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Cassazione I Civile del17 ottobre – 6 dicembre 2012, n. 21988


Separazione · divorzio · assegno divorzile · mantenimento · mutuo · spese condominiali · manutenzione · immobili

"2. Con ricorso del 28 maggio 2007 C..D.V. ha chiesto il ripristino dell'assegno adducendo il peggioramento delle sue condizioni economiche (condizioni di salute, accresciuta difficoltà di reperire un'occupazione lavorativa, necessità di interventi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria nel fabbricato condominiale in cui è ubicata la sua abitazione cui aveva fatto fronte con un mutuo) e il miglioramento di quelle del B. (entrato finalmente in possesso di alcune proprietà ereditate in precedenza che aveva potuto cedere in locazione).

3. Il Tribunale di Belluno ha accolto parzialmente il ricorso e ha imposto al B. l'obbligo di versare un assegno mensile di 100 Euro a decorrere dall'agosto 2008 e con rivalutazione a partire dall'anno successivo."

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Presidente Fioretti – Relatore Piccininni

Svolgimento del processo

Con ricorso del 4.10.2005 G..F. sollecitava declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato con R..V. .

Pronunciato il divorzio dal Tribunale di Bolzano adito, il giudizio proseguiva con riferimento alla richiesta del riconoscimento di assegno di mantenimento avanzata dalla V. , richiesta che veniva accolta con la condanna del F. a corrispondere alla ex coniuge un assegno di mantenimento quantificato nella misura di Euro 1.200.

La decisione, impugnata dall'originario ricorrente, veniva parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, che riduceva l'importo dell'assegno di mantenimento a Euro 800 mensili, stabilendone la decorrenza a far tempo dal passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio, nonché il conguaglio con quanto la V. aveva ricevuto in più, per effetto dei maggiori versamenti effettuati dal F. , in adempimento degli obblighi originariamente posti a suo carico.

Avverso la detta sentenza V. proponeva ricorso per cassazione affidato a sei motivi (di cui il terzo articolato in due profili), cui resisteva F. con controricorso.

La controversia veniva quindi decisa all'esito dell'udienza pubblica del 17.10.2012.

Motivi della decisione

Con i motivi di impugnazione V. ha rispettivamente denunciato: 1) violazione dell'art. 5 l. 898/70 con riferimento alla misura dell'assegno divorzile, per la cui quantificazione a torto si sarebbe fatto esclusivo riferimento alla capacità reddituale attuale dell'obbligato;

2) vizio di motivazione in ordine alla detta quantificazione;

3) analogo vizio in relazione alla medesima statuizione, rispetto alla quale: a) non si sarebbe tenuto conto del patrimonio, e segnatamente del TFR; b) si era ritenuta non dimostrata la situazione patrimoniale;

4) vizio di motivazione laddove la Corte territoriale aveva assunto come importo di riferimento, ai fini della quantificazione dell'assegno di mantenimento,- il reddito netto anziché quello lordo;

5) Violazione di legge per aver la Corte di Appello pronunciato secondo equità;

6) vizio di motivazione sul punto relativo alla rivalutazione dell'assegno in questione, erroneamente calcolata sulla base degli indici ISTAT, anziché su quelli della provincia di Bolzano.

Il ricorso è infondato.

Ed infatti, per quanto concerne i primi cinque motivi di impugnazione la doglianza risulta sostanzialmente incentrata sulla pretesa erroneità della decisione, nella parte relativa alla quantificazione dell'assegno divorzile.

Tuttavia al riguardo va osservato che la Corte territoriale ha fornito l'indicazione del parametro adottato (commisurazione alla capacità reddituale dell'obbligato), il detto parametro non contrasta con la normativa vigente (segnatamente art. 570/898, che per l'appunto indica fra gli altri il reddito dei coniugi quale piattaforma di commisurazione per la determinazione dell'assegno in questione), sicché non è configurabile alcuna violazione di legge.

Inoltre il criterio adottato (un riconoscimento pari ad una somma compresa fra un terzo ed un quarto del reddito percepito dal F. ) è sufficientemente determinato ed è espressione di valutazione di merito (in tal senso, contrariamente a quanto sostenuto, va inteso il contestato riferimento all'equità da parte della Corte di Appello, che all'evidenza intendeva operare un bilanciamento fra le posizioni reddituali dei due coniugi), come tale non sindacabile in questa sede di legittimità.

Resta infine il sesto motivo di impugnazione, in relazione al quale è sufficiente rilevare che la rivalutazione del credito si determina sulla base degli indici ISTAT, che in quanto tali trovano applicazione su tutto il territorio nazionale (circostanza che rende inconsistente la doglianza prospettata sul punto) e che comunque, anche a voler ipoteticamente accedere alla tesi sostenuta dalla ricorrente, la pretesa residenza della V. nella provincia di Bolzano è semplicemente affermata, mentre un'eventuale delibazione al riguardo presupporrebbe accertamenti in fatto non compatibili con il giudizio di legittimità.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con condanna della ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 1.200, di cui Euro 1.000 per compenso, oltre agli accessori di legge.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 18 settembre – 6 dicembre 2012, n. 21979

Presidente Fioretti – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 27 - 30/3/2007, il Tribunale di Vicenza dichiarava la separazione personale dei coniugi Z.A. e G.G. ; dichiarava inammissibile la domanda riconvenzionale proposta dalla G. di addebito della separazione al marito e rigettava la sua domanda diretta ad ottenere un contributo per il mantenimento, a carico dello Z. .

La G. proponeva appello, con ricorso notificato in data 03/08/2007. Si costituiva la controparte, chiedendone il rigetto e la conferma della sentenza di primo grado.

Con sentenza in data 12/11/ - 25/01/2008, la Corte di Appello di Venezia, in parziale riforma della impugnata sentenza, condannava Z.A. a corrispondere alla G. assegno mensile di Euro 1.500,00.

Ricorre per cassazione lo Z. , sulla base di sei motivi.

Resiste con controricorso la G. .

Lo Z. ha depositato memoria per l'udienza.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente lamenta violazione degli artt. 166, 167, 170 c.p.c., affermando che la domanda della G. era tardiva, non avendo rispettato la relativa memoria il termine di cui all'art. 167 c.p.c. di venti giorni prima dell'udienza.

Con il secondo motivo, egli sostiene la nullità della sentenza ex art. 112 c.p.c., in quanto la Corte di merito avrebbe del tutto ignorato l'eccezione proposta di inammissibilità della domanda.

I due motivi, attinenti alla tardività della domanda della G. , possono trattarsi congiuntamente e vanno dichiarati inammissibili.

Non era sufficiente infatti - come invece afferma l'odierno ricorrente - proporre l'eccezione in comparsa di risposta in appello, ma, al contrario, sarebbe stata necessaria una specifica impugnazione da parte dello Z. (sotto forma di appello incidentale), laddove egli si è limitato a chiedere la reiezione dell'appello e la conferma della sentenza di primo grado.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta violazione degli artt. 115 cpc e 2697 c.c., in ordine al reddito delle parti e al tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di convivenza. Con il quarto, vizio di motivazione circa le attuali condizioni economiche dei coniugi; con il quinto, vizio di motivazione sul tenore di vita dei coniugi durante la convivenza famigliare; con il sesto, vizio di motivazione circa il criterio con cui è stato determinato l'assegno mensile a carico del ricorrente.

I motivi possono trattarsi congiuntamente, essendo tutti attinenti alla fondatezza della domanda di assegno.

Va osservato a tal proposito che l'assegno, anche in sede di separazione, deve essere idoneo a conservare tendenzialmente al coniuge il tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale, e indice di tale tenore di vita, in mancanza di ulteriori prove, può essere l'attuale divario reddituale tra i coniugi (tra le altre Cass. N., 2156 del 2010, seppur con riferimento all'assegno divorzile).

Del resto, il ricorrente per gran parte propone profili di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza dalla motivazione adeguata e non illogica.

Il giudice a quo non ha certo esorbitato dalle sue competenze, richiamando la CTU espletata, nonché le dichiarazione dei redditi, delle quali quelle dello Z. apparivano incomplete, le dichiarazioni delle parti all'udienza presidenziale, gli estratti conto prodotti.

Secondo la Corte di merito, emerge dalle risultanze di causa l'esistenza di un cospicuo patrimonio immobiliare dello Z. (come indicato dal CTU), fonte di un discreto reddito mensile di Euro 5.300,00, ma una ben più notevole disponibilità di denaro (sulla base degli estratti di conto corrente). Assente infine era, nella pronuncia di primo grado - secondo la sentenza impugnata -la valutazione relativa a partecipazione societaria (una quota del 75% - il 50% era stato valutato nell'anno 2000 in lire 719.000.000 da uno studio di commercialisti, come da documentazioni in atti; di tale società lo Z. era amministratore).

Al contrario per la moglie, il reddito mensile, sulla base delle dichiarazione dei redditi (lavoro e affitti di fabbricati di sua proprietà) - continua il giudice a quo - è di Euro 3.000,00, da cui dovrebbe sottrarsi la somma di Euro 786,84 per mutuo per acquisto di abitazione, risultante da piano di ammortamento bancario. (Aggiunge la sentenza impugnata con, motivazione adeguata e non contraddittoria, che pur non essendo prodotto il contratto di mutuo, può presumersi la conclusione di tale contratto, che non richiede prova scritta).

Quanto alla determinazione dell'importo dell'assegno, chiarisce la sentenza impugnata che l'importo di Euro 1.500,00 mensile è "cifra minima", in relazione alla notevole sproporzione delle condizioni economiche dei coniugi.

Conclusivamente va rigettato il ricorso. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 3.200,00 per compenso ex D.M. n. 140/2012, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 15 giugno - 6 dicembre 2012, n. 21977

Presidente Fioretti – Relatore Bisogni

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Belluno con sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio intercorso fra B.G. e C..D.V. poneva a carico del primo un assegno divorzile per l'ammontare di 220 Euro ma la Corte di appello di Venezia, accogliendo l'appello del B. , dichiarava non dovuto alcun assegno.

2. Con ricorso del 28 maggio 2007 C..D.V. ha chiesto il ripristino dell'assegno adducendo il peggioramento delle sue condizioni economiche (condizioni di salute, accresciuta difficoltà di reperire un'occupazione lavorativa, necessità di interventi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria nel fabbricato condominiale in cui è ubicata la sua abitazione cui aveva fatto fronte con un mutuo) e il miglioramento di quelle del B. (entrato finalmente in possesso di alcune proprietà ereditate in precedenza che aveva potuto cedere in locazione).

3. Il Tribunale di Belluno ha accolto parzialmente il ricorso e ha imposto al B. l'obbligo di versare un assegno mensile di 100 Euro a decorrere dall'agosto 2008 e con rivalutazione a partire dall'anno successivo.

4. La Corte di appello di Venezia ha respinto il reclamo del B. e quello della D.V. .

5. Ricorre per cassazione G..B. affidandosi a tre motivi di ricorso.

6. Si difende con controricorso C..D.V. .

Motivi della decisione

7. Con il primo motivo di ricorso si deduce error in procedendo ex art. 360 n. 4 c.p.c. per avere la Corte di appello fatto malgoverno dei principi in materia di giudicato sostanziale e di preclusione del dedotto e del deducibile. Il ricorrente imputa alla Corte di appello di aver qualificato erroneamente come sopravvenienza fattuale un evento già verificato al momento della precedente statuizione della stessa Corte di appello che aveva negato l'assegno divorzile riferendosi all'acquisito possesso di un immobile già ereditato in precedenza. Rileva infatti che tale acquisizione del possesso era già intervenuta nel 2004 e cioè precedentemente alla citata sentenza del 29.11.2004/22.2.2005.

8. Il motivo è infondato perché la circostanza che costituisce una variazione della posizione reddituale degli ex coniugi consiste nella percezione del reddito da tale immobile e non dalla sua semplice acquisizione.

9. Con il secondo motivo di ricorso si deduce la contraddittorietà della motivazione quanto al collegamento fra un aggravio una tantum delle condizioni economiche della ex moglie e l’imposizione a tempo indefinito di un assegno divorzile a carico del ricorrente.

10. Anche questo motivo è infondato perché è stato preso in considerazione non l'esborso costituito dall'importo complessivo della quota dei lavori condominiali ma l'esposizione debitoria contratta a tal fine dalla D.V. con l'acquisizione di un finanziamento bancario.

11. Con il terzo motivo di ricorso si deduce omessa e insufficiente motivazione, per aver la Corte di appello ricollegato ai riscontrati fatti nuovi l'imposizione a tempo indefinito di un assegno in assenza di rinnovata valutazione comparativa circa le situazioni economiche degli ex coniugi.

12. Il motivo appare formulato in modo del tutto generico ed erroneo perché la rappresentazione di specifici fatti nuovi tali da poter costituire il presupposto per il ripristino di un assegno non impone al giudice di riesaminare l'intera posizione economica dei coniugi in difetto di deduzioni specifiche e relative a fattori modificativi della situazione presistente.

13. Il ricorso va pertanto respinto con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione che liquida in complessivi 2.500 Euro di cui 200 per spese.



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