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Cassazione I civile n. 15119 del 2014


Immobili · espropriazione · valore · risarcimento · natura · edificabilita' · cimiteri · civile

"risarcimento dei danni da essi subiti per la perdita della proprieta' degl'immobili, irreversibilmente trasformati per la costruzione di un cimitero."

"Nel ritenere l'apprezzamento delle aree fabbricabili notoriamente superiore rispetto a quello dei terreni agricoli, alla luce della preferenza manifestata dai risparmiatori per gl'investimenti immobiliari, la sentenza impugnata non ha tenuto conto che, a fronte dell'inaffidabilita' degl'investimenti mobiliari, il mercato opta indistintamente per quelli immobiliari; essa, infine, nel ridurre di un quarto il valore di mercato dei fondi accertato dal c.t.u., ha frainteso l'affermazione di quest'ultimo, secondo cui il valore originariamente indicato si era nel frattempo triplicato, trascurando che il risarcimento dev'essere liquidato in base al valore di mercato che il fondo aveva all'epoca dell'accessione invertita, senza che assumano alcun rilievo le vicende successive del mercato immobiliare."

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sentenza sul ricorso proposto da;

L.M. c.f. (OMISSIS) e L.L., elettivamente domiciliati in Roma, alla piazza …....., presso l'avart. …........, unitamente all'avv. …........, dal quale sono rappresentati e difesi in virtu' di procura speciale a margine del ricorso;

- ricorrenti - contro COMUNE DI SPOLETO, in persona del Sindaco p.t., elettivamente domiciliato in Roma, alla via …....., presso l'avv. ….........., unitamente all'avv. …............, dalla quale e' rappresentato e difeso in virtu' di procura speciale in calce al controricorso;

- controricorrente - avverso la sentenza della Corte di Appello di Perugia n. 405/07, pubblicata il 27 novembre 2007.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 31 gennaio 2014 dal Consigliere Dott. Guido Mercolino;

uditi i difensori delle parti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Velardi Maurizio, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. - L.M. e L.L. convennero in giudizio il Comune di Spoleto, chiedendone la condanna al pagamento dell'indennita' dovuta per l'occupazione di due fondi riportati in Catasto al foglio 124, particelle 34, 438/r, 439 e 509, nonche' al risarcimento dei danni da essi subiti per la perdita della proprieta' degl'immobili, irreversibilmente trasformati per la costruzione di un cimitero.

A fondamento della domanda, esposero che all'occupazione dei fondi, autorizzata con decreto del 3 agosto 1980, non aveva fatto seguito l'emissione del decreto di espropriazione nel termine quinquennale decorrente dall'immissione in possesso, nonostante l'avvenuta realizzazione dell'opera pubblica.

1.1. - Con sentenza del 16 ottobre 1997, il Tribunale di Spoleto accolse la domanda, condannando il Comune al pagamento delle somme di L. 92.100.000 in favore di L.L. e di L. 54.586.000 in favore di L.M., oltre rivalutazione monetaria ed interessi sulle somme annualmente rivalutate.

2. - L'impugnazione proposta dal Comune e' stata parzialmente accolta dalla r Corte d'Appello di Perugia, che con sentenza del 27 novembre 2007 ha rideterminato in Euro 35.248,18 ed Euro 20.916,50, oltre rivalutazione ed interessi, il risarcimento dovuto rispettivamente a L.L. e L.M., condannandoli a restituire le maggiori somme percepite in esecuzione della sentenza di primo grado, con gl'interessi legali dal pagamento.

Premesso che l'appellante si era limitato a censurare l'accertamento della vocazione edificatoria dei fondi e la mancata applicazione della riduzione prevista dal D.L. 11 luglio 1992, n. 333, arart. 5 bis, la Corte ha ritenuto che la seconda questione fosse stata abbandonata in sede di precisazione delle conclusioni. In ordine alla prima questione, ha invece affermato che l'edificabilita' doveva essere accertata alla stregua della classificazione urbanistica dei fondi, precisando che, ove agli stessi fosse stata riconosciuta natura agricola, il danno avrebbe dovuto essere liquidato in base al valore di mercato, tenendo conto indicativamente anche dei valori tabellari di cui alla L. 22 ottobre 1971, n. 865, artt. 15 e 16, nonche' dell'eventuale possibilita' di utilizzazioni intermedie tra quella agricola e quella edificatoria.

Cio' posto, ha rilevato che il c.t.u. nominato in primo grado aveva evidenziato la possibilita' dell'utilizzazione dei fondi per un impianto florovivaistico, favorita anche dalla vicinanza al cimitero, nonche' la disponibilita' degli stessi ad uno sfruttamento intensivo, alla luce delle loro caratteristiche intrinseche e dello sviluppo urbanistico dell'area circostante; ha ritenuto che tali elementi rendessero inappagante il riferimento al valore agricolo medio, indipendentemente dall'accenno del c.t.u. alle possibilita' di edificazione, evidenziate non gia' ai fini di una stima fondata sull'indice di fabbricabilita', ma soltanto per dimostrare la superiorita' del valore dell'area rispetto a quello tabellare.

Secondo la Corte, tali conclusioni non si ponevano in contrasto con quelle del c.t.u. nominato in appello, il quale aveva indicato il valore tabellare quale dato minimale da tenere in conto in assenza della valorizzazione degli elementi presi in considerazione dal primo consulente. In una ottica volta a garantire l'adeguato ristoro richiesto dalle norme costituzionali, la rilevante differenza tra la stima del primo c.t.u. (Lire 20.000 al mq.) ed il valore agricolo medio (Lire 3.200 al mq.) testimoniava peraltro l'inidoneita' di quest'ultimo a rappresentare il valore di mercato dei fondi, per la cui determinazione occorreva considerare anche la complementarita' dei terreni con altri fondi di proprieta' dei medesimi attori, nonche' la loro idoneita' a contribuire alla realizzazione di una maggiore volumetria edificatoria nei terreni non vincolati radicalmente alla destinazione agricola.

La Corte ha tuttavia ritenuto che il valore di mercato dei fondi occupati all'epoca dell'illecito non potesse essere ricostruito mediante il raffronto con i prezzi attuali delle aree fabbricabili della zona, in quanto l'apprezzamento di tali aree era risultato notoriamente superiore a quello dei terreni agricoli, con la conseguenza che detto valore doveva essere determinato in L. 15.000 al mq.

3. - Avverso la predetta sentenza i L. propongono ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo, illustrato anche con memoria.

Il Comune resiste con controricorso, anch'esso illustrato con memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. - Con l'unico complesso motivo d'impugnazione, i ricorrenti denunciano, ai sensi dell'arart. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, la violazione degli artt. 1223, 1226, 2043 e 2056 c.c. e degli artt. 112, 115, 116 e 342 c.p.c., nonche' la violazione e la falsa applicazione del D.L. n. 333 del 1992, arart. 5 bis, convertito con modificazioni dalla L. 8 agosto 1992, n. 359, e della L. n. 865 del 1971, art. 16, osservando che la sentenza impugnata, dopo aver escluso che il risarcimento fosse stato liquidato sulla base di un'errata qualificazione dei fondi, non si e' limitata verificare l'applicabilita' della riduzione prevista dall'art. 5 bis cit., ma ha proceduto ad una nuova quantificazione del danno, in tal modo pronunciando al di fuori dei motivi di appello.

Pur avendo ritenuto condivisibili i criteri estimativi adottati dal c.t.u., la Corte di merito ha proceduto ad una liquidazione equitativa, consentita soltanto nel caso in cui il danno non possa essere provato nel suo preciso ammontare; a tal fine, essa ha fatto riferimento ai valori tabellari previsti dalla L. n. 865 del 1971, senza considerare che, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 349 del 2007, che aveva espunto l'art. 5 bis dall'ordinamento, il risarcimento doveva essere liquidato esclusivamente in base ai valori di mercato.

Nel ritenere l'apprezzamento delle aree fabbricabili notoriamente superiore rispetto a quello dei terreni agricoli, alla luce della preferenza manifestata dai risparmiatori per gl'investimenti immobiliari, la sentenza impugnata non ha tenuto conto che, a fronte dell'inaffidabilita' degl'investimenti mobiliari, il mercato opta indistintamente per quelli immobiliari; essa, infine, nel ridurre di un quarto il valore di mercato dei fondi accertato dal c.t.u., ha frainteso l'affermazione di quest'ultimo, secondo cui il valore originariamente indicato si era nel frattempo triplicato, trascurando che il risarcimento dev'essere liquidato in base al valore di mercato che il fondo aveva all'epoca dell'accessione invertita, senza che assumano alcun rilievo le vicende successive del mercato immobiliare.

1.1. - Il motivo e' infondato.

È pur vero, infatti, che nel censurare la liquidazione del danno risultante dalla sentenza di primo grado, il Comune non aveva contestato le caratteristiche intrinseche dei fondi occupati, accertate dal c.t.u. nominato dal Tribunale e poste a fondamento della stima del valore di mercato degli immobili, ma si era limitato a negare la vocazione edificatoria di questi ultimi, evidenziandone la classificazione risultante dagli strumenti urbanistici, nonche' ad affermare l'applicabilita' della riduzione prevista dal D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis. Cio' non significa peraltro che, nell'affrontare la prima questione, la Corte d'Appello dovesse limitarsi a sua volta a dare atto della correttezza della qualificazione attribuita ai fondi dalla sentenza di primo grado, senza poterne riesaminare le ricadute in termini di determinazione del valore venale. Il c.t.u., infatti, pur avendo accertato la destinazione agricola dei fondi, gravati da vincolo d'inedificabilita' in quanto inclusi nella fascia di rispetto cimiteriale, aveva conferito rilievo alle concrete possibilita' di sfruttamento edilizio degli immobili, collegate alle loro caratteristiche intrinseche di giacitura ed accessibilita', nonche' alla prospettiva di un mutamento di destinazione, in tal modo facendo prevalere sul criterio dell'edificabilita' legale quello della c.d. edificabilita' di fatto. Ed era proprio l'applicabilita' di tale criterio a costituire oggetto delle censure sollevate dall'appellante, che la Corte di merito ha ritenuto fondate, correttamente uniformandosi al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimita', secondo cui la vocazione edificatoria del fondo, ai fini della liquidazione del danno derivante dall'occupazione acquisitiva, dev'essere accertata con riferimento esclusivo alle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti al momento dell'apposizione del vincolo espropriativo, rispetto alle quali l'edificabilita' di fatto assume rilievo in via meramente suppletiva, in mancanza di strumenti urbanistici idonei ad inquadrare l'area occupata tra quelle edificabili o agricole, ovvero in via complementare ed integrativa, quale complesso delle condizioni che, in presenza della destinazione legale ad uso edilizio, esprimono l'effettiva attitudine dell'area ad una concreta utilizzazione per tale finalita', concorrendo alla determinazione del suo valore di mercato (cfr. Cass., Sez. 1, 14 febbraio 2012, n. 2062; 28 maggio 2004, n. 10280; 27 febbraio 2004, n. 3966).

1.2. - Non corrisponde poi al vero l'affermazione dei ricorrenti secondo cui, nel riesaminare la liquidazione del danno risultante dalla sentenza di primo grado, la Corte di merito ha determinato il valore dei fondi occupati in base ai criteri previsti dal titolo 2^ della L. n. 865 del 1971: i valori tabellari determinati ai sensi degli artt. 15 e 16 della predetta legge sono stati infatti richiamati dalla sentenza impugnata a titolo meramente orientativo, quali indici del valore minimo ricollegabile alla destinazione agricola dei fondi, nell'ambito di un apprezzamento globale che, attraverso la sottolineatura delle caratteristiche degl'immobili (giacitura, esposizione, accessibilita', complementarita' con le aree residue di proprieta' degli attori), ha valorizzato anche possibilita' alternative di sfruttamento, consentendo alla Corte di merito di pervenire ad una valutazione di mercato nettamente superiore. Tale iter argomentativo appare sostanzialmente conforme al principio, piu' volte ribadito da questa Corte in tema di occupazione appropriativa, secondo cui la valutazione delle aree contraddistinte da una classificazione urbanistica che ne esclude l'edificabilita' legale non deve necessariamente aver luogo sulla base di criteri che ne rispecchino esclusivamente la destinazione ad uso agricolo, ben potendosi dimostrare, anche attraverso indagini tecniche, che il fondo presenta caratteristiche obiettive ed intrinseche tali da rendere possibili forme di utilizzazione diverse ed ulteriori, anch'esse compatibili con la natura non edificatoria, le quali, pur senza comportare l'attribuzione di un valore commisurato a quello d'immobili destinati allo sfruttamento edilizio, implichino il riconoscimento di una valutazione di mercato che, nell'ambito della categoria dei suoli inedificabili, tenga conto, anche sulla base delle indicazioni emergenti dallo strumento urbanistico, dell'effettiva possibilita' di utilizzazioni intermedie tra quella agricola e quella edificatoria (cfr. Cass., Sez. 6, 21 marzo 2013, n. 7174; Cass., Sez. 1, 13 gennaio 2011, n. 717;

26 maggio 2010, n. 12862).

L'applicabilita' del predetto principio, enunciato sotto la vigenza del D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, comma 1 bis, non e' venuta meno a seguito della dichiarazione d'illegittimita' costituzionale di tale disposizione, nella parte in cui estendeva al risarcimento del danno per l'occupazione illegittima i criteri dettati dal comma 1 del medesimo articolo per la liquidazione dell'indennita' di espropriazione (cfr. Corte cost, sent. n. 349 del 2007); entrambe le disposizioni si riferivano infatti esclusivamente all'acquisizione delle aree edificabili, mentre per quelle non edificabili l'art. 5 bis, comma 4, che richiamava i criteri previsti dal titolo 2^ della L. n. 865 del 1971, si limitava a disciplinare la determinazione dell'indennita' di espropriazione, con la conseguenza che il risarcimento del danno per l'occupazione illegittima restava affidato ai comuni criteri di liquidazione, aventi riferimento al valore di mercato del fondo occupato (cfr. Cass., Sez. 1, 5 marzo 2004, n. 4513; 12 dicembre 2002, n. 17713; 1 febbraio 2000, n. 1090). Per questo motivo, deve escludersi anche la rilevanza della contestuale dichiarazione d'illegittimita' costituzionale dell'art. 5 bis, comma 1 (cfr. Corte cost., sent. n. 348 del 2007), nonche' di quella successiva del quarto comma, in combinato disposto con la L. n. 865 del 1971, art. 15, comma 1, secondo periodo, e art. 16, commi 5 e 6, come sostituiti dalla L. 28 gennaio 1977, n. 10, arart. 14 (cfr. Corte cost., sent. n. 181 del 2011), i cui effetti, limitati alla liquidazione dell'indennita' di espropriazione, rispettivamente per le aree edificabili e per quelle inedificabili, non possono essere estesi al risarcimento del danno derivante dall'occupazione appropriativa. Tali pronunce, d'altronde, espungendo dall'ordinamento i parametri riduttivi previsti dalle norme dichiarate costituzionalmente illegittime, hanno fatto riemergere il criterio di liquidazione fondato sul valore di mercato dell'immobile, desumibile per l'indennita' di espropriazione dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 e per il risarcimento del danno da occupazione appropriativa dagli artt. 2056 e 1223 c.c., la cui applicabilita' tanto ai suoli edificabili quanto a quelli inedificabili impone di tener conto, nella determinazione dell'importo dovuto, di tutte le possibilita' di utilizzazione concretamente consentite dalle caratteristiche obiettive ed intrinseche dell'area, ovviamente nel rispetto della destinazione prevista dagli strumenti urbanistici. Al medesimo criterio il legislatore si e' peraltro uniformato nel dettare la nuova disciplina dell'indennita' di espropriazione, contenuta nel D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 37 (nel testo sostituito dalla L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 89, lett. a), la cui applicabilita' anche all'ipotesi di utilizzazione di un bene per scopi d'interesse pubblico in assenza di un valido provvedimento di esproprio o dichiarativo della pubblica utilita', gia' prevista dal medesimo D.P.R., art. 43, ha trovato conferma, a seguito della dichiarazione d'illegittimita' costituzionale di tale disposizione (cfr. Corte cost, sent. n. 293 del 2010), nell'arart. 42 bis, introdotto dal D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 34, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. 15 luglio 2011, n. 111.

Tali disposizioni non risultano tuttavia applicabili nel caso in esame, in quanto, oltre a postulare l'avvenuta emissione di un provvedimento di acquisizione, nella specie mai adottato, non sono riferibili, ai sensi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 57, ai progetti come quello in questione, per i quali alla data di entrata in vigore della nuova disciplina fosse gia' intervenuta la dichiarazione di pubblica utilita', indifferibilita' ed urgenza (cfr. Cass., Sez. 1, 21 ottobre 2011, n. 21867; 28 luglio 2008, n. 20543).

1.3. - Non meritano infine consenso le censure sollevate dai ricorrenti in ordine all'errata determinazione del valore di mercato dei fondi occupati, e segnatamente alla riduzione operata dalla sentenza impugnata in considerazione del tempo intercorso tra l'epoca in cui era stato consumato l'illecito e quella in cui era stata espletata la c.t.u. Ai fini della liquidazione del danno derivante dall'occupazione appropriativa, la Corte di merito ha correttamente applicato il principio, invocato dagli stessi ricorrenti, secondo cui il valore del fondo occupato dev'essere determinato con riferimento alla data in cui l'irreversibile trasformazione dell'immobile ne ha comportato la definitiva destinazione al pubblico interesse, ovvero, nel caso in cui la stessa si sia verificata nel corso dell'occupazione legittima, alla scadenza del termine fissato dal relativo decreto, che segnano il momento dell'acquisizione del diritto di proprieta' in favore dell'ente pubblico, con la corrispondente perdita da parte del privato (cfr. Cass., 11 febbraio 2008, n. 3189; 21 aprile 2006, n. 9472). Rilevato che, a conferma della stima compiuta, il c.t.u. aveva posto a confronto il predetto valore con quello attuale, corretto mediante l'applicazione di un coefficiente di devalutazione corrispondente all'apprezzamento fatto registrare dal mercato immobiliare, essa ha sottolineato che, nel procedere a tale comparazione, il consulente aveva accomunato l'andamento dei prezzi dei fondi agricoli a quello, ben piu' dinamico, dei prezzi delle aree edificabili, ed ha quindi ritenuto insufficiente la detrazione da lui effettuata, riducendo il valore indicato nelle conclusioni della relazione. Tale modo di operare si pone sostanzialmente in linea con l'orientamento di questa Corte, secondo cui l'accertamento del valore del fondo occupato, compiuto attraverso la retrodatazione del prezzo di mercato fatto registrare da immobili omogenei in un periodo diverso da quello dell'occupazione, non puo' aver luogo mediante l'applicazione degl'indici di variazione dei prezzi al consumo, i quali non tengono conto delle variabili macroeconomiche incidenti sul mercato immobiliare, ne' con riferimento all'andamento generale di tale mercato, fortemente differenziato per ambiti geografici e destinazioni, ma richiede un'indagine mirata allo specifico settore di appartenenza del bene ablato, che tenga quindi conto non solo delle fluttuazioni del valore della moneta, ma anche delle variabili collegate alla vocazione ed allo stadio di sviluppo della zona considerata (cfr. Cass., Sez. 1, 17 luglio 2012, n. 12213; 22 agosto 2011, n. 17462; 25 ottobre 2000, n. 14031). La valutazione dell'incidenza di tali variabili costituisce poi un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimita' esclusivamente per incongruenza o illogicita' della motivazione, nella specie neppure prospettate dal ricorrente.

2. - Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

PQM P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso, e condanna L.M. e L. L. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 5.200,00, ivi compresi Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge.

Cosi' deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile, 31 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2014



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