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Giudice di Pace di Tropea del 23 luglio 2010


Ricariche telefoniche · rimborso · consumerismo · civile · clausola vessatoria · telefonia · cellulari

fonte:

http://www.ilgiudicedipace.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=559:rimborso-costi-ricarica-sim&catid=44:civile&Itemid=86

"In ragione di quanto sopra detto e stabilito che la clausola concretizza una clausola vessatoria, ne consegue che, in mancanza di sua specifica accettazione e sottoscrizione, la stessa ai sensi dell’art. 1469 quinquies c.c. deve ritenersi inefficace, rappresentando perciò il pagamento effettuato da parte attrice a titolo di “costi di ricarica” un pagamento non dovuto, perciò concretizzando un indebito."

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace di Tropea

in persona dell’avv. Nicola DE BLASI, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta il 25 marzo 2008 con il n° 118/08 del Ruolo Generale, avente ad oggetto: ripetizione di indebito oggettivo e subordinata azione di arricchimento.

Vertente tra

§§§§§§§§§§§§§§§, nato il ********* a Vibo Valentia, residente in **************** ed ivi elettivamente domiciliato in *********** presso lo studio dell’avv. *************, che lo rappresenta e difende in forza di mandato a margine dell’atto di citazione; ATTORE contro

VODAFONE Omnitel N.V., in persona del suo legale rappresentante pro tempore, con sede legale in Amsterdam e sede amministrativa e gestionale in Ivrea, elettivamente domiciliata in *************** presso lo studio dell’avv. *************** che la rappresenta e difende in forza di mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione; CONVENUTA

All’udienza del 10 dicembre 2009 le parti precisavano le proprie conclusioni come da verbale in atti, riportandosi ognuna a quelle contenute nelle rispettive difese.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione del 24 gennaio 2008, notificato in data 30 gennaio 2008, il sig. **********, dopo aver premesso di essere titolare dal 1997 dell’utenza telefonica mobile di tipo ed uso privato avente il numero telefonico indicato nell’atto di citazione stesso, attivata e funzionante mediante scheda ricaricabile Vodafone, conveniva dinanzi a questo Ufficio del Giudice di Pace la stessa Vodafone Omnitel N.V., in persona del suo legale rappresentante pro tempore, al fine di sentirla condannare al pagamento in suo favore della complessiva somma di € 1000.00, o della diversa somma che sarebbe risultata in corso di causa, a titolo di rimborso di quanto da essa parte attrice indebitamente versato alla convenuta società a titolo di “costo di ricarica”, a partire dalla data di attivazione dell’utenza e fino al 4 marzo 2007, data in cui entrava in vigore il D.L. n° 07/2007, regolarmente convertito nella legge n° 40/2007 (cd. Legge Bersani), che imponeva alle compagnie telefoniche di eliminare la spesa riferita ai costi di ricarica.

A sostegno della domanda richiamava l’indagine conoscitiva sui contributi di ricarica nei servizi di telefonia mobile a credito prepagato, svolta nel novembre 2006 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, congiuntamente all’Autorità Garante delle Comunicazioni, che aveva accertato l’illegittimità della condotta posta in essere dagli operatori di telefonia mobile in Italia con la richiesta del pagamento del costo di ricarica, che infatti rappresentava un costo sconosciuto e non adottato negli altri paesi europei.

Sosteneva che la previsione di quel costo all’interno del contratto concluso con la società convenuta era da considerarsi una clausola vessatoria, poiché nella buona fede del consumatore aveva provocato uno squilibrio dei reciproci diritti ed obblighi. Argomentava ancora che il suddetto costo non costituiva un corrispettivo per le spese sostenute a fronte del servizio di ricarica, che lo stesso non rappresentava nemmeno la remunerazione per un servizio aggiuntivo ne’ era correlato a specifici costi giustificativi. Lamentava, conseguentemente, che il costo di ricarica rappresentava un mezzo fraudolento che aveva violato i principi fondamentali di correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti la fornitura di beni e servizi ai consumatori, finalizzato a dare luogo alla formazione di extra profitti a danno dei consumatori stessi e a fornire un ingiusto vantaggio in favore degli operatori.

Sulla base delle suriassunte argomentazioni, concludeva chiedendo il rimborso della suddetta somma ex art. 2033 c.c. o, in subordine, ex art. 2041 c.c., per quanto ingiustamente versato a titolo di contributo di ricarica, oltre interessi e spese del giudizio.

Con comparsa del 14 marzo 2008, depositata in data 15 maggio 2008, si costituiva in giudizio la convenuta società, la quale preliminarmente eccepiva l’intervenuta parziale prescrizione del diritto riferito alle pretese maturate nel corso dell’anno 1997. Ancora preliminarmente, la Vodafone eccepiva l’improcedibilità dell’avversaria domanda, in riferimento alla quale sosteneva di non essere in grado di sapere se era stato esperito l’obbligatorio tentativo di conciliazione presso il Co.Re.Com.. Nel merito, sosteneva la mancanza dei presupposti per l’applicabilità nel caso di specie della disciplina di cui all’art. 2041 c.c., invocata in via subordinata dalla parte attrice rispetto al riconoscimento dell’indebito oggettivo ex art. 2033 c.c., dato che non poteva sorgere dubbio alcuno sul fatto che tra la stessa parte attrice ed essa deducente società intercorreva un contratto di somministrazione del servizio telefonico, circostanza questa che escludeva la possibilità di ricorso al rimedio dell’azione generale di arricchimento, che ha carattere complementare e sussidiario, perciò utilizzabile solo in assenza di specifica azione per la restituzione. Deduceva che, però, nel caso di specie non ricorrevano neanche i presupposti per far ricorso all’azione di cui all’art. 2033 c.c., non avendo parte attrice dimostrato ne’ di aver corrisposto l’indebito e ne’ che tale adempimento era stato posto in essere in assenza di causa giustificativa del debito stesso, anche perché nella richiamata indagine dell’Autorità Garante i suddetti costi, sebbene in misura parziale, erano ritenuti esistenti. Si difendeva inoltre sostenendo che non v’era stata alcuna violazione dei principi di trasparenza, lealtà, correttezza e buona fede contrattuale, poiché nel prevedere i costi di ricarica essa compagnia aveva soltanto usufruito del principio di autonomia contrattuale di cui all’art. 1322 c.c.. Infine, denunciava che parte attrice aveva richiesto fofettariamente la cifra di € 1000.00 e che tale cosa rappresentava un altro motivo per il quale non poteva essere applicata la disciplina di cui ll’art. 2033 c.c., poiché la parte attrice aveva non solo l’onere di dimostrare di aver corrisposto un indebito oggettivo ma anche quello di dare compiuta prova di quanto speso, rappresentando l’istanza di esibizione ex art. 210 c.p.c. un tentativo di aggirare l’onere della prova sulla stessa parte attrice incombente. Sulla base di tali motivi, chiedeva il rigetto della domanda di restituzione, così come di quella di risarcimento del danno, della cui esistenza alcuna prova era stata fornita.

La causa, istruita con le produzioni documentali effettuate dalle parti, con ordine di esibizione e con il deposito di note illustrative, veniva riservata per la decisione all’udienza del 10.12.2009 sulle richiamate conclusioni, previo deposito di note conclusionali.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Cominciando con l’esaminare le eccezioni preliminari avanzate dalla convenuta società e partendo da quella riferita alla parziale prescrizione della pretesa fatta valere da parte attrice, si osserva che quest’ultima ha provveduto ad allegare nel proprio fascicolo di parte la copia della richiesta di rimborso delle spese riferite ai costi di ricarica inviata con raccomandata a.r. in data 25.05.2007, ricevuta in data 28.05.2007, ragion per cui non possono essere prese in considerazione richieste risalenti a data anteriore al 28.05.1997, per l’intervenuta prescrizione.

Quanto, poi, all’eccezione preliminare con la quale la Vodafone denuncia l’improcedibilità della domanda a causa del mancato esperimento dell’obbligatorio tentativo di conciliazione, reso obbligatorio con la L. 249/97 e con le delibere dell’AGCOM n° 182/02/Cons e n° 173/07/Cons, si osserva ancora che, sempre nel fascicolo di parte attrice, è presente l’attestazione rilasciata dal Co.Re.Com. di Reggio Calabria, avente ad oggetto il regolare esperimento del tentativo di conciliazione riferito alla vertenza di cui ci stiamo occupando.

Ciò posto e sempre in merito alle due suddette eccezioni preliminari, si ritiene comunque opportuno osservare che non corrisponde al vero che essa società non fosse in grado di conoscere dell’esistenza dell’atto interruttivo della prescrizione e del tentativo di conciliazione, poiché i due suddetti atti sono stati ad essa società indirizzati e dalla stessa società regolarmente ricevuti.

Passando ora ad analizzare il merito della controversia, si osserva che il ricorso all’azione disciplinata dall’art. 2041 c.c., invocato in via subordinata da parte attrice, si manifesta effettivamente inammissibile; -l'azione di arricchimento senza causa di cui all'art. 2041 cc non può essere confusa con la domanda di ripetizione dei pagamenti indebitamente eseguiti di cui all'art. 2033 cc, giacché si tratta di due domande aventi causa petendi radicalmente distinta: nel primo caso, il depauperamento si verifica quale effetto diretto dell'altrui arricchimento, non giustificato, in assenza di altra azione giuridica comunque esperibile per il riequilibrio di tale spostamento patrimoniale ingiustificato; nel secondo caso, invece, a fronte di un pagamento non dovuto, il solvens pone rimedio ad un depauperamento che è l'effetto di un proprio comportamento –(il pagamento appunto)- di cui si lamenta l'assenza di causa obiettiva, cioè il fatto che il movimento di denaro non aveva giustificazione alcuna.

Per gli stessi motivi appena richiamati, però, ammissibile appare invece il ricorso all’azione di indebito oggettivo di cui all’art. 2033 c.c., non sorgendo dubbio alcuno sul fatto che tra le parti intercorresse un rapporto obbligatorio, come d’altra parte la stessa Vodafone riconosce ammettendo esplicitamente l’esistenza di un contratto di somministrazione di servizio telefonico avente efficacia obbligatoria tra le parti (pag. 5 comparsa di costituzione e di risposta) e affermando di non contestare il fatto che parte attrice fosse titolare di scheda telefonica ricaricabile da essa Vodafone venduta (pag. 14 della citata comparsa e 10 delle note autorizzate depositate il 13.06.2008).

Accertata dunque l’utilizzabilità astratta del rimedio dell’azione di indebito oggettivo, bisogna ora analizzare la domanda per verificare l’esistenza, nel caso che ci occupa, dei presupposti per l’accoglimento della domanda stessa; -appare opportuno ricordare che la questione riguardante il tema della rilevanza o meno dell’errore del solvens ai fini dell’esperibilità dell’azione di ripetizione, è stata definitivamente superata con l’entrata in vigore dell’attuale codice civile che, tenendo distinti l’indebito soggettivo e l’indebito oggettivo, riconosce, riguardo a quest’ultimo, il diritto di ripetizione di quanto prestato a chi ha effettuato un pagamento non dovuto, senza fare alcun riferimento al requisito dell’errore del solvens, ne’ alla sua scusabilità.

Ciò posto va osservato che, per come pure ripetutamente affermato dalla Corte di Cassazione, in materia di ripetizione di indebito oggettivo incombe sull’attore l’onere di dimostrare i fatti costitutivi del preteso diritto alla restituzione di quanto prestato, vale a dire l’avvenuto pagamento e la originaria o sopravvenuta mancanza del titolo giuridico idoneo a giustificare la domanda.

L’esistenza del rapporto giuridico, conseguentemente all’esistenza del quale parte attrice avrebbe effettuato il pagamento, non viene in contestazione, per come pure già prima spiegato, avendo l’attore introitato la domanda sul presupposto dell’esistenza del rapporto con Vodafone e non avendo quest’ultima, da parte sua, smentito la circostanza ed anzi, come sopra sottolineato, avendola esplicitamente riconosciuta.

La convenuta, però, si difende affermando che parte attrice non si è preoccupata di fornire alcuna prova ne’ in ordine all’effettivo avvenuto pagamento dei costi di ricarica e ne’ in ordine all’importo totale a tale titolo corrisposto, denunciando anzi che la richiesta di esibizione ex art. 210 c.p.c. avanzata dalla controparte si sostanzi nel tentativo di invertire l’onere della prova.

Ma tale deduzione difensiva non pare a questo giudice condivisibile, ciò in ragione del fatto che l’art. 2697 c.c., distinguendo i fatti costitutivi da un lato ed i fatti estintivi ed impeditivi dall’altro, fissa soltanto un criterio di distribuzione dei fatti da provare tra le parti processuali, ma non è idoneo a stabilire, nel caso singolo, se un dato elemento della fattispecie deve essere provato e da chi. Spetta infatti alle norme di diritto sostanziale individuare i fatti (costitutivi) da provare nell’ambito di una determinata fattispecie.

Ed in proposito appare applicabile nella fattispecie di cui ci stiamo occupando pure il principio della “vicinanza della prova” o della “riferibilità della prova”, cioè quel principio di elaborazione giurisprudenziale che, per questioni di giustizia sostanziale, ha introdotto un temperamento alla regola stabilita dall’art. 2697 c.c., al fine di rendere possibile, per la parte che si trovi in uno stato di oggettiva disparità rispetto all’altra, far valere i propri diritti, consistente nella valutazione da parte del giudice dell’effettiva possibilità, per l’una o per l’altra parte, di adempiere al proprio onere probatorio.

Secondo tale principio, l’onere della prova deve essere ripartito, oltrechè secondo la descrizione legislativa della fattispecie sostanziale controversa con l’indicazione dei fatti costitutivi e di quelli estintivi o impeditivi del diritto, anche secondo il principio della riferibilità, o vicinanza, o disponibilità del mezzo; principio riconducibile all’art. 24 Cost., che connette al diritto di azione in giudizio il divieto di interpretare la legge rendendone impossibile o troppo difficile l’esercizio.

E nel caso che ci occupa appare difficilmente sostenibile affermare che l’utente della linea telefonica mobile con scheda prepagata sia nella effettiva possibilità di adempiere al proprio onere probatorio, in quanto questi avrebbe dovuto conservare negli anni la prova delle ricariche effettuate; - ma, soprattutto, si noti che la modalità di ricarica di gran lunga più utilizzata dagli utenti, quantomeno fino a qualche anno fa, è (ed era) costituita dall’acquisto di una ricarica presso un rivenditore a ciò autorizzato, ma tale ricarica non ha (e non aveva) alcun riferimento con il numero da ricaricare, dovendosi soltanto digitare sulla tastiera del telefonino il codice segreto dopo aver grattato con una monetina sulla striscia che nasconde il codice stesso: tale tipo di ricarica, cioè, non è riferita ad una singola utenza e la sua esibizione in giudizio non darebbe alcuna garanzia che quella ricarica non sia stata utilizzata per ricaricare una scheda telefonica diversa da quella dell’attore; -con la conseguenza che la sua esibizione non costituirebbe una valida prova, divenendo perciò in tali casi (cioè utilizzando tale modalità di ricarica) estremamente difficile provare l’effettuazione della ricarica per quella specifica scheda telefonica; -anzi, a ben vedere, rendendo impossibile fornire la prova che quella ricarica sia riferita a quel numero telefonico.

Per tali motivi, si è ritenuto di accogliere la richiesta attorea di ordine di esibizione alla convenuta società, ex art. 210 c.p.c., della documentazione fiscale e contabile relativa alla spesa telefonica sostenuta da parte attrice, con specifico dettaglio sia di quanto pagato a titolo di costo per chiamate e sia, soprattutto, di quanto invece pagato a titolo di costo di ricarica.

La Vodafone, però, ha ritenuto di non prestare adempimento all’ordinata esibizione, rifugiandosi dietro ad argomentazioni secondo le quali essa società non avrebbe avuto l’obbligo di conservare i dati richiesti per oltre sei mesi dalla loro formazione, così come sarebbe stato disposto dalla delibera del Garante della Privacy datata 17 gennaio 2008.

Ma appare in maniera del tutto evidente l’infondatezza della su riassunta argomentazione, riferendosi chiaramente la citata delibera del Garante ai dati relativi al traffico (numeri chiamati e numeri dai quali si ricevono chiamate), esistendo invece l’obbligo della conservazione delle scritture contabili per un periodo di dieci anni dalla data dell’ultima registrazione, come disposto dall’art. 2220 c.c..

Così come non seriamente sostenibile appare l’argomentazione secondo cui essa società convenuta avrebbe avuto difficoltà a risalire ai tipi di contratto ed altre informazioni riguardanti un preciso numero di telefono, essendo nella conoscenza di tutti e fatto notorio di come i gestori telefonici possano conoscere ogni dettaglio di un numero telefonico.

Ma, ferma restando la validità assorbente di quanto appena detto, si osserva che la prova della non veridicità di quanto argomentato dalla Vodafone, infine, è rimasta definitivamente accertata in seguito all’esibizione di parte attrice di una comunicazione inviata dalla Vodafone ad un suo cliente con la quale, senza difficoltà alcuna, viene fornito un elenco delle spese e dei costi di ricarica della relativa utenza riferita ad un arco temporale di diversi anni prima.

Da quanto finora esposto, è evidente che dal comportamento processuale mantenuto dalla convenuta Vodafone, che si è rifiutata sulla base di infondate argomentazioni di adempiere all’ordine di esibizione, possano desumersi argomenti di prova ex art. 116 secondo comma c.p.c..

Ne’ condivisibili appaiono le osservazioni della convenuta società riferite alla mancata individuazione e mancata prova in ordine all’importo esatto della cifra richiesta a titolo di rimborso delle spese di ricarica, indicata invece in maniera forfetaria da parte attrice che ne richiede una liquidazione equitativa, argomentazione con la quale la società convenuta afferma che il quantum debba essere rigidamente provato.

Sulla liquidazione equitativa può essere utile rammentare la differenza - ribadita in più occasioni dalla Cassazione- con la decisione della causa secondo equità: "il potere di emettere una decisione secondo equità, previsto dall’art. 114 c.p.c., si distingue dal potere di liquidare in via equitativa il danno a norma dell’art.1226 c.c., in quanto mentre il primo presuppone l’istanza delle parti ed importa la decisione della lite prescindendo dallo stesso diritto, il secondo autorizza, invece, il ricorso - anche d’ufficio - a criteri equitativi per supplire all’impossibilità della prova del danno risarcibile nel suo preciso ammontare" (Cass. 18.02.95 n. 1799, Cass., Sez. III, 11.11.2005, n. 22895).

Tale principio è pacificamente applicato dal giudice ordinario, che ha più volte evidenziato che al criterio di determinazione equitativa del quantum ex art. 1226 c.c. è consentito ricorrere in presenza di una impossibilità, o motivata grande difficoltà, di procedere alla sua esatta quantificazione, non già per supplire al mancato assolvimento dell’onere della prova posto a carico dell’attore.

E della impossibilità o della motivata grande difficoltà di procedere, nel caso che ci occupa, alla esatta quantificazione si richiama quanto detto prima in proposito, ove si è spiegato che nella maggior parte dei casi di ricarica risulta addirittura impossibile fornire la prova della sua reale effettuazione.

Ciò posto e passando, infine, ad analizzare la fondatezza della domanda di ripetizione, deve in primo luogo richiamarsi l’indagine esperita dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, congiuntamente con l’Autorità Garante delle Comunicazione, che ha accertato con sicurezza l’illegittimità della condotta posta in essere dagli operatori di telefonia mobile in Italia dove, a differenza di quanto facevano gli stessi operatori in altri paesi europei, si pretendeva il pagamento del cd. “costi di ricarica”.

La su richiamata indagine ha accertato che il suddetto contributo di ricarica non costituiva ne’ un corrispettivo per le spese sostenute a fronte del servizio di ricarica e ne’ una forma di remunerazione per un servizio aggiuntivo.

Appare evidente, dinanzi a tale accertato stato di fatto, la violazione dei principi di lealtà, correttezza e buona fede contrattuale nei rapporti concernenti la fornitura di beni e servizi ai consumatori .

In proposito la società convenuta afferma che, nel prevedere la clausola oggetto del contendere, essa società non abbia fatto altro che usufruire del principio di autonomia contrattuale di cui all’art. 1322 c.c., a mente del quale le parti possono determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge.

Ma, poiché è rimasto accertato che con l’imposizione del contributo di ricarica, agli utenti veniva imposto un costo cui non corrispondeva la prestazione di un effettivo servizio (o quantomeno non vi corrispondeva per intero), risulta di tutta evidenza che la clausola di cui trattasi abbia sconfinato ben oltre i limiti imposti dalla legge all’autonomia contrattuale.

Ed infatti, anche se la più volte richiamata indagine ha riconosciuto che il costo di ricarica potesse essere parzialmente giustificato, ha però chiaramente accertato e stabilito che l’imposizione di quel prezzo non potesse affatto essere interamente riferito alla copertura di un costo, rappresentando in parte, invece, fonte di ulteriori profitti per le compagnie telefoniche.

La clausola, dunque, per quanto appena detto, si configura come clausola vessatoria poiché imponeva il pagamento di un costo cui non corrispondeva alcun servizio (o vi corrispondeva solo parzialmente), così determinando uno svantaggio a carico del consumatore che si vedeva così costretto a pagare in spregio al divieto di imporre prezzi di acquisto o altre condizioni contrattuali gravose, ciò anche in violazione dell’art. 3, comma 1 lettera a), della legge n° 287/90.

In ragione di quanto sopra detto e stabilito che la clausola concretizza una clausola vessatoria, ne consegue che, in mancanza di sua specifica accettazione e sottoscrizione, la stessa ai sensi dell’art. 1469 quinquies c.c. deve ritenersi inefficace, rappresentando perciò il pagamento effettuato da parte attrice a titolo di “costi di ricarica” un pagamento non dovuto, perciò concretizzando un indebito.

Per quanto riguarda il quantum dell’indebito e richiamando quanto prima lungamente argomentato in ordine alla possibilità di fare ricorso alla valutazione equitatitiva ex art. 1226 c.c. nei casi in cui, come nella fattispecie che ci occupa, debba supplirsi alla impossibilità o alla motivata grande difficoltà della prova del quantum nel suo preciso ammontare, si ritiene di poter procedere alla liquidazione equitativa in favore di parte attrice della complessiva somma di € 257.40.

Ciò in quanto nella più volte richiamata indagine espletata dall’AGCM e dall’AGCOM nel novembre 2006 è risultato che l’onere a carico del consumatore ha assunto un valore medio di circa 2.20 euro per ogni ricarica; -ragion per cui ritenendosi che, mediamente, possa essere stata effettuata una ricarica al mese e moltiplicando la suddetta cifra di € 2.20 per 117 mesi (pari al numero di mesi intercorsi a partire dal mese di giugno compreso dell’anno 1997 fino al mese di febbraio compreso dell’anno 2007), si arriva alla suindicata somma di € 257.40.

Per i motivi esposti, la convenuta Vodafone Omnitel N.V. è dunque tenuta al rimborso in favore di parte attrice di quanto indebitamente ricevuto a titolo di contributo di ricarica della su indicata somma, oltre interessi legali dalla domanda al soddisfo.

Deve rigettarsi, invece, la domanda attorea nella parte in cui viene richiesto il risarcimento dei danni subiti, poiché degli stessi non è stata provata l’esistenza.

In ultimo, le spese di lite seguono la soccombenza e vanno poste a carico della convenuta società per come liquidate in dispositivo, tenuto conto del valore della causa e dell’attività svolta.

P.Q.M.

il Giudice di Pace di Tropea, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta dal sig. *********** nei confronti della Vodafone Omnitel N.V., in persona del suo legale rappresentante pro tempore, con atto di citazione del 24 gennaio 2008, notificato in data 30 gennaio 2008, ogni diversa istanza, eccezione e difesa disattesa, così provvede:

-1) accoglie la domanda di indebito oggettivo e per l’effetto condanna la convenuta società alla restituzione in favore di parte attrice della somma di € 257.40, come determinata in motivazione, oltre interessi legali dalla domanda all’effettivo soddisfo; -2) condanna altresì la convenuta società al pagamento delle spese e competenze del giudizio, che vengono liquidate in complessivi € 438.00, di cui € 38.00 per spese, € 280.00 per diritti ed € 120.00 per onorario, oltre IVA, CAP e spese generali come per legge, con distrazione delle stesse in favore del procuratore costituito che ne ha fatto regolare richiesta ex art. 93 c.p.c..

Tropea lì 23 luglio 2010

- Il Giudice di Pace -

- avv. Nicola De Blasi -



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