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Cassazione, Sezione III Penale, Sentenza 27 giugno 2007 (dep. 19 ottobre 2007), n. 38721


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fonte:

http://www.penale.it/page.asp?mode=1&IDPag=514

"Per le ragioni già indicate nei punti 7.8 e 7.11, nel caso in esame non può trovare applicazione i D.Lgs. n. 52 del 1996, art. 17 del (che ha portato a 70 anni il termine di protezione anche per le opere già cadute in pubblico dominio), dato che i fatti di cui al presente processo si sono verificati in precedenza (dal 1992 al 1994), quando le opere erano in regime di pubblico dominio e l'imputato aveva il pieno diritto di riprodurle e sfruttarle economicamente. Per le stesse ragioni non può trovare applicazione il nuovo testo della L. n. 633 del 1941, art. 32, introdotto dal D.Lgs. n. 154 del 1997, art. 3. In ogni caso, poiché nella specie non si tratta di esercizio del diritto allo sfruttamento cinematografico dell'opera prodotta ma di altri diritti del produttore disciplinati dalla L. n. 633 del 1941, art. 78 ter, dovrebbe ritenersi che il termine di durata sia quello di 50 anni dalla prima proiezione fissato dal medesimo art. 78 ter, comma 2.

Di conseguenza, la condotta contestata al ricorrente con il capo di imputazione, consistendo nel legittimo esercizio di un diritto lecitamente acquistato con la caduta dell'opera in pubblico dominio, non può considerarsi abusiva."

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico - Presidente

Dott. CORDOVA Agostino - Consigliere

Dott. MANCINI Franco - Consigliere

Dott. PETTI Ciro - Consigliere

Dott. FRANCO Amedeo - est. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.S.F., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa il 5 maggio 2006 dalla Corte d'appello di Torino;

udita nella pubblica udienza del 27 giugno 2007 la relazione fatta dal Consigliere Dr. Amedeo Franco;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. D'Angelo Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per la parte civile The Walt Disney Company Italia s.p.a. il difensore avv. Massimo Dinoia;

udito per la parte civile SIAE il difensore avv. Maurizio Mandel;

udito per il ricorrente il difensore avv. Moretti Franco, in sostituzione dell'avv. Francesco Martingano.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Ma.Ca. e M.S.F. vennero rinviati a giudizio dinanzi al Tribunale di Torino per rispondere, il solo Ma., dei reati di cui: a) alla L. n. 400 del 1985, art. 1 per avere, a fine di lucro, posto in commercio un numero imprecisato di videocassette della ditta Electa Video prive del marchio SIAE e riproducenti opere cinematografiche tutelate dalla legge sul diritto di autore e dal marchio "Walt Disney Company", il cui diritto di esclusiva commerciale spettava alla ditta Buena Vista Home Entertainment s.r.l., ed in particolare per avere detenuto per il commercio 203 videocassette con i titoli "Biancaneve e i sette nani" ed "I tre porcellini" (accertato in (OMISSIS)); b) di cui alla L. n. 400 del 1985, art. 1 per avere a fine di lucro detenuto per porle in commercio 2 videocassette prive di marchio SIAE ed altre con marchio SIAE contraffatto; c) all'art. 470 c.p.; d) all'art. 648 c.p. (in (OMISSIS)); ed il solo M. del reato di cui (capo E) "all'art. 81 c.p. e L. n. 400 del 1985, art. 1 per avere, quale legale rappresentante della ditta Electa Video srl... a fine di lucro, abusivamente duplicato un numero imprecisato di videocassette riproducenti opere cinematografiche tutelate dalla legge sul diritto di autore e dal marchio "Walt Disney Company", il cui diritto di esclusiva commerciale spetta alla ditta Buena Vista Home Entertainment s.r.l., cedendole a Ma.Ca., affinché le distribuisse sul territorio di Torino" (in (OMISSIS)).

2. Il giudice del Tribunale di Torino, con sentenza dell'11 luglio 2000, dichiarò il Ma. colpevole dei reati ascrittigli ai capi A), B) - limitatamente alle due videocassette prive del marchio SIAE - e D) e lo condannò alla pena ritenuta di giustizia mentre lo assolse dagli altri reati perché il fatto non sussiste. Dichiarò il M. responsabile del reato ascrittogli sub E), sussunto nella previsione della L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 111 ter, e lo condannò alla pena ritenuta di giustizia. Condannò altresì i due imputati a risarcire i danni alla parte civile SIAE, con una provvisionale di tre milioni di lire, ed il M. anche al risarcimento del danno in favore delle parti civili Disney Entertainment s.r.l. e Buena Vista Home Entertainment s.r.l. con una provvisionale di L. 6 milioni per ciascuna di esse.

In particolare, il giudice ravvisò i reati contestati in relazione al solo film "Biancaneve e i sette nani" e non anche con riferimento al film "I tre porcellini", perché quest'ultimo doveva ritenersi già caduto in pubblico dominio, per le ragioni indicate dagli imputati.

3. Proposero appello entrambi gli imputati deducendo diversi motivi di gravame, nonché le parti civili Buena Vista Home Entertainment s.r.l. e Disney Enterprise Inc.

La Corte d'appello dispose, tra l'altro, la separazione della posizione dell'imputato Ma. e, decidendo il giudizio nei confronti del M., con sentenza del 5 maggio 2006 dichiarò estinto per prescrizione il reato ascrittogli, confermò le statuizioni civili della sentenza di primo grado e lo condannò inoltre al risarcimento del danno in favore della Disney Enterprise Inc. e della Buena Vista Home Entertainment s.r.l. (ora fusa per incorporazione nella "The Walt Disney Company Italia spa") anche in relazione alla abusiva duplicazione del film "I tre porcellini".

4. Il M. propone ricorso per Cassazione deducendo i

seguenti motivi:

1) violazione e falsa applicazione dell'art. 552 c.p.p., commi 1 e 2, e art. 181 c.p.p.; nullità del decreto di citazione a giudizio per insufficiente enunciazione del fatto; violazione e falsa applicazione dell'art. 125 c.p.p.; mancanza o mera apparenza della motivazione sul punto; motivazione inesistente. Ripropone l'eccezione di nullità del decreto di citazione a giudizio per indeterminatezza della contestazione, che non consentiva di conoscere l'oggetto della condotta contestata, non essendo specificato né il numero delle videocassette né di quali opere si trattasse. Il che impediva l'esercizio del diritto di difesa, non potendosi stabilire se si trattava di opere ancora tutelate dal diritto di autore o già cadute in pubblico dominio. La Corte d'appello ha respinto l'eccezione con una motivazione meramente apparente, ed in realtà inesistente.

2) violazione e falsa applicazione degli artt. 8 e 24 c.p.p.; incompetenza del Tribunale di Torino per essersi l'azione delittuosa, in ipotesi, consumata in Milano; violazione e falsa applicazione dell'art. 125 c.p.p.; manifesta illogicità della motivazione.

Osserva che il reato contestatogli sarebbe stato commesso, secondo il capo di imputazione, in Milano dal 1992 fino al 17.5.94. Quindi, ai sensi dell'art. 8 c.p.p., la competenza per territorio spettava al Tribunale di Milano come eccepito fin dall'inizio. La Corte d'appello sul punto ha osservato, con motivazione manifestamente illogica, che la difesa non aveva fornito alcun elemento da cui desumere l'esistenza di un precedente giudicato per gli stessi fatti, con ciò palesemente violando le norme sulla competenza.

3) violazione e falsa applicazione degli artt. 494, 192 e 125 c.p.p.; omessa motivazione sulla valutazione delle spontanee dichiarazioni dell'imputato. Ricorda che i giudici del merito hanno ritenuto provato il reato ascrittogli per il motivo che: a) le videocassette sequestrate al Ma. provenivano dalla Electa s.r.l. e l'imputato, nelle sue spontanee dichiarazioni, non aveva negato tale provenienza e la sua gestione della società; b) le opere non erano cadute in pubblico dominio; c) la prova della sussistenza del dolo risiedeva nel fatto che l'imputato aveva dimostrato di avere approfondita contezza delle problematiche implicate dalla attività di duplicazione. La Corte d'appello si è limitata ad acquisire le dichiarazioni del M. in maniera totalmente acritica, senza alcun vaglio di genuinità e credibilità, argomentando in maniera illogica, anche perché le dichiarazioni non erano state rilasciate in sede di esame con le garanzie e gli avvertimenti necessari. La responsabilità per la duplicazione delle videocassette gli è stata attribuita solo sulla base delle sue dichiarazioni, ma in mancanza di ogni indicazione dei criteri adottati per la loro valutazione.

4) violazione e falsa applicazione dell'art. 1 della L. 20 luglio 1985, n. 400 (ora confluito nella L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter), del D.P.R. n. 19 del 1979, art. 3; della L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 32, del D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, art. 1, e del D.L.C.P.S. n. 1430 del 1947; erronea applicazione della legge penale e delle altre norme giuridiche. Contesta che l'attività di duplicazione sia avvenuta abusivamente, ossia in violazione del diritto di autore, dal momento che i due cartoni animati erano già caduti in pubblico dominio. Innanzitutto, i giudici hanno errato nel ritenere che il termine di protezione complessivamente applicabile fosse di 61 anni, 10 mesi e 8 giorni. In secondo luogo, in modo manifestamente illogico hanno fatto decorrere tale termine dalla prima proiezione in pubblico per il film "Biancaneve e i sette nani" e dalla morte dell'autore Walt Disney per "I tre porcellini", comunque in entrambi i casi sulla base di una erronea interpretazione delle norme applicabili. Invero, la L. n. 633 del 1941, art. 32, determinava in 30 anni la durata dei diritti di utilizzazione delle opere cinematografiche. Con il D.Lgs.Lgt. 20 luglio 1945, n. 440, art. 1, fu disposta una proroga di 6 anni per tutte le opere pubblicate e non cadute in pubblico dominio alla data di entrata in vigore del decreto stesso allo scopo di non pregiudicare gli autori per la mancata utilizzazione del diritto per il periodo della guerra. Per effetto del rinvio al titolo 4 della L. n. 633 del 1941, questa normativa avrebbe trovato applicazione solo per i cittadini italiani ed assimilati. Con D.L.C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, fu data esecuzione al Trattato di pace di Parigi, ed in particolare alla lett. A, n. 3, dell'Annesso 15 il quale disponeva che nel calcolo dei termini normali di validità dei diritti ... che erano in vigore in Italia allo scoppio della guerra ... non si sarebbe tenuto conto del periodo di durata del conflitto, sicché tali diritti erano automaticamente sospesi in Italia per questo ulteriore termine, convenzionalmente fissato in 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni. Il D.P.R. 8 gennaio 1979, n. 19, art. 3, ha poi modificato la L. n. 633 del 1941, art. 32 prolungando i diritti di utilizzazione economica delle opere cinematografiche da 30 a 50 anni. Tale decreto legislativo fu emanato in attuazione della delega contenuta nella L. 20 giugno 1978, n. 399, che tra l'altro prevedeva (art. 3, comma 2, n. 3) che il governo avrebbe dovuto contestualmente abrogare il regime di proroga di protezione previsto dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945. Da ciò derivano due sole possibilità: o si ritiene che l'abrogazione sia avvenuta tacitamente; ovvero il D.Lgs. n. 19 del 1979 è incostituzionale per eccesso di delega.

La Corte d'appello ha dunque errato nel tener conto sia della proroga di 6 anni di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, sia della sospensione di 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni, in quanto i due termini non sono cumulabili, se non altro perché le norme che li prevedono hanno destinatari diversi. Del resto, sia la proroga sia la sospensione avevano entrambe la finalità di neutralizzare gli effetti negativi dello stato di guerra, tanto che erano entrambe commisurate alla durata della guerra. Essendo questa la ratio delle disposizioni, non può ritenersi che la norma del Trattato intendesse instaurare un ingiustificato privilegio a favore dei cittadini delle potenze alleate (che soli godrebbero del cumulo dei due termini) essendo invece evidente lo scopo di estendere a questi ultimi il beneficio già concesso ai cittadini italiani ed assimilati col D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945.

Pertanto, l'originario termine del diritto di 30 anni, prorogato di 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni, era scaduto nella specie molto prima della modifica della L. n. 633 del 1941, art. 32, ad opera del D.P.R. n. 19 del 1979. E poiché questa modifica non ha effetto retroattivo, essa non può valere che per l'avvenire. Quindi, essendo il termine originario di protezione già scaduto al momento della sua entrata in vigore, la modifica non poteva avere l'effetto di farlo rivivere e prolungarlo.

Quanto al film "Biancaneve e i sette nani" la Corte d'appello ha ritenuto che, siccome la prima proiezione in pubblico è avvenuta nel 1939, il termine di 61 anni, 10 mesi e 8 giorni non era ancora scaduto al momento dei fatti. L'assunto è errato per due ordini di motivi. In primo luogo, l'opera era già caduta in pubblico dominio perché, pur fissando nel 1939 il dies a quo, il termine di protezione aveva una durata di 35 anni, 10 mesi ed 8 giorni e dunque era scaduto prima dell'entrata in vigore del D.P.R. n. 19 del 1979. In secondo luogo, l'art. 32 cit. fa decorrere il termine dalla prima proiezione pubblica, purché questa abbia luogo non oltre cinque anni dalla fine dell'anno solare nel quale l'opera è stata prodotta, altrimenti il termine decorre dall'anno successivo a quello di produzione dell'opera. Nella specie, quindi, occorreva verificare anche la data di produzione delle opere, il che non è stato fatto.

Quanto poi al film "I tre porcellini", la Corte d'appello ha commesso errori anche più gravi rilevando che il termine di protezione era di 61 anni, 10 mesi ed 8 giorni e che il film era stato proiettato per la prima volta in pubblico a fine maggio 1933, così applicando congiuntamente sia la proroga, sia la sospensione, sia il nuovo termine di 50 anni, sia facendo decorrere il termine dalla prima proiezione. Sennonché, pur partendo da tale data e pur considerando cumulativamente sia la proroga sia la sospensione, l'originario termine di 30 anni non poteva essere prorogato che per altri 11 anni, 10 mesi ed 8 giorni, ed era quindi comunque scaduto prima della data di entrata in vigore del D.P.R. n. 19 del 1979.

Inoltre, con riferimento a questo film, la Corte d'appello ha riformato la decisione del giudice di primo grado (che aveva ritenuto l'opera già caduta in pubblico dominio) ritenendola ancora protetta anche per il motivo che non era scaduto il termine di 70 anni dalla morte dell'autore dei disegni Walt Disney, e ciò in base alla tesi che le opere cinematografiche aventi ad oggetto personaggi di cartoni animati godrebbero di una duplice tutela: una concernente i disegni e l'altra che investe l'opera filmica nel suo complesso, con la conseguenza che finché dura la protezione per i disegni dei personaggi, durerebbe anche la protezione per i film che li utilizzano. Si tratta però di una tesi erronea perché priva di fondamento normativo e perché confonde la tutela dei disegni, quali singoli elementi di fantasia, con quella del risultato finale costituito dalla nuova opera in cui essi confluiscono.

5) violazione e falsa applicazione dell'art. 125 c.p.p.; motivazione apparente o omessa in ordine alla durata del termine di protezione del diritto di autore. Lamenta che sul punto la Corte d'appello ha completamente omesso sia di esaminare le argomentazioni della difesa sia di motivare.

6) violazione e falsa applicazione dell'art. 125 c.p.p.; mancanza o manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui fa decorrere diversamente il termine di protezione per il film "Biancaneve e i sette nani" rispetto al film "I tre porcellini", nonché nella parte in cui non tiene conto del fatto che, anche considerando cumulativamente sospensione e proroga, rispetto al film "I tre porcellini" il termine di protezione era comunque scaduto prima del prolungamento del termine a 50 anni.

7) violazione e falsa applicazione della L. n. 400 del 1985, art. 1 (ora trasfuso nella L. n. 633 del 1941, art. 171 ter); erronea applicazione della legge penale per quanto concerne l'elemento soggettivo del reato. Lamenta che è palesemente erronea l'affermazione secondo cui la prova della sussistenza del dolo risiederebbe nel fatto che in sede di dichiarazioni spontanee il M. avrebbe dimostrato di avere approfondita contezza delle problematiche in questione. Ed infatti, il reato ascritto è caratterizzato dal dolo specifico del fine di lucro, di cui nella motivazione della sentenza impugnata non vi è traccia.

8) violazione e falsa applicazione dell'art. 1 L. n. 400 del 1985 (ora trasfuso nella L. n. 633 del 1941, art. 171 ter); manifesta illogicità della motivazione sull'elemento soggettivo del reato; travisamento del fatto. Lamenta che, con motivazione manifestamente illogica, la Corte d'appello, dalla sua dichiarazione di essere convinto che le duplicazioni in questione non erano abusive perché le opere erano già cadute in pubblico dominio, invece di dedurre la sua buona fede, ha addirittura desunto la mala fede ed il dolo.

9) carenza di legittimazione della SIAE poiché al M. non erano state contestate condotte di detenzione o vendita di videocassette prive del contrassegno SIAE o con tale contrassegno contraffatto; travisamento del fatto e motivazione manifestamente illogica sul punto.

10) carenza di legittimazione della Walt Disney Enterprise Inc. e della Buena Vista Home Entertainment srl, in quanto i diritti relativi al film "Biancaneve e i sette nani" erano stati ceduti il 28.2.1992 alla Warner Bros: Lamenta che la Corte d'appello si è basata solo sulle dichiarazioni dei testi O. e S. (vice presidente e segretario della parte civile Walt Disney), senza alcuna valutazione sulla loro credibilità, attendibilità e neutralità, e senza considerare che dal contratto di cessione risultava che titolare dei diritti di sfruttamento economico sino al 28.2.1992 era la PECF (Production et Editions Cinematographiques Francaises) e che da quella data solo i diritti c.d. "theatralifical" furono trasferiti in perpetuo alla Warner Bros Italia s.p.a..

11) manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione sulla entità della provvisionale.

5. In data 18 giugno 2007, la parte civile The Walt Disney Company Italia s.p.a. (già Buena Vista Home Entertainment s.r.l.) ha depositato memoria difensiva, con la quale, attraverso articolate motivazioni, contesta la fondatezza di motivi di ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

6. Il ricorrente è stato condannato per il reato di cui all'art. 171 ter della L. 22 aprile 1941, n. 633, per avere abusivamente duplicato e ceduto i due cartoni animati "Biancaneve e i sette nani" ed "I tre porcellini", opere cinematografiche tutelate dalla legge sul diritto di autore (non è stata invero specificamente contestata né risulta la duplicazione di opere ulteriori).

Rileva il collegio che la sentenza impugnata deve essere annullata, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., perché il fatto non sussiste. Deve infatti ritenersi che le due suddette opere, al momento del fatto (dal 1992 al 1994), erano già divenute di pubblico dominio e che quindi la loro duplicazione e distribuzione da parte del ricorrente non era abusiva.

7. E' pacifico che i cartoni animati costituiscono opere cinematografiche e sono quindi soggette, per quanto concerne la tutela del diritto di autore, alla disciplina normativa prevista per tali opere.

E' quindi opportuno in via preliminare richiamare brevemente le disposizioni legislative sulla tutela delle opere cinematografiche che nella specie possono venire in considerazione.

7.1. La L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 32 (Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio), prevedeva, nella sua formulazione originaria, che i diritti di utilizzazione economica dell'opera cinematografica duravano trenta anni dalla prima proiezione pubblica (purché questa abbia avuto luogo non oltre cinque anni dalla fine dell'anno solare nel quale l'opera è stata prodotta; altrimenti il termine decorre dall'anno successivo a quello in cui l'opera è stata prodotta).

Per le altre opere protette dal diritto di autore, invece, la citata legge, art. 25, prevedeva che i diritti di utilizzazione economica duravano fino al termine del cinquantesimo anno solare dopo la morte dell'autore.

La diversità di durata trovava spiegazione - oltre che, evidentemente, nella specificità attribuita dal legislatore alle opere cinematografiche e nel ritenuto prevalente interesse pubblico alla loro divulgazione - nella L. n. 633 del 1941, artt. 44, 45 e 46, i quali dispongono che per le opere cinematografiche si considerano coautori delle stesse l'autore del soggetto, l'autore della sceneggiatura, l'autore della musica e il direttore artistico, ma che i diritti di utilizzazione economica di tali opere (aventi ad oggetto lo sfruttamento cinematografico dell'opera prodotta) spettano al produttore, ossia a chi ha organizzato la produzione dell'opera, dovendosi poi presumere produttore chi è indicato tale sulla pellicola cinematografica o chi risulta tale dalla registrazione dell'opera stessa.

L'art. 199, comma 1, della legge prevedeva poi che i predetti termini di durata si applicavano anche alle opere pubblicate prima dell'entrata in vigore della legge stessa.

7.2. Il termine di trenta anni subì una modifica per effetto del D.Lgs.Lgt. 20 luglio 1945, n. 440, il quale - allo scopo di non pregiudicare gli autori per la mancata utilizzazione del diritto per tutta la durata della guerra appena conclusa - con l'art. 1 prorogò la durata dei diritti di utilizzazione delle opere dell'ingegno di sei anni per tutte le opere pubblicate e non ancora cadute in pubblico dominio alla sua data di entrata in vigore. Pertanto, per le opere cinematografiche il termine di protezione diveniva di trentasei anni, mentre per quelle proiettate dopo la suddetta data, il termine restava quello ordinario di trenta anni.

Gli articoli successivi prevedevano poi che la maggiore estensione della durata del diritto di autore sarebbe andata a favore degli autori e dei loro eredi nei limiti e sotto le condizioni espressamente previste, in particolare per il caso di già avvenute cessioni assolute a terzi dei diritti di autore.

L'art. 7 disponeva infine che la sfera di applicazione del decreto luogotenenziale era regolata della norme contenute nel titolo 6, della L. 22 aprile 1941, n. 633.

7.2.1. Quanto all'ambito di applicazione della proroga disposta col D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, va ricordato che il titolo 6 della L. n. 633 del 1941 comprende innanzi tutto l'art. 185, che, al comma 1, stabilisce che la legge si applica a tutte le opere di autori italiani, dovunque pubblicate per la prima volta, salvo quanto stabilito dall'art. 189, il quale prevede che la L. n., 633 del 1941, art. 185 si applica all'opera cinematografica realizzata in Italia o che possa considerarsi nazionale a termini della legge stessa o di altra legge speciale, e che, in difetto di tale condizione, sono applicabili alla stessa le disposizioni di cui agli artt. 186, 187 e 188. La citata legge, art. 185, comma 2" dispone poi che la legge si applica anche alle opere di autori stranieri domiciliati in Italia, che siano state pubblicate per la prima volta in Italia, mentre il comma 3, stabilisce che la legge può essere applicata alle opere di autori stranieri, fuori delle condizioni previste dal comma precedente, quando sussistano le condizioni previste dagli articoli successivi, e cioè quando esistano convenzioni internazionali che regolano l'applicazione della legge alle opere di autori stranieri o che contengano un patto generico di reciprocità (art. 186), oppure quando lo Stato di cui è cittadino l'autore straniero conceda alle opere degli autori italiani una protezione effettivamente equivalente e nei limiti di detta equivalenza (art. 187). L'art. 188 dispone infine che l'equivalenza di fatto è accertata con decreto reale e che la durata della protezione dell'opera straniera non può comunque eccedere quella goduta nello Stato di cui l'autore è cittadino, stabilendo altresì altre condizioni.

Sembrerebbe quindi doversi ritenere che la proroga di sei anni prevista dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 avrebbe dovuto trovare applicazione, per effetto del rinvio operato dall'art. 7, all'art. 185 e segg., ed in particolare alla citata legge, art. 189, soltanto alle opere cinematografiche realizzate in Italia o che potessero considerarsi nazionali a termini della legge stessa o di altra legge speciale. Tutt'al più, considerando applicabili, per definire l'ambito di operatività della proroga, anche gli altri commi dell'art. 185 e gli artt. 186 e 188, potrebbe ritenersi che la proroga riguardava anche le opere cinematografiche di autori stranieri cittadini di uno Stato con il quale esisteva una convenzione internazionale contenente un patto di reciprocità o di uno Stato che concedeva una protezione equivalente ai cittadini italiani.

Nel caso in esame, peraltro, non risulta e nemmeno è stato dedotto che, alla data di entrata in vigore del D.Lgs.Lgt n. 440 del 1945 esistessero convenzioni internazionali tra Italia e Stati Uniti che prevedevano l'applicazione agli autori italiani di opere cinematografiche di una proroga della protezione per il periodo bellico né che tale proroga fosse comunque applicabile sulla base della legislazione statunitense, o almeno dello Stato della California.

7.2.2. Alcune decisioni di merito (cfr. Trib. Roma, 17 febbraio 1995, n. 2900, Walt Disney Co. e Buena Vista Home Video S.r.l. c. Cinematografica Patrizia s.r.l.) hanno fatto riferimento - per estendere la proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 anche ad opere cinematografiche straniere non realizzate in Italia - al D.L.C.P.S. 23 agosto 1946, n. 82, il quale stabilì che "l'applicazione delle disposizioni contenute nella L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 186, comma 2, artt. 187 e 188, art. 189, comma 2, è sospesa" e che "qualora non sussistano le condizioni menzionate nell'art. 185, comma 2, della legge predetta, le opere di autori stranieri sono protette a condizioni di reciprocità salva la applicazione delle convenzioni internazionali". Hanno invero ritenuto che, per effetto di tale disposizione, era venuta meno l'esclusione dalla proroga prevista dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 per le opere cinematografiche straniere non realizzate in Italia.

Sennonché, da un lato, il D.L.C.P.S. n. 82 del 1946 non può incidere sull'ambito di applicazione del D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, come definito dal suo art. 7, che fa riferimento al testo del titolo 4, della L. n. 633 del 1941, come vigente al momento della sua entrata in vigore, sicché la sfera di applicazione del decreto luogotenenziale, individuata mediante il detto rinvio, non può ritenersi successivamente modificata dalla sospensione della L. n. 633 del 1941, art. 186 segg..

Da un altro lato, è vero che per effetto del D.L.C.P.S. n. 82 del 1946, articolo unico, comma 2, le opere di autori stranieri sono protette a condizioni di reciprocità, e che pertanto il termine globale di protezione applicabile agli autori italiani doveva applicarsi anche a tutti gli autori stranieri. Ciò però sempre a condizione di reciprocità e nel caso di specie non è stato né dedotto né provato che nei rapporti tra Italia e Stati Uniti esistesse una condizione di reciprocità, anche generica, sulla durata globale (ivi comprese proroghe e sospensioni) della protezione delle opere cinematografiche.

7.2.3. Va tuttavia anche rilevato che il problema dei limiti di estensione della proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, art. 1, alle opere cinematografiche straniere, ed in particolare della sua applicazione alle opere di autori statunitensi, è, per le ragioni che in seguito si esporranno, non decisivo ai fini del presente giudizio, sicché non è opportuno soffermarsi ulteriormente su di esso.

7.3. Proseguendo nella ricognizione della disciplina normativa, deve ricordarsi che il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 tra l'Italia e le Potenze alleate ed associate vincitrici, stabiliva, all'Allegato 15, lettera A, n. 3 che "nel calcolo dei termini normali di validità dei diritti di proprietà industriale, letteraria ed artistica in vigore in Italia allo scoppio della guerra o che saranno riconosciuti o stabiliti in forza della parte A del presente allegato, appartenenti a qualunque delle potenze alleate ed associate od ai loro cittadini, non si terrà conto del periodo intercorso dallo scoppio della guerra, fino all'entrata in vigore del presente trattato. Per conseguenza, la durata normale di tali diritti si considererà automaticamente estesa in Italia per un termine ulteriore, corrispondente al periodo di sospensione di cui sopra". Il termine dallo scoppio della guerra all'entrata in vigore del trattato fu poi convenzionalmente fissato in 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni.

Il punto 4 del medesimo Allegato stabiliva poi che le precedenti disposizioni "si applicheranno egualmente ai diritti dell'Italia e dei suoi cittadini nei territori delle potenze alleate ed associate", senza però che gli stessi potessero conseguire un trattamento più favorevole di quello accordato da ciascuna potenza ai cittadini delle altre nazioni unite; e che le medesime disposizioni non imporranno "all'Italia di accordare ad alcuna delle potenze alleate ed associate od ai loro cittadini un trattamento più favorevole di quello che l'Italia od i suoi cittadini riceveranno nel territorio di tale potenza".

7.4. Successivamente, il D.L.C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, art. 1, dette "piena ed intera esecuzione" al Trattato di pace, stabilendo, all'art. 2, che sarebbero stati emanati appositi provvedimenti, anche in deroga alle leggi vigenti, per l'esecuzione del Trattato, ed all'art. 3 l'inizio degli effetti del D.L.C.P.S. alla data del 16 settembre 1947.

7.5. In seguito, la L. 20 giugno 1978, n. 399, art. 3 (recante Ratifica ed esecuzione della Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche) conferì al governo una delega legislativa per emanare, nel termine di sei mesi, un decreto legislativo per l'applicazione della convenzione di Berna. Nel dettare i principi ed i criteri direttivi, la legge di delega stabilì che l'applicazione della convenzione sarebbe dovuta avvenire mediante norme modificatrici o integratrici della L. 22 aprile 1941, n. 633, le quali in particolare avrebbero dovuto provvedere, tra l'altro, ad "adeguare il termine generale di durata della protezione del diritto di autore in misura non superiore a quella prevista nelle più recenti leggi dei paesi aderenti alla Convenzione di Berna, modificando proporzionalmente anche i termini speciali di tutela e abrogando contestualmente il regime di proroga di protezione previsto dal D.Lgs.Lgt. 20 luglio 1945, n. 440" (art. 3, comma 2, n. 3).

7.6. La delega fu esercitata dal governo con il D.P.R. 8 gennaio 1979, n. 19, il quale, con l'art. 3, modificò la L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 32, nel senso che il termine per i diritti di utilizzazione economica delle opere cinematografiche ivi originariamente previsto in trenta anni era aumentato a cinquanta anni.

Il D.Lgs. n. 19 del 1979 non contiene peraltro una disposizione di abrogazione espressa del D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945.

7.7. Ulteriori modifiche alla disciplina furono poi apportate - successivamente ai fatti per cui è processo e quindi non rilevano direttamente nella specie - nel 1994, nel 1996, nel 1997 e nel 2003. Innanzitutto, il D.Lgs. 16 novembre 1994, n. 685, art. 10 (recante Attuazione della direttiva 92/100/CEE concernente il diritto di noleggio, il diritto di prestito e taluni diritti connessi al diritto d'autore in materia di proprietà intellettuale) introdusse nella L. n. 633 del 1941, art. 78 bis (poi divenuto art. 78 ter), il quale disciplinò i diritti di utilizzazione spettanti al produttore di opere cinematografiche, disponendo, al comma 1, che "il produttore di opere cinematografiche o audiovisive o sequenze di immagini in movimento è titolare del potere esclusivo: a) di autorizzare la riproduzione diretta o indiretta degli originali e delle copie delle sue realizzazioni; b) autorizzare la distribuzione con qualsiasi mezzo, compresa la vendita, dell'originale e delle copie di tali realizzazioni; il diritto di distribuzione non si esaurisce in ambito territoriale comunitario se non nel caso di prima vendita effettuata o consentita dal produttore in uno stato dell'unione europea; c) di autorizzare il noleggio e il prestito dell'originale e delle copie delle sue realizzazioni; la vendita o la distribuzione, sotto qualsiasi forma, non esauriscono il diritto di noleggio e di prestito", ed al comma 2 che "i diritti di cui al comma 1 si esauriscono soltanto trascorsi venti anni dalla fine dell'anno solare in cui è stata effettuata la fissazione".

Non furono peraltro modificati gli artt. 45 e 46 che, rispettivamente, attribuiscono al produttore i diritti di utilizzazione economica dell'opera cinematografica e stabiliscono che l'esercizio di tali diritti ha ad oggetto lo "sfruttamento cinematografico" dell'opera prodotta.

7.8. Successivamente la L. 6 febbraio 1996, n. 52, art. 17, comma 1, stabilì che i termini di durata di protezione dei diritti di utilizzazione economica delle opere dell'ingegno di cui al titolo 1, della L. 22 aprile 1941, n. 633, previsti dagli artt. 25, 26, 27, 27 bis, 31, 32 e 32 bis della legge medesima, erano elevati a 70 anni e che era abrogato il termine di proroga previsto dal D.Lgs.Lgt. 20 luglio 1945, n. 440.

L'art. 17, comma 2, dispose poi che i termini di durata di protezione disciplinati nel comma 1 si applicavano anche alle opere dell'ingegno ed ai diritti non più protetti sulla base dei termini previgenti, mentre i successivi commi, in relazione al prolungamento della durata di protezione previsto dal comma 1, dettavano norme per regolare i casi di cessione del diritto di autore e lasciavano pienamente salvi e impregiudicati gli atti e contratti fatti o stipulati anteriormente nonché i diritti legittimamente acquisiti ed esercitati dai terzi in conseguenza dei medesimi.

In particolare erano fatte salve (comma 4, lett. a) "la distribuzione e la riproduzione delle edizioni di opere cadute in pubblico dominio secondo la disciplina previgente, limitatamente alla composizione grafica ed alla veste editoriale con le quali la pubblicazione è avvenuta, effettuata da coloro che avevano intrapreso detta distribuzione e riproduzione prima della data di entrata in vigore della presente legge. Tale distribuzione e riproduzione consentita senza corrispettivi si estende anche agli aggiornamenti futuri che la natura delle opere richiede", nonché (lett. b) "la distribuzione, limitatamente al periodo di tre mesi successivo alla data di entrata in vigore della presente legge, dei dischi fonografici ed apparecchi analoghi, i cui diritti di utilizzazione siano scaduti secondo la disciplina previgente, effettuata da coloro che hanno riprodotto e messo in commercio i predetti supporti prima della data di entrata in vigore della presente legge".

7.9. Il medesimo L. 6 febbraio 1996, n. 52, art. 17, al comma 5, fissò anche i principi e criteri direttivi della delega conferita al governo per l'emanazione di un decreto legislativo per l'attuazione della direttiva 93/98/CEE del Consiglio, (concernente l'armonizzazione della durata di protezione del diritto d'autore e di alcuni diritti connessi) per tutto quanto non era già stato disciplinato dal citato art. 17, commi da 1 a 4.

Fra tali criteri possono ricordarsi quello di cui alla lett. c) (che stabiliva l'emissione di disposizioni transitorie in relazione ai rapporti giuridici sorti anteriormente al 1 luglio 1995, al fine di salvaguardare i diritti acquisiti dai terzi) e quello di cui alla lett. d) (che stabiliva l'introduzione in via permanente di una previsione di compenso per l'utilizzazione delle opere cinematografiche e assimilate, tenuto conto del notevole prolungamento del termine di durata di protezione rispetto alle altre categorie di opere).

La delega fu esercitata con il D.Lgs. 26 maggio 1997, n. 154 (recante Attuazione della direttiva 93/98/CEE concernente l'armonizzazione della durata di protezione del diritto d'autore e di alcuni diritti connessi), che, con l'art. 3, modificò di nuovo il testo della L. n. 633 del 1941, art. 32, sostituendolo con il seguente: "Fermo restando quanto stabilito dall'art. 44, i diritti di utilizzazione economica dell'opera cinematografica o assimilata durano sino al termine del settantesimo anno dopo la morte dell'ultima persona sopravvissuta fra le seguenti persone: il direttore artistico, gli autori della sceneggiatura, ivi compreso l'autore del dialogo, e l'autore della musica specificamente creata per essere utilizzata nell'opera cinematografica o assimilata".

Va rilevato che, né questa disposizione né altre hanno mai modificato la L. n. 633 del 1941, artt. 45 e 46, che attribuiscono i diritti di utilizzazione dell'opera cinematografica (almeno in relazione allo sfruttamento cinematografico dell'opera prodotta) non ai coautori indicati nell'art. 44 (autore del soggetto, autore della sceneggiatura, autore della musica e regista) bensì al produttore, ossia a chi ha organizzato la produzione dell'opera.

Anzi, con il D.Lgs. 26 maggio 1997, n. 154, art. 8, fu poi anche sostituito il testo dell'art. 78 bis, comma 2 (introdotto dal D.Lgs. n. 685 del 1994, art. 10 e relativo ai diritti del produttore di opere cinematografiche) con un nuovo testo secondo il quale "I diritti di cui al comma 1 si esauriscono trascorsi cinquanta anni dalla fissazione. Se l'opera cinematografica o audiovisiva o sequenza di immagini in movimento è pubblicata o comunicata al pubblico durante tale termine, i diritti si esauriscono trascorsi cinquanta anni dalla prima pubblicazione o, se anteriore, dalla prima comunicazione al pubblico dell'opera cinematografica o audiovisiva o sequenza di immagini in movimento".

7.10. Da ultimo, il D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 68 (recante Attuazione della direttiva 2001/29/CE sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione), dopo avere introdotto nella L. n. 633 del 1941 un nuovo art. 78 bis, con l'art. 17 ha inserito nella stessa legge l'art. 78 ter (che ha sostituito il precedente art. 78 bis), il quale, al comma 1, dispone che "il produttore di opere cinematografiche o audiovisive o di sequenze di immagini in movimento è titolare del diritto esclusivo: a) di autorizzare la riproduzione diretta o indiretta, temporanea o permanente, in qualunque modo o forma, in tutto o in parte, degli originali e delle copie delle proprie realizzazioni; b) di autorizzare la distribuzione con qualsiasi mezzo, compresa la vendita, dell'originale e delle copie di tali realizzazioni. Il diritto di distribuzione non sì esaurisce nel territorio della Comunità europea se non nel caso di prima vendita effettuata o consentita dal produttore in uno Stato membro; c) di autorizzare il noleggio ed il prestito dell'originale e delle copie delle sue realizzazioni. La vendita o la distribuzione, sotto qualsiasi forma, non esauriscono il diritto di noleggio e di prestito; d) di autorizzare la messa a disposizione del pubblico dell'originale e delle copie delle proprie realizzazioni, in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente. Tale diritto non si esaurisce con alcun atto di messa a disposizione del pubblico"; mentre poi, al comma 2, dispone che "la durata dei diritti di cui al comma 1 è di cinquanta anni dalla fissazione. Se l'opera cinematografica o audiovisiva o la sequenza di immagini in movimento è pubblicata o comunicata al pubblico durante tale termine, la durata è di cinquanta anni dalla prima pubblicazione o, se anteriore, dalla prima comunicazione al pubblico dell'opera cinematografica o audiovisiva o della sequenza di immagini in movimento".

7.11. In questa sede, non occorre decidere quale sia l'interpretazione da dare al complesso di queste disposizioni accavallatesi nel tempo, ed in particolare stabilire se il diritto di utilizzazione economica dell'opera cinematografica spettante al produttore trovi ancora fondamento nella L. n. 633 del 1941, art. 45, ed abbia la durata prevista dall'art. 32, ovvero se - dopo le modifiche apportate già dal D.Lgs. n. 685 del 1994, art. 10 con l'introduzione dell'art. 78 bis, e quindi dal D.Lgs. n. 154 del 1997, art. 8 e poi dal D.Lgs. n. 68 del 2003, art. 17, con l'introduzione dell'art. 78 ter - il diritto del produttore trovi ora fondamento nella citata L. n. 633 del 1941, art. 45 per il solo sfruttamento cinematografico dell'opera (cfr. art. 46) e nell'art. 78 bis (ora art. 78 ter) per tutte le altre utilizzazioni ed abbia quindi rispettivamente la durata indicata nell'art. 32 (70 anni dalla morie dell'ultimo dei coautori) e nell'art. 78 ter, comma 2 (50 anni dalla fissazione o dalla prima proiezione), ovvero ancora se per i diritti di utilizzazione del produttore debba ora farsi riferimento solo all'art. 78 ter mentre l'art. 32 si riferirebbe ormai solo ai diritti dei coautori dell'opera cinematografica e non a quello di utilizzazione spettante al produttore.

Allo stesso modo, non occorre nemmeno risolvere la questione se comunque il nuovo testo dell'art. 32 (introdotto dal D.Lgs. n. 154 del 1997, art. 3) possa riferirsi anche all'autore dei disegni nel caso in cui l'opera cinematografica sia costituita da un cartone animato.

Tali questioni sono invero irrilevanti nel presente processo perché i fatti contestati all'imputato sono antecedenti all'entrata in vigore sia del D.Lgs. n. 154 del 1997, art. 3 del sia dell'art. 78 bis (ora art. 78 ter) della L. n. 633 del 1941, che non possono perciò trovare applicazione nel caso in esame.

Del resto, andrebbe comunque considerato, da un lato, che poiché il D.Lgs. n. 154 del 1997 non contiene una disposizione analoga a quella di cui alla L. n. 52 del 1996, art. 17, commi 2 e 4, dovrebbe altresì ritenersi che i nuovi termini di durata introdotti con il nuovo testo dell'art. 32 non si applichino alle opere cinematografiche già cadute in pubblico dominio prima della sua entrata in vigore e, dall'altro lato, che nel caso in esame non viene in considerazione il diritto allo sfruttamento cinematografico dell'opera prodotta, bensì altri diritti del produttore disciplinati dall'art. 78 ter, la cui durata è di cinquanta anni dalla prima proiezione.

8.1. Venendo al caso in esame, il primo problema che si pone è stabilire se per le opere cinematografiche di autori statunitensi il termine di sospensione o estensione della durata della protezione di 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni indicato dalla lettera A) n. 3 del Trattato di pace di Parigi si aggiunga al termine di proroga di 6 anni previsto dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, con la conseguenza che, prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 19 del 1979, il termine sarebbe stato non di 36 anni come per le opere di autori italiani, bensì di 41 anni, 10 mesi ed 8 giorni.

E' evidente che questa tesi deve senz'altro essere disattesa qualora si ritenga, per le ragioni dianzi indicate, che la proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 si applichi soltanto alle opere cinematografiche di autori italiani o a quelle straniere realizzate in Italia o assimilate, e quindi non anche alle altre opere straniere in mancanza della prova di una situazione di reciprocità di protezione.

Qualora invece si ritenga che la proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 fosse estesa anche alle opere di autori statunitensi, va ricordato che, secondo parte della giurisprudenza di merito e secondo la giurisprudenza civile di questa Corte (Cass. Civ., Sez. 1, 4.9.1993, n. 9326, m. 483663; Cass. Civ., Sez. 1, 12 novembre 1994, n. 9529, m. 488554; Cass. Civ., Sez. 1, 13.8.2004, n. 15777, m. 575573: la motivazione delle ultime due, peraltro, rinvia a quella della prima decisione; Trib. Roma, 17 febbraio 1995, n. 2900, cit.) la "proroga" di sei anni di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, sarebbe cumulabile con la "sospensione" di 5 anni, 10 mesi e 8 giorni prevista dal Trattato di pace.

8.2. Le ragioni addotte a sostegno di questa tesi sono state individuate nel fatto: a) che i due istituti hanno durata e termini diversi; b) che i due provvedimenti hanno altresì diversi destinatali (avendo il Trattato di pace riguardo ai soli cittadini delle potenze alleate ed associate vincitrici e la proroga del 1945 agli italiani e stranieri, a condizione di reciprocità); c) che altro è l'istituto della "proroga", la quale sostituisce al termine originariamente previsto un nuovo termine legale per il tempo in cui il primo verrà a scadenza, e altro è l'istituto della "sospensione", la quale opera come una sorta di parentesi aperta in seno al decorso del termine; d) che i due istituti sono stati contemplati in due atti normativi anche formalmente diversi, dei quali il secondo, il D.L.C.P.S. n. 1430 del 1947, non ha operato sul primo con effetti abrogativi, né espressi né taciti, stante la diversità di termini, durata, destinatari, figure giuridiche interessate.

8.3. Ritiene il Collegio che questa interpretazione non possa essere condivisa, perché non sono decisive le argomentazioni che la sostengono, mentre appaiono evidenti e decisivi i motivi che depongono per una diversa esegesi.

E difatti, appare innanzitutto irrilevante che le due disposizioni in esame (D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 ed Allegato 15, lett. A) n. 3 del Trattato di pace) abbiano durata diversa, si riferiscano a soggetti diversi, usino termini diversi (proroga e sospensione o estensione).

A ben vedere, infatti, la diversità tra le due disposizioni è ancor più radicale perché la prima fa parte dell'ordinamento giuridico italiano mentre la seconda fa parte dell'ordinamento internazionale. Il che, tra l'altro, spiega perché la seconda non ha certamente potuto abrogare la prima, non essendo concepibile una abrogazione tra norme appartenenti a diversi ordinamenti.

8.4. In realtà, l'interpretazione in esame sembra basarsi su un assunto indimostrato e non condivisibile, e cioè appunto sulla premessa che il D.L.C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, art. 1, avrebbe introdotto nell'ordinamento italiano una disposizione in tutto e per tutto identica a quella dell'ordinamento internazionale contenuta nell'Allegato 15, lettera A, n. 3, del Trattato di pace.

Il che non è necessariamente vero, perché il D.L.C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, art. 1, non riproduce la disposizione del Trattato ma contiene un ordine di esecuzione del Trattato stesso, ossia una norma sulla produzione che ha per effetto la creazione nell'ordinamento interno di tutte le norme necessarie e sufficienti al dispiegarsi degli effetti delle disposizioni contenute nel trattato. E' vero che nella specie la norma internazionale sembra avere un contenuto sufficientemente puntuale e preciso tale da poter essere direttamente applicata dal giudice nazionale. Ma è anche vero che ciò non esclude il dovere dell'interprete, e in primo luogo del giudice, di individuare pur sempre quale è la norma interna creata dall'ordine di esecuzione necessaria e sufficiente per l'adempimento dell'Italia agli obblighi internazionali assunti con il trattato e quindi ad adattare l'ordinamento interno alle disposizioni del trattato stesso. In particolare l'interprete dovrà evitare, per quanto possibile, che la norma interna sia più ampia o più ristretta rispetto alle previsioni ed agli scopi del trattato e comunque che sia in contrasto con i principi costituzionali.

8.5. Orbene, sembra evidente che le finalità dichiaratamente perseguite dall'Allegato 15 citato e lo stesso tenore testuale delle sue disposizioni non richiedevano affatto che ai cittadini delle potenze alleate ed assimilate vincitrici fosse riservato - in ordine alla durata dei diritti di autore in generale, e delle opere cinematografiche in particolare - una protezione privilegiata e diversa rispetto a quella accordata ai cittadini italiani, essendosi anzi espressamente escluso che, per effetto delle disposizioni stesse, potesse derivare ai cittadini italiani ovvero a quelli delle potenze alleate un trattamento più favorevole degli uni rispetto agli altri. L'unico effetto che la disposizione di cui al citato n. 3 dell'Allegato 15 voleva perseguire era che, "nel calcolo dei termini normali di validità dei diritti" di autore "che erano in vigore in Italia allo scoppio della guerra" ed appartenenti ai cittadini delle potenze alleate, non si sarebbe dovuto tener conto del periodo di tempo intercorso durante la guerra e che la "durata normale" di tali diritti sarebbe stata automaticamente estesa per il tempo di durata della guerra.

Dunque, già secondo il suo tenore testuale la disposizione del trattato si riferiva esclusivamente ai termini normali di validità, vigenti in Italia allo scoppio della guerra, ed alla durata normale dei diritti di autore. E' perciò palese che la disposizione del trattato, nel prevedere l'estensione del termine, non ha inteso riferirsi al termine comprensivo anche della proroga stabilita col D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 (già vigente al momento della stipulazione del trattato), che non costituiva il termine normale di protezione, ma un termine speciale applicabile solo alle opere di alcuni autori, e che comunque non era in vigore al momento dello scoppio della guerra. Lo scopo perseguito dalla disposizione, invero, era chiaramente proprio quello di estendere ai cittadini delle potenze alleate il beneficio già concesso ai cittadini italiani ed assimilati dal D.Lgs.Lgt. n. 400 del 1945 (e di cui era, quanto meno, incerta l'applicabilità agli stranieri o ad alcuni stranieri), senza la creazione di ingiustificate posizioni di privilegio.

E' inoltre evidente che, se si dovesse ritenere immessa nell'ordinamento interno, in virtù dell'ordine di esecuzione, una norma che avesse l'effetto di accordare ai cittadini delle potenze alleate, per compensarli del mancato esercizio dei diritti di autore durante la guerra, un diverso termine di 11 anni, 10 mesi e 8 giorni, anziché quello normale di sei anni previsto per i cittadini italiani, si sarebbe in presenza di una norma che avrebbe attribuito ai detti cittadini un trattamento privilegiato e più favorevole né imposto né giustificato dalle disposizioni del trattato.

Conseguentemente, si profilerebbe una norma che si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost, sia sotto il profilo della manifesta irragionevolezza sia sotto quello della violazione del principio di uguaglianza. Nessuno infatti ha indicato un ragionevole motivo per cui, per dare esecuzione al trattato, si sarebbe dovuta dare ai cittadini delle potenza alleate un periodo di proroga o di estensione dei termini di tutela del diritto di autore di durata quasi doppia di quella del conflitto e di quella prevista per i cittadini italiani.

Da qui anche la necessità di interpretare l'ordine di esecuzione e di individuare la norma immessa nell'ordinamento italiano in maniera adeguatrice, evitando conflitti con i principi costituzionali.

8.6. Ritiene quindi il collegio che, per effetto dell'ordine di esecuzione del trattato, debba ritenersi immessa nell'ordinamento interno una norma che attribuiva ai cittadini delle potenze alleate lo stesso termine già attribuito ai cittadini italiani per neutralizzare gli effetti negativi determinati dallo stato di guerra sull'esercizio dei diritti di utilizzazione delle opere dell'ingegno, impedito durante il periodo bellico.

E precisamente, qualora si fosse trattato di cittadini di potenze alleate per i quali non vigeva il principio di reciprocità generica in materia di diritto di autore e per i quali, quindi, non si estendeva la proroga prevista dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, l'ordine di e-secuzione ha dato luogo ad una norma che rendeva applicabile anche ad essi la suddetta proroga di sei anni per il periodo bellico (e quindi per un periodo superiore ai 5 anni, 10 mesi ed 8 giorni previsto dal trattato).

Qualora invece si fosse trattato di cittadini di potenze alleate ed associate per le quali esisteva una situazione di reciprocità ed ai quali quindi già si estendeva il periodo di proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, l'ordine di esecuzione non ha portato alla immissione nell'ordinamento interno di alcuna altra norma speciale, in quanto le esigenze e le finalità perseguite dall'Allegato 15 del trattato erano già state ampiamente raggiunte con la previsione della detta proroga. Per tali cittadini e Stati, quindi, l'adattamento dell'ordinamento interno alla citata disposizione del trattato si era già verificato con il D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945.

Ciò del resto trova significativa conferma nel fatto che il legislatore, successivamente, non ha mai fatto riferimento ad una pretesa proroga o sospensione o estensione o comunque ad un autonomo prolungamento del termine di durata derivante dal D.L.C.P.S. n. 1430 del 1947, ma si è sempre riferito esclusivamente alla proroga di cui al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, considerandola quindi come unica estensione del normale termine di durata valevole per tutti gli autori, italiani o stranieri.

E così, la L. 20 giugno 1978, n. 399, art. 3, contenente la delega al governo per l'emanazione di un Decreto Legislativo in materia che estendesse ed unificasse tutti i termini di durata del diritto di autore allora vigenti, si è riferito soltanto al D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 e non anche al D.L.C.P.S. n. 1430 del 1947.

Allo stesso modo, la L. 6 febbraio 1996, n. 52, art. 17, che ha ulteriormente prolungato i termini di durata di protezione dei diritti di utilizzazione economica delle opere dell'ingegno disponendo l'abrogazione delle precedenti norme speciali, ha di nuovo fatto riferimento al solo D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 e non anche al D.L.C.P.S. n. 1430 del 1947.

8.7. In conclusione, deve ritenersi che, per effetto dell'ordine di esecuzione del trattato di pace contenuto nel D.L.C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, si è verificata una situazione normativa per cui a tutti gli autori italiani o assimilati, o agli autori di Stati per i quali vigeva il principio di reciprocità in materia di diritto d'autore o degli Stati di potenze alleate ed associate vincitrici (per i quali esistesse o meno una situazione di reciprocità) si applicava indistintamente, oltre al normale termine di durata, il termine di proroga di sei anni a compensazione degli impedimenti dovuti al periodo bellico previsto dal D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945. Per i due film in questione, quindi, prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. 8 gennaio 1979, n. 19, il termine di durata dei diritti di utilizzazione economica era di complessivi anni trentasei.

Ne deriva che entrambe le suddette opere cinematografiche (la cui prima proiezione in pubblico risaliva, secondo la sentenza impugnata, rispettivamente al 1939 ed al 1933) alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 19 del 1976 erano ormai divenute di pubblico dominio. 9. Si pone tuttavia anche il problema di stabilire se il D.Lgs. 8 gennaio 1979, n. 19, abbia, da un lato, abrogato o meno il D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945, e, dall'altro, esteso l'ampliamento da trenta a cinquanta anni del termine per i diritti di utilizzazione economica delle opere cinematografiche anche alle opere già cadute in pubblico dominio al momento della sua entrata in vigore.

10.1. La prima questione è rilevante ai fini della soluzione del caso in esame solo qualora si ritenesse che, per i produttori statunitensi, il termine complessivo di protezione fosse, all'epoca di entrata in vigore del D.Lgs. n. 19 del 1979, di 41 anni, 10 mesi ed 8 giorni e non - come invece deve ritenersi - di 36 anni al pari del termine valevole per gli autori italiani e di quelli di Stati non vincitori della guerra. Nella prima ipotesi, invero, alla suddetta data sarebbe caduto in pubblico dominio soltanto il cartone animato "I tre porcellini" e non anche il film "Biancaneve e i sette nani", così come ritenuto nel presente processo dal giudice di primo grado.

In ordine a tale questione deve ricordarsi che la norma delegante di cui alla L. 20 giugno 1978, n. 399, art. 3, aveva espressamente fissato il principio e criterio direttivo che il legislatore delegato avrebbe dovuto, contestualmente alla modifica dei termini di tutela, ed in particolare contestualmente alla modifica del termine generale e dei termini speciali - quale è quello fissato per le opere cinematografiche - abrogare il regime di proroga di protezione previsto dal D.Lgs.Lgt. 20 luglio 1945, n. 440 (art. 3, comma 2, n. 3).

10.2. Parte della giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Roma, 17 febbraio 1995, n. 2900, Walt Disney Co. e Buena Vista Home Video srl c. Cinepatrizia srl) ha ritenuto che il legislatore delegato non avesse un obbligo di abrogazione del D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 per il motivo che la L. n. 399 del 1978, art. 3, comma 2, n. 3, avrebbe disposto l'abrogazione della proroga in relazione all'adeguamento del termine "generale" di durata della protezione del diritto di autore in misura non superiore a quella prevista nelle più recenti leggi dei paesi aderenti alla Convenzione di Berna, cui avrebbe dovuto far seguito la modifica proporzionale anche dei termini speciali di tutela. Si è perciò osservato che si trattava di portare il termine "generale" dei 50 anni dopo la morte dell'autore a 70 anni (come previsto dalla Legislazione Tedesca del 1965), mentre l'aumento dei termini di protezione, per le opere cinematografiche, da 30 a 50 anni era già imposto dalla stessa Convenzione di Berna (nel testo di Parigi del 1971) cui la L. n. 399 del 1979 intendeva dare ratifica ed esecuzione. Secondo la tesi in esame, quindi, il primo innalzamento del termine "generale" era una libera scelta del legislatore nazionale, mentre il secondo (per le opere cinematografiche) discendeva da un preciso obbligo convenzionale. Pertanto, non si sarebbe potuta stabilire una diretta ed immediata correlazione tra l'adozione del termine convenzionale dei 50 anni per le opere cinematografiche e l'abrogazione della proroga del 1945, mentre si sarebbe dovuto credere che il governo si fosse limitato a modificare il termine "speciale" (come previsto dalla convenzione per le opere cinematografiche) decidendo di non fare uso del potere di prolungare il termine "generale" di durata, e quindi di abrogare la proroga del 1945. Si sarebbe dunque potuto parlare, al più, di inottemperanza "parziale" della delega e comunque certamente non di violazione delle specifiche finalità della delega medesima (ciò che unicamente sarebbe stato suscettibile di determinare l'illegittimità costituzionale della normativa delegata) dato che tali specifiche finalità dovevano individuarsi nell'esigenza di applicare la convenzione di Berna nel testo di Parigi, come puntualmente avvenuto con il D.P.R. n. 19 del 1979.

10.3. Questa tesi appare però non convincente sotto diversi profili, e non può quindi essere condivisa. Innanzitutto, invero, non si tratta di stabilire se il decreto legislativo abbia o meno perseguito le stesse specifiche finalità fissate dalla legge di delegazione, bensì di stabilire se il legislatore delegato abbia o meno rispettato i principi e criteri direttivi previsti dal legislatore delegante e le condizioni da questo poste per un legittimo esercizio della Delega Legislativa. In secondo luogo, appare irrilevante la distinzione tra modifica del termine "generale" e modifica del termine speciale per le opere cinematografiche, il quale ultimo sarebbe stato imposto già dalla convenzione di Berna alla quale legge di delegazione e decreto delegato intendevano dare attuazione ed esecuzione. Ed invero, anche soltanto per dare attuazione alla convenzione di Berna nel testo del 1971, occorrendo modificare norme aventi forza e valore di legge (quali quella di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 32), era necessario l'intervento di un altro atto avente forza di legge. Il D.P.R. n. 19 del 1979, quindi, in tanto poteva legittimamente modificare l'art. 32 cit. in attuazione della convenzione in quanto aveva la qualifica di Decreto Legislativo delegato emanato col rispetto dei principi e criteri direttivi fissati dalla legge di delegazione. E quest'ultima stabiliva appunto che il legislatore delegato avrebbe dovuto, contemporaneamente alla modifica dei termini, generali o speciali, anche abrogare il regime di proroga del 1945. Quindi, se si volesse seguire la tesi che si sta esaminando - secondo cui l'aumento del termine speciale per le opere cinematografiche sarebbe stato effettuato dal governo al di fuori della Delega Legislativa (e dai limiti e condizioni dalla stessa imposte) e solo in attuazione della convenzione di Berna - dovrebbe ritenersi illegittima la stessa modifica dell'art. 32 della L. n. 633 del 1941, ossia lo stesso aumento da 30 a 50 anni del termine di protezione per le opere cinematografiche, in quanto operata da un decreto del governo emanato al di fuori dell'ambito della delega conferita dalla L. n. 399 del 1978. Ed invero delle due l'una: o la modifica dei termini di cui all'art. 32 cit. rientrava nell'ambito della delega conferita con la L. n. 399 del 1978, ed allora il decreto delegato avrebbe dovuto anche abrogare il termine di proroga del 1945; oppure non vi era un obbligo di abrogazione perché la modifica non rientrava nell'ambito della delega ma costituiva solo esecuzione della convenzione di Berna, ed allora la stessa modifica dell'art. 32 era palesemente illegittima (e dovrebbe essere disapplicata dal giudice ordinario) perché posta con un atto non avente valore e forza di legge.

In terzo luogo, nella legge di delegazione l'abrogazione della proroga del 1945 era chiaramente stabilita in correlazione della modificazione sia del termine generale sia del termine speciale di durata, di modo che qualsiasi modificazione di un termine, generale o speciale che fosse, imponeva l'abrogazione del regime di proroga. La norma di delega, invero, attribuiva al legislatore delegato il potere di modificare il termine generale di durata della protezione modificando proporzionalmente anche i termini speciali ed "abrogando contestualmente" il regime di proroga. E' quindi evidente che non solo la modifica del termine generale di durata, ma anche quella dei termini speciali era condizionata alla contestuale abrogazione del regime di proroga. D'altra parte, se così non fosse, se cioè - come sostiene la tesi in esame - l'abrogazione del regime di proroga era collegata alla sola modifica del termine generale, allora dovrebbe ritenersi che anche la modifica proporzionale dei termini speciali era, allo stesso modo, collegata all'adeguamento del termine generale. In altre parole, dovrebbe ritenersi che in tanto il legislatore delegato poteva modificare proporzionalmente i termini speciali in quanto avesse anche adeguato il termine generale, con la conseguenza che, non avendo il decreto delegato modificato il termine generale, dovrebbe considerarsi illegittima (e dovrebbe sollevarsi la relativa questione di legittimità costituzionale) la sola modifica dei termini speciali. Ed invero, solo ritenendo che la delega prevedesse la modifica dei termini speciali come indipendente dall'adeguamento del termine generale, e non correlata a quest'ultimo, potrebbe ritenersi legittimo l'uso parziale del potere di delega per la sola modifica del temine speciale senza quella del termine generale. In questo caso, però, è evidente - stante il tenore letterale della disposizione - che la condizione della abrogazione del regime di proroga doveva ritenersi posta in relazione sia alla modifica del termine generale sia a quella dei termini speciali.

Non è infine chiaro cosa intenda la tesi in esame quando parla di "inottemperanza parziale alla delega". Se, invero, vi è inottemperanza della delega, sia essa totale o parziale, vi è comunque violazione dell'art. 76 Cost. In realtà, con riferimento alla L. n. 399 del 1978, art. 3, comma 3, n. 3, si può semmai parlare di esercizio parziale della delega, perché il legislatore delegato non ha apportato tutte le modifiche autorizzate dalla legge di delegazione. Ma il fatto che la delega sia stata esercitata parzialmente non consente di non rispettarne comunque i principi e criteri direttivi e le condizioni da essa poste all'esercizio del potere delegato.

Nella specie, come rilevato, la norma di delega aveva condizionato sia l'adeguamento del termine generale sia la modifica dei termini speciali alla contestuale abrogazione del regime di proroga. Se quindi dovesse ritenersi che non vi sia stata abrogazione, dovrebbe sollevarsi questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 76 Cost., del D.Lgs. n. 19 del 1979 nella parte in cui ha modificato la L. n. 633 del 1941, art. 32, portando da 30 a 50 anni il termine di protezione per le opere cinematografiche, senza rispettare la condizione della contestuale abrogazione del regime di proroga cui tale modifica era condizionata.

10.4. Ritiene però il collegio che al D.Lgs. n. 19 del 1979 possa, e quindi debba, darsi una interpretazione adeguatrice, che elimini il suddetto profilo di illegittimità costituzionale, ed in particolare una interpretazione nel senso che, con la sua entrata in vigore, anche in mancanza di una specifica disposizione di abrogazione espressa, si è comunque verificata l'abrogazione del D.Lgs.Lgt. n. 440 del 1945 (e di tutte le altre norme speciali che in ipotesi prevedessero proroghe o sospensioni o estensioni della durata del termine di protezione per le opere cinematografiche).

Innanzitutto, invero, interpretando il D.Lgs. n. 19 del 1979 nel suo c



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