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Cassazione – Sezione terza - sentenza 8 febbraio – 18 marzo 2008, n. 7272


Responsabilità del giudice · procedura civile · giustizia · danni

fonte:

http://www.diritto-in-rete.com/sentenza.asp?id=710

"la Corte di merito abbia puntualmente rispettato i principi di diritto che sono stati elaborati dalla Suprema Corte in subiecta materia, ed in primo luogo quello secondo il quale la risarcibilità del danno cagionato per grave violazione di legge "postula che tale violazione sia ascrivibile a negligenza inescusabile e, quindi,esige un quid pluris rispetto alla negligenza, richiedendo che essa si presenti come non spiegabile, senza agganci con le particolarità della vicenda atti a rendere comprensibile (anche se non giustificato) l'errore del giudice (Cass. 26.7.1994, n. 6950)."

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...omissis...

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2.3 lett. a) L. 117/88 e 321 cpp; grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile nell'interpretazione del concetto di "cose pertinenti al reato" di cui all'art. 321 cpp, avendo la Corte di merito erroneamente ritenuto che l'attività interpretativa di norme di diritto costituirebbe fonte di responsabilità dello Stato esclusivamente laddove possa essere considerata "abnorme".

Con il secondo motivo lamenta la violazione dell'art. 2.3 lett. a) L. 117/88, avendo la Corte di merito erroneamente ritenuto che l'esistenza di una (apparentemente idonea) causa di giustificazione del provvedimento di sequestro della tenuta agricola costituisca presupposto sufficiente ad escludere la responsabilità dello Stato per grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile.

Con il terzo motivo si duole invece di insufficiente motivazione circa un punto decisivo, per omesso esame dei presupposti del provvedimento di sequestro ex art. 321 cpp, avendo la Corte territoriale tralasciato di operare una adeguata valutazione delle ragioni addotte dai magistrati a giustificazione dell'esorbitante estensione di una misura cautelare su un bene privo di idonea connessione con la cosa pertinente al reato.

1. Il primo motivo non è fondato. Ed invero, rileva questo Collegio come la Corte territoriale abbia diffusamente spiegato, con apparato argomentativo assolutamente immune da vizi logici ed errori giuridici, le ragioni per le quali ha escluso che ricorresse nel caso di specie l'ipotesi di colpa grave di cui all'art. 2 comma 3° L. n. 117/88, facendo corretto riferimento, per un verso, all'inconfigurabilità di una condotta dei magistrati connotata da negligenza inescusabile e cioè da una totale mancanza di attenzione nell'uso degli strumenti normativi e da una trascuratezza così marcata ed ingiustificabile da apparire espressione di vera e propria mancanza di professionalità (concretizzantesi in una violazione grossolana e macroscopica della norma ovvero in una lettura di essa contrastante con ogni criterio logico, l'adozione di scelte aberranti nella ricostruzione della volontà del legislatore, la manipolazione arbitraria del testo normativo) e, per un altro verso, alla completa esenzione da responsabilità - alla stregua del carattere fondamentalmente valutativo dell'attività giurisdizionale, caratterizzata da opzioni tra più interpretazioni possibili - della lettura della norma secondo uno dei significati possibili, sia pure il meno probabile e convincente, sempre che dell'opzione interpretativa accolta si fosse dato conto in motivazione e comunque l'applicazione della norma non fosse priva di supporti tali da rendere l'errore commesso comprensibile anche se non giustificato.

Giustamente, quindi, la Corte di merito ha concluso nel senso che, per escludere la responsabilità dei magistrati grossetani, non occorresse valutare come certamente legittima l'interpretazione dell'art. 321 cpp da loro fornita in punto "cose pertinenti al reato" o, quanto meno, accertarne la conformità all'orientamento interpretativo prevalente della Suprema Corte in subiecta materia, bastando che essa rientrasse in una ampia gamma di possibili opinioni interpretative della norma in oggetto, tali da non consentire di intravederne, non tanto l'erroneità, quanto l'evidente abnormità. Va aggiunto che la stessa Corte ha utilmente menzionato nella sua decisione che nell'ampia casistica riguardante l'applicazione in concreto dell'istituto previsto dall'art. 321 citato la Suprema Corte ha ripetutamente valorizzato il criterio della sufficienza del c.d. "collegamento indiretto" tra una determinata cosa ed i reati per cui si procede, nel senso, cioè, che la stessa risulti destinata. - sia pure in via indiretta -a fungere da mezzo di aggravamento o di protrazione delle loro conseguenze ovvero di agevolazione per la commissione di altri episodi criminosi (v. Cass. pen., sez. VI, 27.9.1999, Schiavone F. ed altro).

Il fatto poi che la Suprema Corte non abbia ravvisato un nesso di pertinenzialità tra le strutture utilizzate per l'agriturismo e le opere abusive (ampliamento del sentiero e realizzazione delle discese a mare) , non sussistendo sotto un profilo oggettivo un nesso di strumentalità tra l'attività agrituristica in sé lecita ed i suddetti interventi abusivi, in quanto tale attività risulta pacificamente esercitatile anche senza l'utilizzazione delle opere abusivamente realizzate, non attribuisce di per sé carattere di abnormità all'opposta tesi giuridica fatta valere dai magistrati grossetani. Ed invero, questa tesi - peraltro sorretta da una lunga serie di elementi di prova posti a fondamento della richiesta dell'11.9.2000 - secondo cui, essendo ravvisabile il pericolo in concreto che l'intera tenuta fosse stata programmata nel suo insieme per una espansione in grande stile della sola attività di agriturismo, con conseguente apertura di nuove ed agevoli strade e comode discese a mare, per la grande estensione della tenuta stessa sarebbe stato impossibile senza il suo sequestro ex art. 321 cpp (come cosa pertinente al reato) l'accertamento tempestivo dell'esecuzione di altri lavori abusivi e, quindi, della commissione di ulteriori reati collegati a quelli già contestati dalle necessità di espansione della struttura agrituristica, è stata correttamente valutata come rientrante nell'estrinsecazione della normale attività interpreta­tiva delle norme di diritto da parte dei magistrati (art. 2 comma 2° L. 117/88).

Il fatto poi che tale tesi si sia tradotta in un provvedimento ritenuto, nelle competenti sedi giudiziarie, come erroneo, in quanto fondato su una interpretazione estensiva, sia pure opinabile e discutibile, del concetto di "cose pertinenti al reato", non rende certo il provvedimento stesso e la richiesta del P.M. che l'ha preceduto come atti giudiziari abnormi. Infatti, una volta che il giudice abbia ritenuto una determinata situazione di fatto senza elementi pertinenti ovvero sulla scorta di elementi insufficienti, che però abbiano formato oggetto d'esame e di valutazione, si tratta in tal caso di errato apprezzamento dei dati acquisiti, né può qualificarsi come rilevante ex art. 2 c. 3 L. 117/88 l'errore riscontrato a poste­riori dal giudice del gravame sulla base del controllo esercitato sull'attività valutativa (Cass. civ., 20.9.2001, n. 11859). Abnorme sarebbe stata soltanto una interpretazione di quel concetto di "cose pertinenti al reato" che non avesse trovato alcun riferimento nell'elaborazione giurisprudenziale o dottrinale ovvero, in difetto di tali referenti, alcuna giustificazione sul piano logico-giuridico, o che fosse stata fondata su un grossolano e specioso travisamento del fatto.

2. Anche il secondo motivo non è fondato.

La censura in questione, infatti, travisa manifestamente il significato del percorso motivazionale seguito dalla Corte territoriale in merito all'interpretazione del concetto di colpa grave caratterizzante la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile. Ed invero, deve escludersi che la Corte genovese abbia ritenuto l'assenza di colpa grave nell'emissione del provvedimento cautelare sul presupposto soltanto dell'enunciazione di una mera ed indefinita ragione giustificatrice consistente in un giudizio prognostico circa un possibile avvenimento o comportamento abusivo futuro, sconfinante nel processo alle intenzioni (v. pag. 36 del ricorso), risultando invece che la stessa ha valutato attentamente ed analiticamente tutti gli elementi di prova acquisiti dal P.M. e sottoposti all'esame del G.i.p., nonché le ragioni per le quali si profilava non solo come plausibile, ma anzi concreto, il pericolo sia della commissione di nuovi illeciti che dell'aggravamento del vulnus già inferto all'ambiente (v. pag. 19 della sentenza gravata), secondo quanto già considerato al precedente paragrafo 1. In realtà, nel caso di specie, si rileva come la Corte di merito abbia puntualmente rispettato i principi di diritto che sono stati elaborati dalla Suprema Corte in subiecta materia, ed in primo luogo quello secondo il quale la risarcibilità del danno cagionato per grave violazione di legge "postula che tale violazione sia ascrivibile a negligenza inescusabile e, quindi,esige un quid pluris rispetto alla negligenza, richiedendo che essa si presenti come non spiegabile, senza agganci con le particolarità della vicenda atti a rendere comprensibile (anche se non giustificato) l'errore del giudice (Cass. 26.7.1994, n. 6950).

In definitiva, non può non rilevarsi come il principio di diritto richiamato dalla sentenza impugnata corrisponda esattamente al quesito di diritto posto dalla ricorrente con il secondo motivo.

3. Per quanto attiene, infine, all'ultima censura, si rileva che la medesima deve ritenersi inammissibile per inosservanza del requisito dell'autosufficienza.

Ed invero, si rimprovera alla Corte genovese di aver "omesso di operare una adeguata valutazione delle ragioni addotte dai magistrati a giustificazione dell'esorbitante estensione di una misura cautelare su un bene privo di idonea connessione con la cosa pertinente il reato-.." (v. pag. 39 del ricorso), osservandosi che "la corretta applicazione del consolidato orientamento giurisprudenziale sopra illustrato avrebbe dovuto più correttamente condurre la Corte di appello ad esaminare meglio gli atti di indagine del processo penale, prodotti in corso di causa, per individuare, in primo luogo, le specifiche circostanze probatorie che avrebbero indotto i magistrati a ritenere concreto il pericolo della commissione di ulteriori reati e, in secondo luogo, valutarne - ed adeguatamente motivarne -la rilevanza ai fini di ritenere sì ingiustificato, ma comunque eventualmente comprensibile - nel senso di cui all'orientamento della Corte di cassazione sopra riportato - l'errore interpretativo e/o valutativo commesso dai magistrati nell'adozione del provvedimento di se­questro..." (v. pag. 42 del ricorso). E' pacifico, però, che in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso e considerata l'ampia ed articolata motivazione di cui alle pagg. 19 e ss. della sentenza gravata (contenenti specifiche valutazioni sugli elementi che, riferendosi ad un ampliamento dei servizi alberghieri offerti dall'agriturismo - navetta, spiagge esclusive, passeggiate a cavallo e con biciclette elettriche - , facevano apparire concreto il pericolo della commissione di altri reati, strumentali alla suddetta integrazione dei servizi offerti), competeva alla ricorrente l'onere di indicare in maniera specifica i singoli atti di indagine del procedimento penale di cui assumeva la mancata o insufficiente valutazione, riportarne in ricorso i passaggi più rilevanti, e specificare le ragioni per cui, ove tali atti fossero stati correttamente valutati, i medesimi avrebbero potuto indurre i magistrati ad una diversa decisione con apprezzabile grado di probabilità.

Va aggiunto, per completezza di motivazione, che la ricorrente si duole anche del fatto che "la determinazione cui è pervenuta la Corte di Appello di Genova ha tratto origine da una omessa valutazione delle reali motivazioni - quali risultano dagli atti di causa - addotte dai magistrati requirenti a fondamento dell'estensione del provvedimento di sequestro sull'intera tenuta agricola dell'U., che ha indotto lo stesso organo giudicante ad escludere la responsabilità dello Stato" (pag. 43 del ricorso). Anche tale doglianza difetta del requisito di autosufficienza, atteso che nel ricorso non vengono indicate tali asserite "reali motivazioni", la cui valutazione sarebbe stata omessa dalla sentenza impugnata, né vengono specificati gli atti di causa da cui le stesse sarebbero risultate. Il ricorso va, pertanto, rigettato, con conseguente condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi dell'art. 384 primo comma cpc, questa Corte enuncia il seguente principio di diritto: "I presupposti della responsabilità dello Stato per grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile nell'esercizio di funzioni giudiziarie, ai sensi dell'art. 2 comma 3 lett. a) della L. n. 117/88, devono ritenersi sussistenti allorquando nel corso dell'attività giurisdizionale, spesso caratterizzata da opzioni tra più interpretazioni possibili di una norma di diritto, si sia concretizzata una violazione evidente, grossolana e macroscopica della norma stessa ovvero una lettura di essa in termini contrastanti con ogni criterio logico o l'adozione di scelte aberranti nella ricostruzione della volontà del legislatore o la manipolazione assolutamente arbitraria del testo normativo o ancora lo sconfinamento dell'interpretazione nel diritto libero".

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in € 5.100,00 per onorari, oltre le spese prenotate a debito.



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