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Cassazione civile del 17 gennario 2013, n. 1099


Tributario · indagini · banca · onere della prova

fonte:

http://www.fiscoediritto.it/?page_id=18856

"La sentenza impugnata ha affermato che il contribuente non aveva dato la prova di tale fonte e natura dei versamenti e tale giudizio di fatto poteva essere qui censurato solo mediante una analitica e specifica denunzia di vizio di motivazione basata sulla rappresentazione analitica delle prove al riguardo prodotte atta a dimostrare logicamente la mancanza di una adeguata considerazione di esse da parte del giudice di merito: il ricorso, invece, fa solo richiami generici e complessivi alla documentazione prodotta senza dire che cosa essa mostrasse."

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Motivi della decisione

1 – A seguito di un controllo effettuato alla frontiera italo svizzera dalla Guardia di finanza, il sig. [X] venne trovato in possesso di varia documentazione finanziaria che gli venne sequestrata. Successivamente la Guardia di finanza svolse anche indagini bancarie a carico del [X] e all’esito, sulla base dei relativi processi verbali di constatazione, l’Agenzia delle entrate notificò al contribuente vari avvisi di accertamento relativi agli anni 1994, 1995 e 1996. Tali avvisi vennero impugnati davanti alla Commissione tributaria provinciale di Genova, che previa riunione, respinse le impugnazioni. La sentenza di primo grado venne parzialmente confermata dalla Commissione tributaria regionale e la sentenza di quest’ultima è stata impugnata dal contribuente il ricorso del quale prospetta quattro motivi di censura, sostanzialmente conformi a motivi di opposizione già disattesi dai giudici del merito.

L’Agenzia delle entrate ha replicato con controricorso e il ricorrente ha depositato memoria.

2. Con il primo motivo di ricorso si deduce essenzialmente la violazione dell’articolo 32, primo comma, n. 2 e 7 del D.P.R. 600 del 1973 e si sostiene la nullità dell’accertamento sui conti correnti bancari per difetto di motivazione dell’atto che aveva autorizzato tale indagine. L’intitolazione del motivo adombra anche la violazione dell’articolo 3, comma 1, della legge 241 del 1990 e dell`articolo 7, comma 1, della legge 212 del 2000 anche in relazione all’articolo 97 , primo comma Cost. oltre che carenza e contraddittorietà della motivazione.

Il motivo è infondato.

A sostegno della tesi sostenuta dal ricorso – secondo cui il difetto di motivazione rende invalida l’autorizzazione all’accesso ai conti bancari del contribuente e quindi inutilizzabili le risultanze probatorie cosi ottenute – vengono richiamate alcune sentenza di questa Corte, peraltro tutte inconferenti dato che riguardavano l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica richiesta per le perquisizioni domiciliari. E’ solo con specifico riferimento a tale questione che la giurisprudenza di legittimità ha affermato che spetta al giudice vagliare la legittimità dell’autorizzazione all’accesso data dal procuratore della Repubblica, ai sensi del primo (in locali adibiti “anche” ad abitazione) ovvero del secondo comma (in locali adibiti “solo” ad abitazione) dell’art. 52 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, – dato il coinvolgimento di un bene costituzionalmente protetto quale è l’inviolabilità del domicilio con conseguente inutilizzabilità a sostegno dell’accertamento tributario (cfr. le sentenze n. 19689 del 01/10/2004; Sez. U, n. 8062 del 08/08/1990; n. 15230 del 03/12/2001; n. 15209 del 29/11/2001; Sez. Un. 16424 del 21/11/2002; n. 20253 del 19/10/2005).

Per quanto invece riguarda il tema che qui interessa, l’autorizzazione necessaria agli uffici per richiedere alle aziende ed istituti di credito copia dei conti correnti intrattenuti con il contribuente, con la specificazione di tutti i rapporti inerenti o connessi a tali conti, è un atto interno al procedimento amministrativo, privo di rilievo esterno e di natura non provvedimentale. La giurisprudenza ha affermato che essa – e la relativa richiesta – non devono essere obbligatoriamente corredate dell’indicazione del motivo, dello scopo o delle ragioni logiche e giuridiche poste a fondamento di essa o della preventiva richiesta, perché l’art. 51, secondo comma, n. 7, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, nel testo introdotto con l’art. 18 della legge 30 dicembre 1991, n. 413, applicabile “ratione temporis”, collega l’esercizio del potere di richiedere l’indicata documentazione con il generale potere di controllo della dichiarazione, senza prevedere, a differenza di quanto dispone testualmente il successivo art. 52 per gli accessi domiciliari, la necessità di precisare alcuna particolare circostanza giustificativa (cosi la sentenza n. 5849 del 13/04/2012 e la sentenza n. 16874 del 21/07/2009).

3. Con il secondo motivo di ricorso si denunzia nuovamente la violazione del medesimo articolo 32 , primo comma, n. 2, nonché degli articoli 49, 51 e 75 comma 6, del D.P.R. 917 del 1986 , degli articoli 115 e 132 cod.proc.civ. e degli articoli 1, 2, 7 e 36 del decreto legislativo 546 del 1992 oltre che carenza e contraddittorietà della motivazione, per aver la sentenza impugnata illegittimamente e ingiustificatamente ritenuto, in base alle risultanze bancarie e senza considerare la documentazione contraria acquisita, la sussistenza di redditi da lavoro autonomo in capo al ricorrente, tali avendo considerato i versamenti nei conti correnti che invece rappresentavano prestiti ricevuti da amici e parenti.

Il motivo è manifestamente infondato.

La sentenza impugnata ha affermato che il contribuente non aveva dato la prova di tale fonte e natura dei versamenti e tale giudizio di fatto poteva essere qui censurato solo mediante una analitica e specifica denunzia di vizio di motivazione basata sulla rappresentazione analitica delle prove al riguardo prodotte atta a dimostrare logicamente la mancanza di una adeguata considerazione di esse da parte del giudice di merito: il ricorso, invece, fa solo richiami generici e complessivi alla documentazione prodotta senza dire che cosa essa mostrasse.

Può aggiungersi – in relazione ad alcuni rilievi del ricorrente – che non ha alcuna rilevanza che i versamenti rappresentassero reddito di lavoro autonomo o altri tipi di reddito (Cass. sentenza n. 19692 del 27/09/2011 1. E che – come giustamente afferma la sentenza impugnata – i costi di produzione dei ricavi così accertati non possono essere presunti, in mancanza di specifiche allegazioni e dimostrazioni riguardo alla sussistenza, all’identificazione, all`entità e all`inerenza di tali costi.

4. Con il terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell`articolo 6, primo comma, decreto legge 167 del 1990, convertito nella legge 227 del 1990 , la violazione di altre norme comprese quelle che regolano l`onere della prova nonché carenza e contraddittorietà della motivazione con riferimento all’accertamento della sussistenza di redditi di capitale collegati a disponibilità costituite all’estero dal contribuente.

Viene censurata, in particolare, la considerazione come ricavi percepiti dal contribuente dei versamenti effettuati nel conto in questione, al di la di quelli che la Commissione tributaria regionale ha motivatamente ritenuto, sulla base della documentazione acquisita, essere stati effettivamente ricevuti dal medesimo quale procuratore di una terza persona.

La censura – nonostante la denunzia di varie violazioni de legge è in realtà rivolta all’accertamento ed in particolare al mancato riconoscimento della circostanza che il Tizio, nelle operazioni bancarie prese in considerazione dalla Guardia di finanza, agiva quale procuratore di un tale [Y]. La sentenza impugnata è al riguardo dotata di una specifica motivazione, che il ricorso non appare volto a confutare con corrispondente specificità. ln particolare la Commissione tributaria regionale ha osservato che le procure del [Y] a [X] riguardavano altre cose. E comunque la congerie di documentazione menzionata nel ricorso appare idonea eventualmente a dimostrare una o più investiture procuratorie del [X] ma non che agli abbia agito quale procuratore del [Y] nelle specifiche operazioni in questione.

5. Infine con il quarto motivo di ricorso si denunzia la violazione dell’articolo 8 della legge 4 del 1929 nonché degli articoli 41 e 43 del D.P.R. 633 del 1972 e di altre norme collegate in materia di sanzioni e si lamenta che la sentenza impugnata non abbia corretto il calcolo delle sanzioni a norma dell’articolo 8, secondo comma, della legge n. 4 del 1929, e che, pur avendo parzialmente accolto l’impugnazione della rettifica non abbia proporzionalmente ridotto l’ammontare complessivo delle sanzioni irrogate.

Per la sua prima parte la censura è inammissibile per difetto di specificità, non avendo il ricorrente precisato come avrebbero dovuto essere calcolate le sanzioni e come invece sono state calcolate. Per quanto riguarda la seconda parte (concernente il mancato adeguamento in diminuzione delle sanzioni irrogate in considerazione del parziale riconoscimento dell’apposizione all’accertamento in rettifica) la sentenza impugnata ha espressamente disposto (cfr. motivazione, alla quale il dispositivo fa rinvio) “il ricalcolo delle complessive debenze da parte del ricorrente” a seguito della riduzione delle poste ascritte al [X].

PQM

- rigetta il ricorso;

- condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro 26.000, oltre alla prenotazione a debito.



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