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Cassazione III civile del 7 maggio - 29 settembre 2009, n. 20806


Salute · responsabilita' · medico · consenso informato · diagnosi · errata · rischi

"Ne consegue che la Corte di merito, avendo dedotto l'osservanza del Dott. P. di informare il C. in relazione ai rischi sia del programmato intervento di cataratta, sia delle manovre resesi necessarie in conseguenza delle prime complicanze intraoperatorie dallo stesso diagnosticate dalla circostanza che il predetto oculista, verificatasi la prima emorragia, comunicò che non poteva terminare l'intervento di cataratta, ma che era proseguibile di lì a qualche giorno, ha violato il principio secondo il quale sussiste la responsabilità del medico per violazione dell'obbligo contrattuale di porre il paziente nella condizione di esprimere un valido ed effettivo consenso informato in tutte le fasi operative (Cass. 364/1997, cit., 24742/2007)."

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(Presidente Petti - Relatore Chiarini)

Svolgimento del processo

Con citazione del 21 settembre 1995 C. C., ingegnere, conveniva dinanzi al Tribunale di Bologna A. P. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni - che quantificava in lire un miliardo e cento milioni - per la quasi totale perdita della vista in conseguenza del duplice intervento chirurgico di cataratta subito all'età di sessantasei anni, sull'occhio destro, eseguito dal convenuto il omissis.

Deduceva l'attore: 1) si era sottoposto a ripetute visite ed il Dott. P. gli aveva assicurato il buon esito dell'operazione, definita di routine, poiché l’occhio era sano e le sue condizioni generali buone; 2) il omissis, in anestesia totale, mentre il predetto dottore eseguiva l'intervento si era verificata, secondo la diagnosi dello stesso “un'emorragia ciliare e la rottura capsulare posteriore, con caduta di frammenti, nucleari in camera vitrea”; 3) eseguita pertanto dal Dott. P. una vitrectomia anteriore era costretto, a causa dell'emorragia, a sospendere l'intervento, come comunicava all'attore, ancora non del tutto ripresosi dall'anestesia, informandolo altresì che era necessario un secondo intervento di cui assicurava l'esito positivo, senza accennare alla gravità delle complicanze già verificatesi; 4) dopo quattro giorni eseguiva il secondo intervento che non riusciva a portare a termine a causa di un'altra emorragia e solo allora consigliava il paziente di recarsi con urgenza a omissis, dal prof. L. per “intervento urgente di vitrectomia in centro di altissima specializzazione”, ma questi concludeva che ormai l’occhio era irrimediabilmente compromesso, come confermato successivamente dal prof. D. M..

Il convenuto contestava la responsabilità, deducendo che l’attore doveva rigorosamente provare il danno.

Il Tribunale accoglieva parzialmente la domanda ritenendo: a) il C. all'udienza di precisazione delle conclusioni, aveva chiesto la condanna del P. anche per violazione degli obblighi di informazione, ma non perciò aveva modificato la domanda originaria perché la pretesa risarcitoria sin dall'atto di citazione si fondava, nell'inequivocabile contesto, anche sull'asserita mancanza di idonea informazione sui possibili rischi del doppio intervento ed in particolare del secondo, in relazione al quale il C., se adeguatamente informato, avrebbe potuto rivolgersi ad altro specialista; b) pur essendo obbligazioni di mezzi quelle inerenti all'attività professionale, in particolare iatrogena, in relazione alle quali rilevano un grado di diligenza specifico per l'attività esercitata - art. 1176, secondo comma, c.c. - e l'esclusione della responsabilità in fattispecie di particolare difficoltà, in assenza di dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.), tuttavia il P., come era provato, si era assunto l'obbligo del risultato avendo garantito il positivo esito dell'operazione, rappresentata come di semplice routine; c) peraltro mancava qualsiasi responsabilità, anche, sotto il profilo del mancato raggiungimento del risultato promesso, avendo le consulenze di ufficio concordato nel ritenere la mancanza di colpa, anche lieve, nella esecuzione del duplice intervento; d) infatti secondo le relazioni peritali l'intervento di cataratta, non implicante problemi di particolare difficoltà, era necessario, ed in mancanza di patologie del paziente, sottoposto ad anestesia generale, non poteva supporsi il pericolo - di percentuale dallo 0,1% al 2% - della emorragia espulsiva verificatasi, di origine sconosciuta; e) l'interruzione del primo intervento ed i tempi e modi di esecuzione del secondo - qualificato di particolare difficoltà dagli stessi C.T.U. - erano tecnicamente corretti; f) il P. però non aveva adempiuto all'obbligo di informare il paziente delle eventuali complicanze, essendogli anzi stata assicurata la mancanza di qualsiasi rischio, né il contrario provava la testimonianza del medico C. perché non aveva partecipato alla visita e al colloquio tra il paziente ed il P., essendosi limitato ad una visita successiva, e comunque aveva attestato esser stata fornita un'informazione generale ed astratta, perciò inidonea ad assolvere all'obbligo di un esauriente adempimento dell'obbligo di informativa del paziente; g) nemmeno per il secondo intervento il P. aveva adempiuto all'obbligo dell'informazione perché il C. era da poco uscito dall'anestesia e perciò non in era grado di recepire pienamente le informazioni fornitegli e comunque il secondo intervento era stato, secondo i C.T.U., conseguenza necessaria del primo, e pertanto l'obbligo di informativa in relazione a questo secondo intervento doveva esser collegato al primo.

Con sentenza del 20 luglio 2004 la Corte di appello di Bologna accogliendo il gravame del P. sulla sua responsabilità per violazione dell'obbligo del consenso informato, respingeva l’appello incidentale del C. sulle seguenti considerazioni: 1) il C.T.P. di parte attrice, pur avendo ritenuto che l’emorragia ciliare poteva aver cagionato una lesione destinata a risolversi naturalmente, non aveva evidenziato errori del P. durante il primo intervento operatorio, né errori erano evidenziati dall'esame delle cartelle cliniche avendo anzi i C.T.U. concordato sulla necessità di interrompere il primo intervento; 2) secondo gli stessi anche il secondo intervento era necessario per evitare una compromissione irreversibile della vista; 3) le conseguenze più devastanti, dovute alla emorragia espulsiva, non si erano verificate durante il primo intervento - e per questo era stata ritenuta l'emorragia ciliare - perché era stato prontamente interrotto; 4) l'emorragia espulsiva è eccezionale e quindi non preventivamente diagnosticabile, tanto più per le condizioni generali buone del paziente, sottoposto ad anestesia generale; 5) la mancanza di un errore diagnostico o tecnico esclude l'incompetenza del P., che anzi si era consultato con un altro medico; 6) le ampie lacerazioni retiniche riscontrate dal prof. D. M. nel suo intervento di vitrectomia, secondo i C.T.U. erano dipendenti non già dall'intervento di vitrectomia eseguito dal P. il omissis, ma più verosimilmente da un infarcimento ematico avvenuto tra coroide e retina, in conseguenza di un'emorragia espulsiva recidivata dal primo intervento, e non già dovuta alla rottura di un vaso retinico cagionata dalla manipolazione endoculare degli strumenti chirurgici adoperati dal P. nel secondo intervento per eliminare le masse catarrose residue, come invece ritenuto dal C.T. P. del C., che però non ha controdedotto al riguardo; 7) secondo i C.T.U. la lacerazione ed il successivo distacco retinico era dipeso dalla formazione di membrane cicatriziali epiretiniche, naturali dopo l'emorragia; 8) quindi l'appello incidentale per imprudenza ed imperizia del P. doveva esser respinto; 9) era da respingere anche l'appello principale di costui per mancanza di mutatio o emendatio libelli da parte del C. in relazione alla domanda risarcitoria per violazione dell'obbligo del consenso informato perché nell'atto di citazione erano stati riferiti più episodi correlati a tale violazione in relazione alla quale era stata articolata anche prova testimoniale; 10) invece era da accogliere l'appello del P. sulla mancata prova di informazione del paziente, perché secondo il teste C. il P. aveva informato il C. sulle percentuali di rischio del secondo intervento ed è irragionevole ritenere che: non si sia comportato allo stesso modo per il primo intervento e quindi la non concordanza tra i testi di parte attrice e quelli di parte convenuta doveva esser valutata a sfavore della parte onerata della relativa prova, e cioè della parte attrice; 11) l'obbligo di informativa del paziente era limitato ai rischi prevedibili, dovendosi evitare che il paziente, ingiustificatamente allarmato, eviti di sottoporsi anche ad un banale intervento e per l'impossibilità di elencare anche le conseguenze remote ed imprevedibili, come nella fattispecie la patologia verificatasi.

Ricorre per cassazione in via principale C. C. cui resiste A. P. che ha altresì proposto ricorso incidentale e depositato memoria.

Motivi della decisione

1. - I ricorsi devono esser riuniti ai sensi dell'art. 335 cod. proc. civ.

2.1 - Con il primo motivo il ricorrente principale deduce: “Violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2230, 2236, 1176 e 1218 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.”.

Il Dott. P., come evidenziato nei gradi di merito, ha diagnosticato un'emorragia ciliare durante il primo intervento, ed un'emorragia retinica durante il secondo intervento e se perciò la seconda emorragia è diversa dalla prima, bisogna trovarne le cause, che secondo il C.T.P. sono state le manovre incongrue del P. nel corso del secondo intervento atteso che l’emorragia ciliare si risolve con la restitutio in integrum e che se il sangue sovracoroidale avesse provocato la rottura spontanea della retina per degenerazione, il P. all'inizio del secondo intervento lo avrebbe trovato in camera vitrea, mentre il sanguinamento è stato successivo, e quindi di natura iatrogena, ed infatti il prof. D. M. ha riscontrato un'ampia lacerazione retinica che poteva esser stata cagionata soltanto da errate manovre di inesperto in operazioni vitreoretiniche. Ma su questo punto la Corte di merito nulla ha argomentato e il collegio peritale si è limitato ad affermare che “dopo il primo intervento la probabilità di una recidiva era più elevata” senza rispondere ai quesiti posti ai C.T.U.: se il P. aveva adeguata competenza tecnica per il primo e per il secondo intervento, tenuto conto anche delle conseguenze del primo; se il secondo intervento poteva esser eseguito a distanza di pochi giorni dal primo; se erano state poste in essere le cautele atte ad evitare le complicanze verificatesi; se erano evitabili e prevedibili le complicanze del secondo intervento; quali cause avevano determinato la seconda emorragia.

Il collegio peritale ha evidenziato che dopo un prima emorragia la seconda ha elevate possibilità di verificarsi, ma non ha indicato quali precauzioni sono state adottate dal P. per evitarla, e se egli poteva effettuare il secondo intervento di vitrectomia posteriore per asportare i frammenti di cristallino in camera vitrea o invece avrebbe dovuto subito inviare il paziente da specialisti esperti del segmento posteriore. A tali interrogativi la Corte non ha risposto e neppure ha esaminato il contrasto tra la diagnosi effettuata dal P. - secondo cui la prima emorragia era ciliare e la seconda retinica - e quella dei C.T.U., secondo cui l'emorragia era espulsiva fin dalla sua prima insorgenza e le conseguenze derivate dalla diversa diagnosi, perché delle due l'una: o la diagnosi dei C.T.U. è errata e quindi lo sono anche le loro conclusioni, accolte dai giudici di merito; o la diagnosi del Dott. P. è errata e allora alla luce di tale errore va valutata la sua competenza tecnica e la sua diligenza nell'esecuzione degli interventi, in particolare del secondo affrontato senza conoscere la natura dell'emorragia, e su tali rilievi manca la motivazione, tanto più che è passato in giudicato l'accertamento dell'obbligazione di risultato assunta dal P., con il suo conseguente onere di dimostrare, in relazione alla complicazione insorta, che la prestazione professionale è stata eseguita con la diligenza richiesta. Quindi è da presumere che dell'esito del primo intervento è responsabile il P. che poi lo ha aggravato intervenendo nuovamente in una situazione delicatissima per cui non aveva la competenza.

2.2 - La censura è fondata.

Ribadito infatti che se la prestazione professionale è di routine spetta al professionista superare la presunzione che le complicanze sono state determinate da omessa o insufficiente diligenza professionale, o da imperizia, o da inesperienza o inabilità dimostrando che invece sono sorte a causa di un evento imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico - scientifiche del momento (Cass. 2042/2005, 24791/2008, 975/2009), la sentenza impugnata, nell'escludere qualsiasi responsabilità del Dott. P. nella perdita totale della funzionalità dell'occhio conseguita all'intervento di cataratta da egli eseguito sul C., in buone condizioni di salute e con occhi sani, ha violato tale principio. Ed infatti mentre da un lato i giudici di appello, nel riassumere l’esecuzione del primo intervento, mettono in luce che durante lo stesso si sono verificate le prime complicanze intraoperatorie, secondo la diagnosi dello stesso Dott. P., e cioè la rottura capsulare posteriore e la caduta di frammenti in camera vitrea, non specificano però, alla luce dell'istruttoria svolta e dei pareri tecnici acquisiti, né se questa conseguenza è stata cagionata dalla tecnica chirurgica adoperata ovvero da imperizia o inabilità del chirurgo, stanti le predette condizioni di buona salute del paziente non in età avanzata, ovvero da una causa inevitabile con la diligenza professionale del caso perché, avuto riguardo all'epoca dell’intervento, anomala ed imprevedibile; né se il Dott. P., nell'eseguire la conseguente vitrectomia anteriore per rimuovere le parti di nucleo cadute in camera vitrea, ha valutato con scrupolo e prudenza la propria adeguatezza professionale; né i giudici di appello indicano se era urgente porvi rimedio; né se le modalità tecniche scelte e la loro concreta esecuzione escludono l'imperizia e/o l'inesperienza del P., e che il relativo trattamento abbia avuto incidenza causale sull'emorragia sopravvenuta; né le ragioni per le quali il P. ha diagnosticato, erroneamente secondo la sentenza impugnata, l'emorragia come ciliare anziché espulsiva; né le conseguenze di questo primo errore di diagnosi sulla successiva procedura operatoria intrapresa.

2.3 - Quanto poi al secondo intervento per completare l'operazione di cataratta, secondo le accertate informazioni rese dal P., la Corte di merito esclude anche per esso l'imprudenza, la negligenza e l'imperizia dell'operatore senza accertare né se vi sia stata colpevolezza nell'errore di diagnosi sulla natura della prima emorragia, pur avendo influito, secondo quanto emerge dalla sentenza impugnata, sia sull'intervallo di tempo atteso - quattro giorni - per proseguire; sia sulle cure nel frattempo somministrate; sia sulle cautele adottate; né se il predetto specialista aveva la perizia e l'esperienza necessaria per eseguire la vitrectomia posteriore - intervento definito di “particolare difficoltà” - e senza neppure indicarne l'urgenza prima della seconda emorragia (anch'essa erroneamente diagnosticata, ma senza che i giudici di appello indichino se tale errore di diagnosi ha avuto influenza sull'eventuale non interruzione immediata del secondo intervento, anche in considerazione della piena restitutio in integrum che l’emorragia ciliare, a differenza dell'espulsiva determina) al cui verificarsi soltanto il Dott. P. inviò il paziente in un centro di alta specializzazione.

Pertanto il motivo va accolto.

3. - Va preliminarmente esaminato il ricorso incidentale di A. P. con cui deduce: “Violazione e falsa applicazione degli artt. 163 n. 3 e 4 e 112 c.p.c. nonché degli artt. 180 e 183 c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.”.

Il C. ha convenuto il P. con semplici allegazioni di fatto limitando le conclusioni alla responsabilità per esecuzione dei due interventi senza richiesta alcuna di condanna del convenuto al risarcimento dei danni per non averlo informato dei rischi dell'intervento ed è indubbio che il giudice non può creare una domanda non proposta e la domanda di responsabilità per negligenza ed imperizia è diversa da quella per mancata informazione del paziente, e a norma degli artt. 180 e 183 sono inammissibili sia la mutatio, sia l'emendatio libelli.

Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente che denunzi un'errata interpretazione della domanda da parte del giudice di merito - che deve essere considerata non solo nella sua formulazione letterale, ma anche, e soprattutto, nel suo contenuto sostanziale, con riguardo alle finalità che la parte intende perseguire e tenendo conto dell'insieme delle deduzioni e delle tesi svolte - deve specificare i singoli canoni ermeneutici in concreto violati, altrimenti risolvendosi la censura nella mera contrapposizione di una interpretazione diversa da quella impugnata, e perciò deve correlare il vizio logico - giuridico lamentato al contenuto - da trascrivere - della domanda.

Le ragioni per le quali anche i giudici di appello hanno ritenuto ammissibile la domanda del C. di risarcimento del danno per violazione dell'obbligo da parte del P. di informarlo dei rischi e delle complicanze che l'intervento di cataratta poteva implicare sono state riassunte al punto 9) della narrativa.

A tali argomentazioni non vi è nessuna deduzione, ma soltanto la reiterazione delle doglianze nei gradi precedenti espresse.

Pertanto il motivo è inammissibile.

4. - Passando ora all'esame del secondo motivo il ricorrente principale deduce: “Violazione e falsa applicazione delle norme sul consenso informato nel codice deontologico, degli art. 13 e 32 secondo comma della Costituzione, degli artt. 1218 c.c., 1176 e 2697 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.”.

Il C. aveva dichiarato che le informazioni date al paziente erano generali ed astratte ed invece in modo tautologico la Corte di merito ha dedotto l'adempimento dell'obbligo del P. di informare il paziente dei rischi del primo intervento in base alla circostanza che egli lo aveva informato su quelli del secondo intervento - informazione peraltro su generici rischi rappresentati alla moglie e alla cugina del C., ma senza informarle del rischio di perdere l'occhio - mentre ogni intervento è a sé poiché il consenso del paziente non è presunto e deve esser manifestato previa completa informazione diretta, e gli stessi periti hanno evidenziato che la probabilità della recidiva dell'emorragia era alta e che le prospettive terapeutiche erano ridotte, il che conferma la necessità di non perdere quattro giorni e di inviare il paziente subito un centro di alta specializzazione. Inoltre: l'obbligo di rendere edotto il paziente anche di rischi minimi sussiste se è in gioco un bene delicatissimo, come la vista, e l'onere di provarne l'adempimento spetta al medico.

4.1 - Il motivo è fondato.

Il consenso informato, espressione del diritto personalissimo, di rilevanza costituzionale, all'autodeterminazione terapeutica, è un obbligo contrattuale del medico perché è funzionale al corretto adempimento della prestazione professionale, pur essendo autonomo da esso.

Nel caso di specie i giudici di primo grado hanno accertato che il Dott. P. aveva garantito al C. il positivo esito dell'intervento - tanto che il Tribunale ha ritenuto che l'obbligazione assunta è stata di risultato - non soltanto perché di routine, ma anche perché il paziente era in buone condizioni di salute, aveva sessantasei anni, e gli occhi erano sani. Quindi nessun rischio di esito negativo era stato prospettato e questo è il consenso prestato dal C., con la conseguenza che, al fine di valutare se il predetto obbligo è stato correttamente adempiuto, i giudici di appello hanno omesso di accertare se, avuto riguardo alle conoscenze scientifiche di quel momento, non era prevedibile, neppure come rischio ridotto, ma incidente gravemente sulle ulteriori complicanze (Cass. 364/1997), la rottura della capsula posteriore quale complicanza delle manovre per eseguire l’intervento di cataratta, si da non poterne preventivamente informare il C. - tenuto conto anche alle sue condizioni personali, sociali, culturali - ed ottenere l’eventuale consenso anche al conseguente, successivo trattamento che si sarebbe reso necessario, con i relativi rischi.

Accertato poi dai giudici di merito che, verificatasi detta dislocazione di parti del nucleo all'interno della camera vitrea, il Dott. P. decise di eseguire una vitrectomia anteriore, cambiando di conseguenza la procedura operatoria, i giudici di appello hanno escluso la violazione dell'obbligo del consenso informato pur senza evidenziare alcuna necessità di procedere senza indugio e perciò senza poter attendere che il C. si risvegliasse dall'anestesia generale e potesse prestare il preventivo consenso, né specificare le ragioni per cui il Dott. P. non informò comunque la moglie ed i parenti dell'evento dannoso verificatosi e delle successive manovre tecniche che si accingeva a praticare, diverse da quelle originariamente concordate.

Ne consegue che la Corte di merito, avendo dedotto l'osservanza del Dott. P. di informare il C. in relazione ai rischi sia del programmato intervento di cataratta, sia delle manovre resesi necessarie in conseguenza delle prime complicanze intraoperatorie dallo stesso diagnosticate dalla circostanza che il predetto oculista, verificatasi la prima emorragia, comunicò che non poteva terminare l'intervento di cataratta, ma che era proseguibile di lì a qualche giorno, ha violato il principio secondo il quale sussiste la responsabilità del medico per violazione dell'obbligo contrattuale di porre il paziente nella condizione di esprimere un valido ed effettivo consenso informato in tutte le fasi operative (Cass. 364/1997, cit., 24742/2007).

4.2 - In relazione poi al secondo intervento, intrapreso malgrado l'alta probabilità di recidiva dell'emorragia espulsiva - secondo i C.T.U., come evidenziato in sentenza - la Corte di merito ritiene assolto l'obbligo informativo del P., malgrado egli abbia, in conseguenza dell'erronea diagnosi della prima emorragia - ciliare anziché espulsiva - erroneamente rappresentato i rischi a cui avrebbe sottoposto il C. non informandolo dell'alta probabilità di recidiva dell'emorragia e delle scarse probabilità di riuscita dell'intervento stesso. Ne consegue che, essendo viziato il consenso ottenuto, era onere del P. provare l'incolpevole errore della diagnosi della prima emorragia, e altresì dimostrare di aver, pur in tale erroneo presupposto, informato il C. dell'intervento di particolare difficoltà (vitrectomia posteriore, non essendo riuscita quella anteriore) che si accingeva a praticare, in una condizione in cui, come messo in luce dalla sentenza impugnata, la estesa lacerazione ed il distacco di retina erano prevedibili poiché “le membrane cicatriziali epiretiniche determinate dalle complicazioni operatorie già verificatesi... sono condizioni patologiche naturali che... solitamente di per sé giustificano la lesione retinica” (pagg. 23 - 24 della sentenza impugnata), in modo da metterlo in condizioni di effettuare una scelta chirurgica consapevole anche in relazione all'operatore.

Quindi il motivo va accolto.

5. - Con il terzo motivo il ricorrente C. deduce: “Omesso esame di un punto decisivo della controversia in relazione al motivo n. 5 c.p.c.”.

La Corte non ha esaminato l'appello incidentale sull'errata liquidazione del danno ed ha erroneamente compensato le spese.

La prima e la seconda censura sono inammissibili.

5.1 - Una questione su cui non si è pronunciato il giudice di appello perché implicitamente decisa con la statuizione adottata non è esaminabile dalla cassazione e poiché la questione sulla valutazione del danno è logicamente successiva a quella sulla causa di esso, avendo i giudici di secondo grado rigettato l'appello del C. ed accolto quello del P. escludendo la responsabilità professionale di questi, implicitamente sono stati ritenuti assorbiti i motivi di appello del C. sulla valutazione del danno derivatogli. La relativa questione è pertanto deducibile davanti, al giudice di rinvio.

5.2 - La censura sulle spese è anch'essa inammissibile perché la caducazione, in sede di legittimità, della pronuncia nel merito del giudice di appello si estende alla statuizione relativa alle spese processuali, da regolamentare nuovamente da parte del giudice di rinvio, alla stregua dell'esito finale della lite.

6. - Concludendo va accolto il ricorso principale e va dichiarato inammissibile il ricorso incidentale.

La sentenza impugnata va conseguentemente cassata e la causa va rinviata per nuovo esame di merito in relazione ai principi di diritto e agli accertamenti di fatto, costituenti punti decisivi della controversia, innanzi evidenziati. Il giudice di rinvio designato nella Corte di appello di Firenze provvederà altresì a liquidare le spese, anche del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; dichiara inammissibile il ricorso incidentale e accoglie il ricorso principale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Firenze.



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