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Cassazione lavoro del 24 gennaio – 8 marzo 2012, n. 3635


Separazione · pensione · reversibile · decesso · eredita' · successioni · coniuge divorziato · una tantum · assegno divorzile

"Laddove la corresponsione in unica soluzione dell’assegno divorzile, giusta il disposto dell’art. 5, secondo comma, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, di contenuto patrimoniale e non, nei confronti dell’altro coniuge, attesa la cessazione (per effetto del divorzio) di qualsiasi rapporto tra gli ex coniugi con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione, oltre quella già ricevuta, può essere legittimamente invocata, neppu­re per il peggioramento delle condizioni economiche del coniuge assegnatario, o comunque in ragione della sopravvenienza di quei giustificavi motivi cui l’art. 9 subordina l’ammissibilità dell’istanza di revisione"

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(Presidente Vidiri – Relatore De Renzis)

Fatto e diritto

1. La Corte di Appello di Ancona con sentenza n. 381 del 2009, nel confermare la decisione del Tribunale di Ascoli Piceno n. 734 del 2008, ha ritenuto infondata la domanda di M.G.S., intesa ad ottenere la condanna dell’INPS alla corresponsione in suo favore della pensione maturata dal coniuge divorziato P.H. da C.G., deceduto l’11.04.2006.

Nel pervenire a tale conclusione la Corte territoriale ha osservato - alla stregua della giurisprudenza di legittimità e di quella costituzionale nonché dell’interpretazione da darsi alla disposizione di cui all’art. 5 della legge 1° dicembre 1970 n. 898 e della successiva legge 28 dicembre 2005 n. 263 - che nel caso di specie mancava il presupposto condizionante per il riconoscimento della chiesta pensione, dal momento che la S. non era destinataria dell’assegno di cui all’anzidetto art. 5.

La S. ricorre per cassazione con unico articolato motivo.

Resiste L’INPS cori controricorso.

2. La ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, lamentando al riguardo che il giudice di appello, pur avendo ritenuto nel caso di specie che l’attribuzione ad essa dell’assegno divorzile avesse avuto natura giudiziale e non negoziale - per cui era utile a tutti gli effetti di cui all’art. 9, comma 2, della legge, n. 898 del 1970 e successive modifiche - aveva fornito poi una interpretazione della normativa esaminata cui aveva fatto erroneamente conseguire l’esclusione del diritto alla pensione di reversibilità. A sostegno del suo assunto richiamava la circostanza che l’assegno divorzile non muta lei sua funzione sia nel caso in cui venga erogato periodicamente sia che sia invece capitallizzato e versato in forma rateale.

3. II ricorso è privo di pregno e va disatteso, anche se la motivazione della sentenza impugnata necessita di alcune puntualizzazioni, che vanno operate nell’esercizio dei poteri correttivi riconosciuti al giudice di legittimità ai sensi dell’art. 384, ultimo comma, CPC.

Questa Corte di cassazione ha statuito infatti che nel quadro normativo previsto dal citato art. 5 sussiste soltanto un’alternativa tra obbligo della somministrazione periodica di un assegno a favore di un coniuge posto dalla sentenza di divorzio a carico dell’altro e corresponsione di detto as­segno in unica soluzione su accordo tra le parti e che solo con riguardo alla prima fattispecie i relativi provvedimenti, ai sensi del successivo art. 9, primo comma, devono ritenersi pronunciati “allo stato degli atti”, attesane la funzione di bilanciamento e riequilibrio degli interessi contrapposti degli ex coniugi, con conseguente possibilità di una loro revisione (in aumento o in diminuzione, fino addirittura alla ra­dicale elisione dell’assegno), in qualsiasi tempo, per effetto del mutamento delle condizioni economiche delle parti e senza che il coniuge resistente possa efficacemente oppor­re, alla controparte, l’eventuale exceptio iudicati. Laddove la corresponsione in unica soluzione dell’assegno divorzile, giusta il disposto dell’art. 5, secondo comma, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, di contenuto patrimoniale e non, nei confronti dell’altro coniuge, attesa la cessazione (per effetto del divorzio) di qualsiasi rapporto tra gli ex coniugi con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione, oltre quella già ricevuta, può essere legittimamente invocata, neppu­re per il peggioramento delle condizioni economiche del coniuge assegnatario, o comunque in ragione della sopravvenienza di quei giustificavi motivi cui l’art. 9 subordina l’ammissibilità dell’istanza di revisione. Ha osservato al riguardo questa Corte che, se si procede ad una liquidazione in un’unica soluzione di quanto compete al coniuge più de­bole, dopo tale liquidazione non sopravvive un rapporto da cui possano scaturire nuovi ulteriori obblighi; in quanto l’aspettativa ad un assegno è stata esaurita attraverso l’una tantum, ed è venuto meno in tal caso (a seguito del divorzio) ogni rapporto di natura personale fra i coniugi potenziale fonte di altre pretese anche economiche. E la conclusione suddetta è ulteriormente confortata dalla considerazione che la possibile modifica “in aumento” dell’assegno periodico trova, alla luce della legge 898, giustificazione nella circostanza che tale revisione può assumere due direzioni: può comportare cioè sia un aumento sia una diminuzione delle corresponsioni. Se si consentisse, invece, di porre in discussione - attraverso i meccanismi previsti dall’art. 9 - il rapporto definito con l’una tantum, si perverrebbe all’assurdo di prevedere solo uno strumento attraverso cui la cifra concordata in sede di divorzio può essere aumentata e non invece diminuita. Ciò mette in rilievo come la revisione è del tutto incompatibile con la liquidazione in unica soluzione, che del resto cesserebbe di essere “unica”, ove potesse venire affiancata in epoca successiva da un assegno periodico (cfr. in tali sensi in motivazione: Cass. 5 gennaio 2001 n. 126, cui adde per analoghe statuizioni: Cass. 29 agosto 1998 n. 8654; Cass. 27 luglio 1998 n. 7365)

Ciò premesso, il dispositivo della sentenza impugnata ap­pare rispettoso del dato normativo, per cui il ricorso per cassazione va rigettato, anche se come detto a conforto della decisione presa dal giudice di appello varino fatte alcune specifiche considerazioni.

Ed invero al di là della lettera del combinato disposto dell’art. 5 e dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970 e successive modificazioni, la ratio delle disposizioni scrutinate se esaminate anche alla luce del giudice delle leggi in materia, cui il giudice di appello ha fatto riferimento (Corte Cost. n. 777 del 1988; n. 87 del 1995 e n. 419 del 1999) e della normativa dettata in tema dalla legge 28 dicembre 2005 n. 263 - mostra che ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità deve farsi una distinzione tra l’assegno che è condizione necessaria affinché alla morte del coniuge divorziato possa riconoscersi la suddetta pensione all’altro coniuge vivente, da una parte, e la mera corresponsione di una somma anche se rateizzata o trasferimento di altro bene o diritto (come ad esempio la proprietà di un immobile) dall’altra - in ragione del quale non può essere più riconosciuta per il futuro alcuna successiva domanda di contenuto economico. Eventualità quest’ultima che trova la sua giustificazione nella considerazione di una capacità della suddetta corresponsione (o del menzionato trasferimento), reputata - a seguito di un controllo e di una valutazione globale di tutte le circostanze di cui al comma 6 dell’art. 5 della legge n. 898 cit. da parte di un organo giudiziario - tale da determinare un miglioramento della sua situazione economica incompatibile con il riconoscimento della pensio­ne di reversibilità.

In altri termini il discrimine tra le due diverse situazioni, che hanno opposte ricadute su versante del riconoscimento della pensione di reversibilità per il coniuge, può quindi basarsi sulla corresponsione di un assegno, che va di volta in volta cadenzato e parametro nel tempo con forme di adeguamento automatico e che può esso solo legittimare successive domande di contenuto economico, sì da potersi affermare - seppure con una certa approssimazione sul versante giuridico - che la corresponsione di ogni assegno, ca­pace di legittimare la pretesa della pensione in oggetto, trova il suo fondamento e la sua giustificazione nella situazione economica in cui versa il beneficiario dell’assegno stesso.

Per concludere, alla luce di quanto sinora detto non può – in considerazione della sua natura e della funzione - includersi nella nozione dell’assegno ora enunciato - ad di là del nomen iuris che le parti hanno inteso ad esso dare nelle loro pattuizioni - ogni corresponsione di somme o di altre utilità nascenti da una unica fonte negoziale, la cui funzione sia quella di sistemare definitivamente i rapporti economici relativi tra i coniugi divorziati, sicché corollario dell’iter argomentativo sinora seguito è che nel caso di specie il ver­samento della somma di £ 200.000.000 come importo “omnicomprensivo” delle pretese economiche della S., seppure corrisposto nella misura (di £. 40.000.000 ogni sei mesi, può essere considerato equivalente a quei negozi di natura transattiva o aleatoria, la cui efficacia i giudici di legittimità hanno già ritenuto essere subordinata all’approvazione del Tribunale e come tali non assoggettabili alla regolamentazione prevista per l’assegno periodico di divorzio di cui all’art. 5 della legge n. 898 del 1970 (in argomento cfr. Cass. 5 settembre 2003 n. 12939).

4. In conclusione il ricorso è destituito di fondamento e la sentenza impugnata va confermata.

Nessuna statuizione va emessa sulle spese del giudizio di cassazione, ricorrendo le condizioni (in particolare il limite reddituale autocertificato nell’originario ricorso, senza ne­cessità di reiterazione della relativa dichiarazione per i gradi successivi al primo: cfr. Cass. n. 10875 del 12 maggio 2009), previste dall’art. 152 disp. Att. CPC nel testo novellato con il D.L. n. 269 del 2003 ed applicabile ratione temporis ai giudizi iniziati successivamente al 2 ottobre 2003, essendo stato depositato il ricorso introduttivo il 20 ottobre 2006.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.



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