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Cassazione civile del 07 novembre 2014, n.23799


Cassazione · ricorso · procedura civile · motivi · atto

"2.2. Sotto altro profilo, va precisato che, a norma dell’art. 366, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilita', l’esposizione sommaria dei fatti di causa.

Questa Corte, al riguardo, ha piu' volte affermato, che, ai fini della sussistenza di tale requisito, e' necessario, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, che in esso vengano indicati, in maniera specifica e puntuale, tutti gli elementi utili perche' il giudice di legittimita' possa avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, cosi' da acquisire un quadro degli elementi fondamentali in cui si colloca la decisione censurata e i motivi delle doglianze prospettate (Cass. S.U. 22 maggio 2014 n. 11308, Cass. 9 marzo 2010 n. 5660 e, in precedenza, fra le altre, Cass. 24 luglio 2007 n. 16315; Cass. 31 gennaio 2007 n. 2097)."

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Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Napoli, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la decisione di primo grado, con la quale erano state rigettate le opposizioni proposte dalla s.n.c. Ristorante B. avverso i decreti ingiuntivi e l'ordinanza ingiunzione notificati alla opponente per il pagamento di contributi e sanzioni conseguenti ad un verbale ispettivo dei funzionari di vigilanza dell’lNPS.

Con tale verbale erano stati contestati la omessa registrazione di un lavoratore nei libri paga e matricola, il versamento di contributi con riguardo al lavoro a tempo parziale asseritamente svolto dai dipendenti, anziche' a tempo pieno, e il versamento di contributi in misura inferiore a quella prevista dal CCNL di categoria.

La Corte di merito ha ritenuto fondate le pretese dell’lNPS sulla scorta delle risultanze probatorie ed in particolare della prova testimoniale assunta in primo grado.

Contro questa sentenza propone ricorso per cassazione la societa', illustrato da memoria ex art. 378 cod. proc. civ.

L’INPS resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1. La ricorrente deduce l’erroneita' della sentenza impugnata sulla base dei seguenti rilievi;

- non vi e' stata una omissione di registrazione per il lavoratore M.G. nel periodo marzo 1991 - settembre 1995, come risulta dalla prova testimoniale - erroneamente valutata dai giudici di merito - nonche' dal verbale di conciliazione redatto dal datore di lavoro e il predetto lavoratore davanti alla Commissione Provinciale di Conciliazione di Napoli;

- e' infondata la richiesta di recupero di contributi per il lavoratore P.A. per il periodo settembre 1994 - giugno 1995, "per quanto gia' esposto in merito nel giudizio di primo grado";

- i camerieri hanno svolto lavoro parziale e non gia' a tempo pieno, diversamente da quanto sostenuto nella sentenza impugnata, come si evince dalla prova testimoniale e dai verbali di conciliazione sottoscritti dai lavoratori, a nulla rilevando che i contratti di lavoro non siano stati stipulati in forma scritta, non essendo questa richiesta a pena di nullita';

- a seguito dell’accertamento ispettivo e' stata proposta istanza di condono in data 1 luglio 1996, reiterata il 29 maggio 1997, di cui l’INPS, nel richiedere il pagamento dei contributi, non ha tenuto conto;

- anche le sanzioni, compresa quella una tantum, applicate in base alla legge n. 662/96 sono illegittime ed errate, posto che "per le somme effettivamente dovute risultano applicati i criteri sanzionatoli previsti dal condono stesso".

2. Il ricorso e' inammissibile.

2.1. Sotto un primo profilo, esso e' privo di rubriche e non denuncia alcun vizio ex art. 360 cod. proc. civ., e cioe' i motivi per i quali la sentenza viene impugnata.

In particolare non risulta se le censure attengono a violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n. 2 cod. proc. civ.) ovvero a omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (n. 5 dello stesso comma, nella versione anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 54, comma 1, lett. b),D.L. n. 83/12, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134/12).

Ne' e' consentito a questa Corte, attraverso l’esame dei motivi, individuare i vizi denunziati trattandosi di attivita' che esula dai compiti del giudice di legittimita', il quale deve valutare la conformita' a legge della sentenza impugnata sulla base delle violazioni denunziate dalla parte. Spetta infatti a quest’ultima definire il contenuto e la portata del giudizio di cassazione, attraverso la denunzia specifica degli errori in cui e' asseritamente incorsa la sentenza impugnata, potendo il giudice di legittimita' considerare solo le statuizioni di tale sentenza nei limiti dei motivi e delle richieste formulate dalla parte.

Ne consegue che e' inammissibile il ricorso prospettante - come nella specie - una sequela di censure non aventi ad oggetto uno dei suindicati vizi e non specificamente argomentate con riferimento ai medesimi, bensi' volte esclusivamente a contrapporre acriticamente soluzioni diverse da quelle desumibili dalla sentenza impugnata.

Al riguardo va richiamato il principio costantementeaffermato da questa Corte, secondo cui il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado del giudizio, tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. Un. 29 marzo 2013 n. 1973; Cass 25 marzo 2013 n. 7455).

2.2. Sotto altro profilo, va precisato che, a norma dell’art. 366, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilita', l’esposizione sommaria dei fatti di causa.

Questa Corte, al riguardo, ha piu' volte affermato, che, ai fini della sussistenza di tale requisito, e' necessario, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, che in esso vengano indicati, in maniera specifica e puntuale, tutti gli elementi utili perche' il giudice di legittimita' possa avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, cosi' da acquisire un quadro degli elementi fondamentali in cui si colloca la Recisionecensurata e i motivi delle doglianze prospettate (Cass. S.U. 22 maggio 2014 n. 11308, Cass. 9 marzo 2010 n. 5660 e, in precedenza, fra le altre, Cass. 24 luglio 2007 n. 16315; Cass. 31 gennaio 2007 n. 2097).

Nella specie la ricorrente omette del tutto di esporre detti elementi, incorrendo nel vizio sopra indicato.

3. Per completezza va precisato, in ordine alle censure come sopra irritualmente proposte;

- che, con riguardo a quella concernente la non corretta valutazione delle risultanze probatorie, la ricorrente tende inammissibilmente a rimettere in discussione, contrapponendo una propria diversa valutazione, l’apprezzamento dei fatti e delle prove fatto dai giudici di merito, che, secondo il costante orientamento di questa Corte, e' sottratto al sindacato di legittimita', dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non e' consentito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne l’attendibilita' e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., fra le altre, Cass. 6 aprile 2011 n. 7921);

- che, in ordine alle circostanze risultanti dai verbali di conciliazione stipulati dai lavoratori con il datore di lavoro, la ricorrente omette del tutto di considerare e contestare quanto sostenuto al riguardo dalla sentenza impugnata che, nel richiamare i principi enunciati da questa Corte, ha affermato che la conciliazione di una controversia attinente ad un rapporto di lavoro ha efficacia soltanto per le parti che l’hanno stipulata e non gia' nei confrontidei terzi, ed in particolare nei confronti di quegli uffici o enti titolari di interessi pubblici - come l’INPS - i quali non incontrano alcun limite probatorio nell’accertamento giudiziale della natura e delle modalita' del rapporto di lavoro intercorso trale parti;

- che, parimenti, infine, la ricorrente omette del tutto di considerare e di prendere posizione su quanto affermato dalla Corte dimerito in ordine alla domanda di condono e alle sanzioni, e cioe' che il consulente tecnico d’ufficio, nell’espletamento dell’incarico affidatogli, ha tenuto conto di detta domanda, e che, con riguardo alle sanzioni civili, l’eventuale maggior importo versato a tale titolo, pari alla differenza tra quanto dovuto in base alla normativa previgente e quanto calcolato in base alla legge n. 388 del 2000,art. 116, commi 8 e 17, costituisce un credito contributivo recuperabile, a domanda dell’interessato, attraverso detrazione dalla contribuzione.

6. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguonola soccombenza.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida, a favore dell’lNPS, in € 100,00 per esborsi ed € 5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.



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