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Cassazione Ordinanza VI Civile n. 17567/2014 del 1/8/2014


Matrimonio · pronuncia · cessazione · sentenza · non definitiva · famiglia · civile

fonte:http://www.giurilex.it/notizie/news21913.php

"la sentenza non definitiva di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, che il tribunale e' tenuto a pronunciare d'ufficio quando la causa sia, sul punto, matura per la decisione, ed alla quale faccia seguito la prosecuzione del giudizio per le altre statuizioni, costituisce uno strumento di accelerazione dello svolgimento del processo che non determina un'arbitraria discriminazionenei confronti del coniuge economicamente piu' debole, sia perche' e' sempre possibile richiedere provvedimenti temporanei ed urgenti, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 4 peraltro modificabili e revocabili dal giudice istruttore al mutare delle circostanze, sia per l'effetto retroattivo, fino al momento della domanda, che puo' essere attribuito in sentenza al riconoscimento dell'assegno di divorzio.

Pertanto, e' manifestamente infondata la questione di legittimita' costituzionale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 9, nel testo sostituito della L. n. 74 del 1987, art. 8), sollevata in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 Cost.."

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Presidente: Di Palma S.

Ordinanza

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Rilevato che in data 20 febbraio 2014 e' stata depositata relazione ex art. 380 bis che qui si riporta:

1. Il Tribunale di Roma, con sentenza non definitiva del (omissis), ha dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto il (omissis) da D.B.G. e G.L.V. disponendo la rimessione dellacausa sul ruolo per l'ulteriore trattazione delle questioni economiche.

2. Contro la decisione del Tribunale ha proposto appello la G. chiedendo la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la verifica della legittimita' della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12 inrelazione agli artt. 2, 3 e 29 Cost. Ha dedotto che il Tribunale si e' completamente disinteressato delle prospettazioni relative alle lesioni di interessi costituzionalmente protetti derivanti dallo scollamento fra la pronuncia di cessazione degli effetti civili e il momento della definizione delle questioni economiche. In particolare ha rilevato che in una condizione come quella delle parti, non piu' giovani e con esigenze maggiori di quelle gia' prese in considerazione in passato, in occasione degli accordi di separazione, l'assegno di mantenimento in suofavore di 4.302,32 Euro, al netto dell'imposizione fiscale, si presentadel tutto incongruo e tale resterebbe cristallizzato in caso di decessodel D.B. dopo la sentenza di divorzio. Fa presente che, a seguito della pronuncia sullo status, perderebbe altresi' una serie di benefici fra cui la copertura assicurativa data dalla polizza (omissis) per i dirigenti in virtu' della quale puo' contare sul rimborso delle sue gravose spese mediche e non potrebbe piu' diventare erede del D.B.. Quanto al suo diritto a un incremento dell'assegno deduce che il redditodel D.B., risulta macroscopicamente sottovalutato se non si tiene contodei suoi redditi da investimenti finanziari che gli consentono di sostenere un tenore di vita elevatissimo insieme alla sua nuova compagnae alle figlie nate dalla nuova unione. Ha chiesto pertanto l'elevazionedell'assegno a 20.000 Euro mensili.

3. Si e' costituito D.B.G. e ha contestato la fondatezza dell'appello rilevando che il primo giudice ha esaminato le prospettazioni della G. motivando adeguatamente sulla base delle pronunce della giurisprudenza di legittimita' e della stessa Corte costituzionale. Ha eccepito la inammissibilita' delle deduzioni della appellante sulla misura dell'assegno non essendo ancora intervenuta sul punto una pronuncia di merito del giudice di primo grado.

4. La Corte di appello di Roma con sentenza del 20 febbraio 2013 - 7 marzo 2013 ha respinto l'appello.

5. Ricorre per cassazione G.L.V. deducendo: a) contraddittoria e insufficiente motivazione di un punto decisivo della controversia nella parte in cui dispone in merito alla eccezione di illegittimita' costituzionale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, in riferimento agli artt. 2, 3 e 39 Cost. nella parte in cui consente la pronuncia non definitiva sullo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio disgiunta dalla regolamentazione dei conseguenti diritti e doveri degli ex coniugi e violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12 sotto il profilodella iniquita' di detta scissione; b) contraddittoria e insufficiente motivazione di un punto decisivo della controversia nella parte in cui dispone in merito alla richiesta di assegno divorzile.

6. Propone controricorso D.B.G. e con successiva istanza chiede la fissazione dell'udienza di discussione rilevando - che la separazione dalla G. risale al (omissis) ed egli ha chiesto la pronuncia di divorziosin dal 2008 che attende con particolare ansia in considerazione della sua eta', di una grave malattia che lo ha afflitto e della esigenza di legittimare la sua nuova famiglia da cui sono nate due figlie.

Ritenuto che:

7. Il ricorso per cassazione e' infondato. Sulla sollevata incostituzionalita' della disposizione di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12 questa Corte si e' gia' espressa ripetutamente affermando che la sentenza non definitiva di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, che il tribunale e' tenuto a pronunciare d'ufficio quando la causa sia, sul punto, matura per la decisione, ed alla quale faccia seguito la prosecuzione del giudizio per le altre statuizioni, costituisce uno strumento di accelerazione dello svolgimento del processo che non determina un'arbitraria discriminazionenei confronti del coniuge economicamente piu' debole, sia perche' e' sempre possibile richiedere provvedimenti temporanei ed urgenti, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 4 peraltro modificabili e revocabili dal giudice istruttore al mutare delle circostanze, sia per l'effetto retroattivo, fino al momento della domanda, che puo' essere attribuito in sentenza al riconoscimento dell'assegno di divorzio.

Pertanto, e' manifestamente infondata la questione di legittimita' costituzionale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 9, nel testo sostituito della L. n. 74 del 1987, art. 8), sollevata in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 Cost..

8. Quanto alla censurata mancata pronuncia in merito alla richiesta di elevazione dell'assegno proposta alla Corte di appello non puo' che ribadirsi l'inammissibilita' di tale richiesta perche' palesemente estranea al contenuto della decisione appellata circoscritto alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

9. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l'impostazione della presente relazione verra' condivisa dal Collegio per la dichiarazione di inammissibilita' o eventualmente per il rigetto del ricorso.

Lette le memorie difensive depositate dalle parti;

ritenuto che la questione di costituzionalita' e' manifestamente infondata in primo luogo in relazione al principio di rilevanza costituzionale della durata ragionevole del processo e al diritto fondamentale di porre fine al matrimonio e poter formare una nuova famiglia. In secondo luogo, a parte le considerazioni gia' svolte nella relazione, deve rilevarsi che la pronuncia sullo scioglimento del matrimonio o sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d'impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull'attribuzione e sulla quantificazione dell'assegno; il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale, pertanto, non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi (cfr. Cass. civ. n. 8874 dell'11 aprile 2013). Se e' vero infatti che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, perragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, una situazione diversa si determina nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia gia' stata pronunciata e il giudizio di legittimita' prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell'assegno. Ferma infatti la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, resta da definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. Ne deriva anche che non risulta pregiudicata da una pronuncia non definitiva che dichiari lo scioglimento del matrimonio la posizione del coniuge superstite che non ha ancora ottenuto una pronuncia sulla domanda di assegno divorzile ai fini del riconoscimento delle prestazioni previdenziali che presuppongono il percepimento dell'assegno divorzile.

La Corte condivide pertanto la relazione e ritiene che il ricorso debba essere respinto con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 10.100 di cui 100 Euro per spese, oltre spese forfetarie e accessori di legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalita' e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Cosi' deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 aprile 2014.



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