuale ricorrente, ed obliterando quella della ex moglie, e specificamente la circostanza che, avendo proceduto allo scioglimento della comunione, i coniugi presumibilmente versavano nella medesima situazione. Erronea sarebbe stata, poi, in particolare, la decisione impugnata nella parte in cui ha omesso di considerare tra i redditi della M. l'assegno mensile di L. 600.000, rivalutabile in base agli indici Istat, versato alla stessa a titolo di mantenimento, così come il valore della casa coniugale, la cui disponibilità sarebbe, invece, un elemento in grado di incidere sulle condizioni economiche dei coniugi, consentendo all'assegnatario un risparmio di spesa e comportando per l'altro coniuge l'onere di sostenere le spese necessarie per procurarsi un alloggio, immotivato sarebbe stato, poi, il mancato riconoscimento del drastico ridimensionamento della condizione reddituale del C. dovuto ad una serie di ragioni, quali il nuovo matrimonio contratto e la trasformazione del proprio lavoro di dipendente a tempo pieno presso una vetreria cittadina in attività svolta part time, con conseguente riduzione dello stipendio, ammontante all'epoca del giudizio di appello a L. 1.400.000 mensili, neppure compensativo dell'assegno divorzile. La Corte veneta avrebbe erroneamente ritenuto che la volontaria riduzione del lavoro non incidesse sulla determinazione del reddito del C. ai fini della quantificazione dell'assegno di cui si tratta, opinando, per converso, che la situazione reddituale del medesimo si fosse incrementata per l'avvenuta alienazione dell'immobile sito in (OMISSIS), senza tenere in alcun conto la circostanza che i relativi introiti erano stati impiegati dall'attuale ricorrente per l'arredo e la sistemazione della nuova casa coniugale.

4.1. - Anche tale censura è destituita di fondamento.

4.2. - Non manca, invero, nell'ordito motivazionale della sentenza impugnata, il riferimento all'esame comparativo della situazione reddituale e patrimoniale dei coniugi, come già chiarito sub paragrafo. 2.3. - esame che ha ricompreso sia l'apprezzamento della misura dell'assegno di mantenimento di cui già fruiva la M. a seguito della separazione dal coniuge - dovendosi rilevare al riguardo che anche l'assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi (Cass., sentenza n. 22500 del 2006) -, sia il valore della casa di abitazione, ritenuto dalla Corte di merito, unitamente alla somma acquisita in occasione del citato atto conciliativo ed al contributo mensile dato dal C. al mantenimento della M., idoneo a garantire a quest'ultima un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

In tale quadro, il giudice di seconde cure, in base ad un apprezzamento non sindacabile nella presente sede siccome non affetto da incongruità ed illogicità, ha ritenuto la modifica in senso riduttivo della situazione reddituale del coniuge obbligato, per effetto della trasformazione dell'attività lavorativa dallo stesso prestata presso la locale vetreria da lavoro a tempo pieno in occupazione part time, inidonea ad immutare sostanzialmente il divario della condizione economica dello stesso rispetto a quella della moglie, tenuto conto della possibilità di svolgimento di nuove attività remunerative, ma soprattutto, ed a prescindere da un tale apprezzamento, per vero meramente probabilistico, dell'aumento dei redditi del C. dovuto alla vendita di un appartamento di sua proprietà. Il ricavato di tale operazione la Corte ha escluso che possa essere stato impiegato integralmente per la sistemazione della casa destinata ad abitazione del nuovo nucleo familiare dallo stesso formato. In proposito, il giudice di secondo grado ha valorizzato la circostanza della prestazione di attività lavorativa presso la Regione da parte della seconda moglie del C., e del presumibile contributo, calcolato nella misura della metà, dalla stessa fornito al coniuge alle spese da lui sostenute per il nuovo appartamento.

4.3. - Siffatte considerazioni, relative al permanere di un divario economico tra le rispettive posizioni economiche dei coniugi, che risultano, nel quadro complessivo della decisione - ed anche alla stregua del tenore letterale della stessa -, quelle realmente fondanti la esclusione di una diminuzione del divario delle condizioni economiche delle parti, rendono irrilevante, ai fini della decisione sulla entità dell'assegno di mantenimento da porre a carico del C., l'elemento, pure evidenziato nella decisione, e del quale si duole il ricorrente, della volontarietà della riduzione dell'attività lavorativa dell'obbligato: elemento, in effetti, ritenuto da questa Corte - con riferimento, peraltro, alla ipotesi di richiesta di revisione dell'assegno divorzile, L. n. 898 del 1970, ex art. 9, - suscettibile di assumere rilievo quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell'assegno (Cass., sentenza n. 5378 del 2006). 5. - Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, e art. 2697 c.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, per avere la Corte di merito invertito l'onere della prova in merito alla sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno divorzile, ponendo a carico del C. la dimostrazione della diminuzione del suo reddito, laddove è il coniuge richiedente a dover fornire la prova della sussistenza di detti presupposti in modo puntuale, tenuto anche conto che il tenore di vita matrimoniale non è un dato immutabile, ma è suscettibile di modificazioni nel tempo, anche nel periodo della separazione.

6.1. - Anche tale motivo è infondato.

6.2. - Deve, invero, escludersi che la sentenza censurata abbia operato la lamentata inversione dell'onere della prova circa i presupposti giustificativi dell'assegno divorzile, se solo si consideri che fu il C. a dedurre la circostanza della riduzione del proprio reddito, a decorrere dal mese di gennaio del 2002. 7. - Con il quarto motivo, si deduce ancora violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, per omessa valutazione della potenzialità di reddito del C. al momento del divorzio, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Avrebbe errato la Corte di merito nel fissare la decorrenza dell'assegno divorzile dalla data della sentenza di primo grado, considerando la capacità reddituale dei coniugi come un dato statico ed immutabile nel tempo, cristallizzato al tempo della pronuncia della separazione tra i coniugi, epoca in cui l'attuale ricorrente godeva dei frutti della propria attività di calciatore, senza considerare le emergenze processuali che evidenziavano che il C. aveva subito un forte ridimensionamento economico sia per il forzato abbandono di detta attività, sia per le nuove esigenze di vita, sia per la mutata situazione lavorativa, da dipendente a tempo pieno a lavoratore part time, con conseguente riduzione dello stipendio.

7.1 - Il motivo è inammissibile.

7.2. - Come esattamente rilevato al riguardo dalla controricorrente, la sentenza impugnata non si è pronunciata in ordine alla decorrenza dell'assegno divorzile, che è rimasta, pertanto, fissata in quella della sentenza di primo grado, con la conseguenza che la censura in esame è rivolta ad una statuizione in realtà inesistente.

8. - Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente condannato, in ossequio al principio della soccombenza, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 1600,00, di cui Euro 1500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed accessori di legge.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2007



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