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Cassazione Sez. Lavoro 3 aprile 2002 n.4729 /r/n


l’ampiezza della nozione di giustificatezza del licenziamento dipende unicamente dalla volontà delle parti contrattuali le quali, proprio in considerazione del carattere fiduciario dell’incarico assegnato al dirigente, nonché dall’ampiezza dei poteri conferitigli, ben potrebbero attribuire rilievo decisivo, ai fini del mantenimento del rapporto, al raggiungimento di determinati risultati minimi di produttività ovvero all’esito positivo di determinate operazioni finanziarie proprio in vista delle quali il dirigente sia stato assunto, o ancora, all’attuazione di un programma di riorganizzazione aziendale finalizzata ad una più economica gestione dell’impresa o del ramo di impresa affidato al dirigente. /r/n

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

SENTENZA 3 aprile 2002 n.4729

(Presidente Mileo – relatore Foglia)

Svolgimento del processo

Con ricorso dell’8 novembre 1996 al pretore di Treviso, WA. esponeva: di essere stato assunto, quale dirigente amministrativo, dalla srl B, con lettera del 28 settembre 1995, mentre con successivo contratto del 9 ottobre 1995 veniva indicato come datore di lavoro la srl H.; di aver proseguito il rapporto di lavoro nei confronti di entrambe le società sino al 10 luglio 1996, data in cui gli era stato intimato il licenziamento senza preavviso. Ciò premesso, conveniva in giudizio entrambe le società, impugnando il licenziamento in quanto formalizzato per iscritto solo da uno dei datori di lavoro, e invocando la reintegrazione nel posto di lavoro. In subordine, chiedeva accertarsi l’illegittimità del licenziamento con condanna delle società convenute al pagamento dell’indennità supplementare massima prevista dal contratto collettivo, nonché il pagamento delle spese per la mancata disponibilità dell’autovettura aziendale per il periodo antecedente il 20 dicembre 1995, delle differenze retributive conseguenti all’erroneo calcolo dell’indennità di preavviso, della tredicesima mensilità, e – nell’ipotesi di legittimità del licenziamento – del tfr, oltre al risarcimento del danno per l’erronea applicazione di aliquota Irpef sulle competenze di fine rapporto.

Costituitosi il contraddittorio con la costituzione delle due società convenute, il pretore adito respingeva le domande con sentenza del 16 aprile 1998.

Proposto appello da parte del WA., il tribunale di Treviso con sentenza non definitiva del 1 marzo 1999, in parziale riforma della decisione pretorile, accoglieva la domanda limitatamente all’incidenza sul tfr, sulla tredicesima e sull’indennità di preavviso del beneficio dell’attribuzione dell’autovettura aziendale, nonché all’esattezza del calcolo della tredicesima e del tfr, rinviando al prosieguo per la quantificazione delle relative spettanze.

Il giudice del gravame osservava: a) che il rapporto di lavoro tra le parti doveva ritenersi instaurato solo col contratto del 9 ottobre 1995, mentre in precedenza vi erano state tra le parti soltanto intese preparatorie, e prestazioni di lavoro del tutto occasionali da parte del ricorrente; b) che nessun rapporto di lavoro si era costituito nei confronti della società B.; c) che il licenziamento risultava giustificato per il mancato raggiungimento degli obiettivi prefigurati al momento dell’incarico; d) che erano fondate le pretese inerenti l’incidenza sul tfr, sulla tredicesima e sull’indennità di preavviso, dell’attribuzione dell’autovettura aziendale, nonché l’esattezza del calcolo della tredicesima e del tfr; e) che inammissibile, in quanto nuovo, era il motivo di appello relativo all’erroneo computo della durata del rapporto nel calcolo del tfr e della tredicesima.

Avverso detta sentenza il WA. ha proposto ricorso per cassazione affidata ad un unico motivo, cui hanno replicato entrambe le società intimate, con controricorso e ricorso incidentale condizionato, al quale ha poi reagito il WA. con controricorso.

Motivi della decisione

Va disposta, preliminarmente la riunione dei due ricorsi ex articolo 335 Cpc, aventi ad oggetto la medesima sentenza impugnata.

Con l’unico motivo – deducendo la violazione di legge in materia di giustificatezza del licenziamento del dirigente, nonché omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia – lamenta il ricorrente che il tribunale di Treviso, contrariamente agli orientamenti espressi dalla giurisprudenza di questa corte, ha immotivatamente negato il suo diritto, quale dirigente, all’indennità supplementare.

Replicano le società resistenti eccependo: a) la tardività del ricorso, in quanto proposto oltre il termine annuale prescritto dall’articolo 327, comma 1 Cpc; b) l’improcedibilità del ricorso in quanto proposto contro sentenza non definitiva; c) l’inammissibilità del ricorso nei confronti della società Bazzichetto nei cui confronti non è stata formulata alcuna censura; d) l’inammissibilità del ricorso perché privo dell’indicazione della norma collettiva sulla quale si fonda la pretesa all’indennità supplementare per licenziamento ingiustificato; e) nel merito, l’infondatezza del ricorso.

Con l’unico motivo di ricorso incidentale condizionato, le società intimate lamentano che la sentenza definitiva 789/99 del tribunale di Treviso abbia condannato come da rinvio operato con la sentenza parziale oggetto dell’attuale impugnazione – la società H. al pagamento di metà delle spese di lite ed alle spese di consulenza tecnica per intero, nonostante le risultanze processuali, e in particolare, il vistoso ridimensionamento della domanda di controparte.

Esaminando dapprima le questioni di rito e pregiudiziali sollevate dalla società intimata, questo collegio rileva quanto segue:

a) non può negarsi la tempestività del ricorso per cassazione, notificato ad entrambe le società intimate in data 29 febbraio 2000, riferendosi esso alla sentenza (non definitiva) del tribunale di Vicenza, depositata in data 1 marzo 1999 (cfr. attestazione di conferma della cancelleria di quel tribunale in atti);

b) l’articolo 361 Cpc non vieta affatto (a differenza della disciplina vigente anteriormente alla novella del 1990) il ricorso immediato avverso la sentenza non definitiva, ma ne consente, piuttosto il ricorso differito, all’esito della sentenza definitiva, previa formulazione di espressa riserva (entro il termine per la proposizione del ricorso, e in ogni caso non oltre la prima udienza successiva alla comunicazione della sentenza stessa). Nel caso di specie, il ricorrente non ha fatto alcuna riserva di ricorso differito alla sentenza definitiva, sicché il ricorso esperito nei confronti della sentenza impugnata è senz’altro ammissibile;

c) inammissibile è il ricorso proposto dal WA. nei confronti della società Bazzichetto in quanto in esso non è rinvenibile alcuna espressa doglianza rivolta alla sentenza impugnata nella parte in cui aveva assolto quest’ultima società da ogni pretesa del ricorrente;

d) anche in difetto di un esplicito richiamo alla norma contrattuale, il ricorso è chiaramente riferibile all’articolo 19 del Ccnl per i dirigenti di aziende industriali, atteso che il WA. mira all’indennità supplementare (massima) di 22 mensilità di preavviso prevista proprio da quella norma per l’ipotesi di licenziamento ingiustificato.

Venendo all’unico motivo circoscritto alla debenza della citata indennità supplementare, sul presupposto del difetto di giustificazione del licenziamento impugnato, questo collegio non ritiene di poter accogliere il ricorso.

Deve premettersi che il tribunale di Vicenza è pervenuto ad un giudizio negativo all’esito di un accurato esame delle risultanze processuali,e facendo corretta applicazione dei principi espressi in materia dalla dottrina nonché dalla giurisprudenza di questa corte.

In particolare – ha rilevato il tribunale – la lettera di licenziamento del 10 luglio 1994 riferiva espressamente la risoluzione del rapporto alla «soppressione dell’incarico» affidato dalla srl H. al WA., ivi precisandosi che «non essendosi realizzate le prospettive di espansione auspicate, le ridotte dimensioni aziendali non giustificano sufficientemente il mantenimento di tale incarico».

Prosegue la sentenza, osservando che nel periodo in cui il WA. prestò la sua collaborazione la società ebbe un incremento del fatturato di oltre il 34% molto inferiore all’obiettivo prefigurato, con un aumento dei costi superiore al 50%, nel primo semestre 1996. I dati contabili documentavano nello stesso periodo «una sostanziale inerzia dell’andamento economico patrimoniale della H., laddove la lettura delle voci di bilancio non denota(va) alcun segnale, neppure di tendenza, di ampliamento, in termini quantitativi e qualitativi dei risultati della gestione aziendale».

Considerate le ridotte dimensioni aziendali (che vide per la prima volta, con l’assunzione del WA., la presenza di una figura dirigenziale, nonché le motivazioni effettive dell’accordo tra le parti – finalizzato ad utilizzare le spiccate professionalità del ricorrente in una prospettiva di sviluppo organizzativo e commerciale dell’azienda, il tribunale ha negato che il licenziamento in questione possa ritenersi pretestuoso, né ispirato a intenti discriminatori o comunque contrario a criteri di correttezza o buona fede, escludendo, pertanto, ogni fondamento della pretesa avanza dal WA..

Col ricorso viene introdotto il tema del «licenziamento ingiustificato» del dirigente, il quale, come noto, pur essendo sottratto ad entrambi i regimi della tutela obbligatoria (ex legge 604/96) e reale (ex articolo 18 legge 300/70) trova la sua regolamentazione nella contrattazione collettiva di categoria. Nella fattispecie viene invocato l’articolo 19 del Ccnl per i dirigenti di imprese industriali che prevede, a carico dell’azienda, il pagamento di una penale risarcitoria (la cosiddetta indennità supplementare di preavviso, che va da un mini,o pari a due mensilità oltre al preavviso, al massimo, pari a 22 mensilità di retribuzione, in relazione all’anzianità aziendale e all’età del dirigente) ove il provvedimento sia sprovvisto del requisito della «giustificatezza».

Di tale requisito, la disposizione contrattuale appena citata, non fornisce alcuna specificazione né attraverso una definizione particolare né attraverso una casistica ancorché esemplificativa, e tuttavia – va subito detto per incidens – questa corte ha già avuto occasione di ribadire la legittimità del ricorso da parte della contrattazione collettiva a clausole o concetti generali, superando l’obiezione di indeterminatezza o di indeterminabilità, e, quindi di nullità ex articolo 1349 Cc di tali clausole, sollevata da una parte, anche della dottrina (Cassazione, 6268/98, 7295/86).

Il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità tende ad accentuare l’autonomia concettuale del requisito della «giustificatezza» rispetto a quello di «giustificato motivo» (Cassazione 5531/00), nel senso che l’area del primo, di origine prettamente contrattuale, è più ampia di quella della seconda, tipizzata dall’articolo 3 della legge 604/66.

Cassazione 3527/98; 6169/99; 6729 e 7821/00 hanno ribadito l’avviso della non equiparabilità delle due nozioni, dal momento che, dato il particolare modo di configurarsi del rapporto di lavoro dirigenziale e l’esclusione nel suo ambito di un licenziamento qualificabile come disciplinare, ai fini della giustificatezza del licenziamento del dirigente, può rilevare qualsiasi motivo purché giustificato, ossia costituente base di una decisione coerente e sorretta da motivi apprezzabili sul piano del diritto, i quali non richiedono l’analitica verifica di specifiche condizioni, ma una globale valutazione che escluda l’arbitrarietà del licenziamento.

Attraverso una ulteriore puntualizzazione della nozione, si è affermato che la «giustificatezza contrattuale» costituisce criterio di valutazione più ampio, dal quale sono esclusi solo l’ipotesi di un licenziamento arbitrario o discriminatorio, nonché ogni comportamento del dirigete che sia oggettivamente inidoneo ad incidere irreversibilmente sul rapporto fiduciario che lo lega al datore di lavoro: la giustificatezza è dunque metro di valutazione più ampio di quello legale, proprio perché si misura sul piano fiduciario (Cassazione 9896/98).

Tuttavia, quale che sia l’ampiezza da attribuire a tale nozione, non è possibile ritenere sufficiente qualsiasi motivazione apparentemente non pretestuosa, poiché un criterio così stretto finirebbe, in pratica, per legittimare la piena libertà di recesso del datore di lavoro (Cassazione 6268/98).

Si è, pertanto, sostenuto che l’accertamento dell’ipotesi di licenziamento ingiustificato del dirigente, non può fondarsi unicamente sui parametri valutativi impiegati per l’identificazione del licenziamento per giustificato motivo, dovendo tenersi conto di tutti gli elementi che nel caso concreto possono ritenersi inidonei a privare di ogni giustificazione il recesso ad nutum del datore di lavoro, in relazione alla violazione del principio fondamentale di buona fede nella esecuzione del contratto, configurabile quando detto recesso rappresenti l’attuazione di un comportamento puramente pretestuoso, ai limiti della discriminazione, ovvero del tutto irrispettoso delle regole procedimentali che assicurano la correttezza nell’esercizio del diritto (Cassazione 3000/98; 22/2000).

In ogni caso si tratta di valutazioni che comunque toccano la ricostruzione della volontà delle parti e l’interpretazione della disposizione contrattuale che prevede il canone della giustificatezza del recesso.

Approfondendo ulteriormente le riflessioni della dottrina e le indicazioni fornite dalla giurisprudenza anche di merito, fin qui sviluppatasi, può affermarsi che, trattandosi di un elemento di esclusiva origine negoziale, l’ampiezza della nozione di giustificatezza del licenziamento dipende unicamente dalla volontà delle parti contrattuali le quali, proprio in considerazione del carattere fiduciario dell’incarico assegnato al dirigente, nonché dall’ampiezza dei poteri conferitigli, ben potrebbero attribuire rilievo decisivo, ai fini del mantenimento del rapporto, al raggiungimento di determinati risultati minimi di produttività ovvero all’esito positivo di determinate operazioni finanziarie proprio in vista delle quali il dirigente sia stato assunto, o ancora, all’attuazione di un programma di riorganizzazione aziendale finalizzata ad una più economica gestione dell’impresa o del ramo di impresa affidato al dirigente.

Che, del resto, tali risultati possano incidere sul corso del rapporto sembra, in via di principio, senz’altro sostenibile, specie per la particolare posizione assunta dal dirigente, rispetto agli altri dipendenti, nell’organizzazione produttiva.

Un aspetto del genere è significativamente presente nella nuova disciplina del rapporto dei pubblici dirigenti, in cui viene chiaramente prefigurata una responsabilità del dirigente per risultati negativi suscettibili di dar luogo – «su conforme parere di un comitato di garanti», all’esclusione temporanea dal conferimento di ulteriori incarichi di livello dirigenziali corrispondente a quello revocato (articolo 21 decreto legislativo 29/1993, ora, articolo 21 del decreto legislativo 165/01).

Ciò non vuole significare un accollo a carico del dirigente – che è pur sempre un dipendente – del «rischio di impresa», come tale inammissibile nel rapporto di lavoro subordinato: l’insuccesso dell’operazione aziendale per il quale, nel caso specifico, il dirigente sia stato assunto, sarebbe comunque a lui addebitabile e idoneo a giustificare il recesso del datore di lavoro unicamente nei limiti delle competenze e dei poteri affidatigli, e salva, quindi, la possibilità di un esonero di responsabilità dello stesso.

Nel caso in esame il tribunale, nell’indagare sulla reale volontà delle parti in ordine all’instaurazione del rapporto, ha messo in evidenza che il WA., unico dirigente inserito nella ridotta struttura aziendale (di piccole dimensioni) appartenente alla società intimata, era sotto assunto proprio in vista del raggiungimento di certi risultati, per i quali si faceva affidamento sulla «spiccata professionalità» del ricorrente, e ciò ha indotto il tribunale a giudicare del tutto coerente e ragionevole, oltre che conforme a buona fede e correttezza – anche in mancanza di riscontri probatori contrari, non forniti dallo stesso ricorrente cui ne incombeva l’onere – l’adozione del provvedimento risolutorio in questione, e, conseguentemente, a negare il diritto del WA. all’indennità supplementare invocata.

Il ricorso principale va, pertanto, respinto ed eguale sorte va riservata al ricorso incidentale, pur potendo quest’ultimo considerarsi «assorbito» trattandosi di ricorso che la stessa parte qualifica come «condizionato» all’accoglimento del principale.

In ogni caso, il ricorso incidentale è rivolto non alla sentenza parziale del tribunale di Treviso, oggetto del ricorso principale, ma a quella definitiva dello stesso tribunale avverso la quale si sarebbe dovuto proporre un ricorso autonomo.

Consegue al rigetto di entrambi i ricorso la compensazione delle spese di questo giudizio sostenute dal WA. e dalla società H., mentre restano a carico del ricorrente le spese di questo giudizio sostenute dalla srl Bazzichetto (immotivatamente intimata), nella misura di cui al dispositivo.

P.Q.M.

La corte riunisce i ricorsi e li respinge entrambi. Dichiara inammissibile il ricorso proposto nei confronti della srl B., e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, nei confronti di quest’ultima società, pari a lire 31.175 equivalenti a euro 17.65 oltre a lire 3.500.000 pari ad euro 1807.60 per onorari di avvocato.

Compensa per intero le spese del presente giudizio tra il ricorrente e la società H..

Roma, 26 giugno 2001.



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