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Cassazione sezioni unite del 20.11.07, n. 24011


Dogana · pagamento · accertamento

fonte:

http://www.innovazionediritto.unina.it/archivionewsletter/0716/f_04.html

"Se e' vero che, specialmente in materia di tributi doganali, questa Corte ha costantemente ritenuto che l'opposizione all'ingiunzione doganale costituisca atto introduttivo di un giudizio diretto all'accertamento negativo dei presupposti di legge che determinano l'obbligo di corrispondere le somme con l'ingiunzione richiesta (v. Cass. nn. 18819 del 2006; 9777 del 2003; 236 del 1984; 2732 del 1978; 2666 del 1977), non e' irrilevante il fatto che tale azione di accertamento negativo sia riconosciuta possibile all'interno dello schema dell'opposizione all'ingiunzione, che presuppone ineludibilmente un atto concreto (e giuridicamente efficace) di esercizio della pretesa erariale."

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Sig. Re.Ma. - avendo ricevuto il 9 luglio 1999 la notifica, ad istanza del Ricevitore Capo della Circoscrizione doganale di Venezia, di un "invito al pagamento", Decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, ex articolo 82, (Testo Unico leggi doganali) relativamente ad IVA non versata a fronte di operazioni doganali di importazioni definitive - conveniva innanzi al Tribunale di Venezia l'amministrazione finanziaria per ivi sentir dichiarare la nullita', l'inammissibilita' e, comunque, l'infondatezza dell'invito notificatogli e della richiesta di pagamento nello stesso contenuta. L'Amministrazione delle Finanze, nel costituirsi in giudizio, deduceva che l'invito de quo era privo dei requisiti di accertamento e di esecutorieta' essendo inteso al fine esclusivo di interrompere i termini prescrizionali, sicche' l'attore difettava di interesse alla proposizione della domanda di cui essa amministrazione chiedeva il rigetto.

Il Tribunale adito, dichiarava "l'insussistenza in capo all'atto denominato invito di pagamento, notificato all'attore in data 9 luglio 1999, a costituire valido accertamento della pretesa tributaria in esso enunciata" e nel merito, ritenuta implicitamente ammissibile l'azione di accertamento negativo sulla esistenza dei presupposti dell'obbligazione doganale, rigettava la domanda per non avere l'attore assolto al proprio onere probatorio e compensava le spese. Proponeva appello il contribuente chiedendo che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, fosse dichiarata non dovuta la pretesa erariale indicata nell'invito a pagamento notificatogli; non veniva impugnato il capo della sentenza relativo all'accertata inefficacia dell'atto notificato ai fini del valido esercizio della pretesa erariale. Si costituiva in giudizio l'Agenzia delle Dogane chiedendo il rigetto dell'appello.

La Corte d'Appello di Venezia, con la sentenza in epigrafe, in parziale riforma della sentenza di prime cure dichiarava l'insussistenza della pretesa erariale contenuta nell'invito di pagamento all'origine del giudizio e condannava l'appellata alle spese del doppio grado.

Avverso tale sentenza l'Agenzia delle Dogane propone ricorso per Cassazione, illustrato anche con memoria, in forza di due motivi, con il primo dei quali denuncia la violazione delle regole della giurisdizione in materia tributaria. Resiste il contribuente con controricorso.

MOTIVAZIONE

Con il primo motivo di ricorso, l'Agenzia delle Dogane denuncia violazione ed errata applicazione degli articoli 9 e 100 c.p.c., nonche' dei principi generali che regolano la giurisdizione, anche in relazione alla Legge n. 448 del 2001, articolo 12, comma 2, oltre ad insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, lamentando, sostanzialmente, che la sentenza impugnata si porrebbe in irriducibile contrasto con il principio consolidato nella giurisprudenza della Cassazione circa l'inammissibilita' di azioni di accertamento negativo in campo tributario. Ad avviso della parte ricorrente rispetto all'azione di accertamento negativo della pretesa erariale vi sarebbe un difetto assoluto di giurisdizione.

Si tratta di una duplice censura: la prima attinente alla giurisdizione, sostenendone la parte ricorrente il difetto assoluto; la seconda attinente alla (denegata) ammissibilita' dell'azione di accertamento negativo.

La prima di tali censure deve essere dichiarata inammissibile.

Nel caso in esame, infatti, si e' formato il giudicato sul capo della sentenza di primo grado, autonomamente rilevante, concernente il fatto che l'avviso di pagamento notificato al contribuente, e che ha dato origine alla controversia, non costituisce (e non ha efficacia di) valido accertamento della pretesa tributaria enunciata nello stesso. L'esplicita pronuncia del Tribunale in questo senso non e' stata appellata ne', in via principale, dal contribuente, ne', in via incidentale, dall'amministrazione - la quale, anzi, ha, fin dalla costituzione in giudizio in prime cure, sostenuto sempre l'inefficacia dell'atto ai fini dell'accertamento (deducendone il difetto di interesse ad agire del contribuente) - e, inoltre, la parziale riforma della sentenza di prime cure disposta dalla Corte d'Appello non ha messo in discussione il capo relativo alla dichiarata inefficacia dell'avviso di pagamento ad esprimere la pretesa tributaria (questione sulla quale, nemmeno in questa sede, viene avanzata alcuna specifica censura). Tanto comporta la formazione di un giudicato implicito sulla giurisdizione la cui sussistenza, per il giudice adito, e' presupposta nella pronuncia di merito dichiarativa dell'inefficacia dell'avviso di pagamento ai fini del valido esercizio della pretesa tributaria: in conseguenza di cio', secondo l'orientamento costantemente espresso da queste Sezioni Unite, resta preclusa la possibilita' per le medesime Sezioni Unite di pronunciarsi sulla questione di giurisdizione sollevata dalla parte ricorrente (v. Cass. S.U. nn. 36 del 1999; 1211 del 2000; 73 del 2001; 14622 del 2003; 14546 del 2005; 22427 del 2006).

La seconda delle predette censure, attinente alla questione dell'ammissibilita' dell'azione di accertamento negativo e', invece, fondata. Deve, in proposito, prendersi atto che la Corte d'Appello ha, in modo inequivoco, qualificato la domanda proposta dal contribuente come azione diretta all'accertamento negativo della pretesa erariale enunciata nel piu' volte citato avviso di pagamento. Siffatta qualificazione non e' oggetto di contestazione tra le parti: la questione discussa e', infatti, quella se sia ammissibile una domanda di accertamento negativo intesa ad ottenere in via anticipata la declaratoria di insussistenza della pretesa erariale e se rispetto a siffatta domanda vi sia un difetto assoluto di giurisdizione.

Orbene, secondo l'orientamento espresso da queste Sezioni Unite, la proposizione di un'azione di accertamento negativo innanzi al Giudice tributario, "pur essendo considerata estranea al modulo di tale processo, che deve essere necessariamente introdotto con l'impugnazione di specifici atti, non da luogo ad un'ipotesi di difetto di giurisdizione, ma soltanto ad un'improponibilita' della domanda, essendo la giurisdizione attribuita in via esclusiva e ratione materiae, e non in considerazione dell'oggetto della domanda. La stessa regola deve considerarsi applicabile anche alla giurisdizione ordinaria, alla quale le controversie concernenti tributi, diversi da quelli all'epoca devoluti alle commissioni tributarie, erano assegnate, sempre in via esclusiva, dall'articolo 9 c.p.c, comma 2, sulla base della materia, e cioe' del tipo di tributo in contestazione, indipendentemente dal contenuto della domanda e dalla tipologia di atti emessi dall'amministrazione impositrice" (Cass. S.U. n. 20889 del 2006, in motivazione; v. nello stesso senso Cass. S.U. n. 103 del 2001; 6224 del 2006).

Certamente l'azione di accertamento negativo e' estranea alla struttura del processo tributario innanzi alle commissioni tributarie, prevedendo la regola di diritto emergente dal Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 2, comma 1, nel testo applicabile ratione temporis (e la situazione non e' oggi diversa, alla luce del combinato disposto del novellato articolo 2 e dell'articolo 19 del medesimo Decreto), che la tutela del contribuente si attui mediante la proposizione di ricorsi avverso specifici atti di accertamento o di imposizione dell'amministrazione finanziaria ovvero avverso il rigetto di istanze di rimborso di somme indebitamente pagate.

Ma altrettanto puo' sostanzialmente dirsi per quanto riguarda la cognizione della controversia in materia tributaria da parte del giudice ordinario ai sensi dell'articolo 9 c.p.c., sebbene in questo caso l'azione di accertamento negativo non sia preclusa in via assoluta. Se e' vero che, specialmente in materia di tributi doganali, questa Corte ha costantemente ritenuto che l'opposizione all'ingiunzione doganale costituisca atto introduttivo di un giudizio diretto all'accertamento negativo dei presupposti di legge che determinano l'obbligo di corrispondere le somme con l'ingiunzione richiesta (v. Cass. nn. 18819 del 2006; 9777 del 2003; 236 del 1984; 2732 del 1978; 2666 del 1977), non e' irrilevante il fatto che tale azione di accertamento negativo sia riconosciuta possibile all'interno dello schema dell'opposizione all'ingiunzione, che presuppone ineludibilmente un atto concreto (e giuridicamente efficace) di esercizio della pretesa erariale.

Orbene, una volta che il giudice a quo abbia negato qualsiasi efficacia, ai fini dell'esercizio concreto della pretesa erariale, all'avviso di pagamento notificato al contribuente, e su tale punto si sia formato il giudicato, occorre stabilire se l'azione di accertamento negativo resti - nonostante la pretesa oggetto di accertamento debba ritenersi, sul piano dell'effettivita' giuridica, "inesistente" - tuttavia proponibile.

La riferita esperienza giurisprudenziale che vede collocata l'azione di accertamento negativo nel giudizio di opposizione ad ingiunzione fiscale evidenzia che la proponibilita' della predetta azione di accertamento presuppone un valido ed efficace esercizio, da parte dell'amministrazione, della pretesa erariale la cui inesistenza il contribuente intenda far accertare: sicche' qualora non emerga, mediante un atto concreto (e giuridicamente efficace) di esercizio della pretesa tributaria, la volonta' impositiva dell'amministrazione nei confronti di un determinato soggetto di imposta, deve ritenersi improponibile l'azione di accertamento negativo. Quest'ultima, infatti, non puo' che rapportarsi (trovandovi fondamento) ad una specifica (e concretamente esigibile) pretesa erariale che giustifichi l'interesse ad agire del contribuente: con la conseguenza che in materia tributaria, anche di fronte al giudice ordinario, un'azione di accertamento negativo in via preventiva della pretesa erariale - senza, cioe', che sussista un effettivo esercizio della pretesa stessa - e' improponibile.

Nel caso di specie, il giudice adito, una volta accertata - come ha, in effetti, accertato con efficacia di giudicato (per difetto di specifica impugnazione sul punto) - l'inesistenza di un'effettiva (e concretamente esigibile) pretesa tributaria, avrebbe dovuto dichiarare improponibile l'azione di accertamento negativo proposta dal contribuente.

Deve essere, quindi, accolta la seconda censura formulata con il primo motivo di ricorso, restando assorbito il secondo motivo relativo al malgoverno che il giudice di merito avrebbe fatto delle regole relative alla ripartizione dell'onere della prova. La sentenza impugnata deve essere cassata e, sussistendone le condizioni, la causa puo' essere decisa nel merito, dichiarando improponibile l'azione di accertamento negativo proposta dal contribuente.

La particolarita' della fattispecie giustifica la compensazione delle spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Dichiara inammissibile la questione di giurisdizione di cui alla prima censura del primo motivo di ricorso, accoglie la seconda censura dello stesso motivo, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara improponibile l'azione di accertamento negativo proposta dal contribuente. Compensa le spese dell'intero giudizio.



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