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Cassazione VI civile del 4/9/2014 n. 18715


Lavoro · civile · festivita · contratto · collettivo · permessi · nazionale · soppresse · lavoratori · giornate · ulteriore · contrattuale

fonte:http://ilcaffegiuridico.blogspot.it/2014/09/corte-di-cassazione-civile-sez-vi.html

"6. Dopo l'emanazione di quest'ultima, legge la SITA, con comunicato n. 6 del 19 febbraio 2001, dispose che, avendo la L. n. 336 del 2000, ripristinato la festivita' del 2 giugno, "i giorni di permesso retribuito, ex art. 1 dell'accordo nazionale 27 febbraio 1979, assegnati in luogo delle festivita' soppresse e quindi da aggiungersi al monte ferie annuale di cui all'art. 5 del ccnl 27 novembre 2000, saranno di conseguenza ridotti di una giornata a partire dall'anno 2001".

7. La controversia nasce per il fatto che i lavoratori contestarono la legittimita' questa disposizione aziendale. La Corte d'appello ha dato loro ragione."

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cassazione civile, Sez. VI, sentenza 4/9/2014, n. 18715;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

1. La SITA spa chiede l'annullamento della sentenza della Corte d'appello di Napoli, pubblicata il 17 febbraio 2011, che ha riconosciuto il diritto dei lavoratori ricorrenti a fruire, per il 2001, di un ulteriore giorno di permesso retribuito annuo alla stregua degli accordi confederali che regolano la materia, dichiarando illegittima la riduzione operata, con atto unilaterale, dall'azienda a decorrere dal 2001.

2. La societa' ricorre per cassazione, articolando due motivi di impugnazione. I lavoratori intimati non hanno svolto attivita' difensiva. La societa' ha depositato una memoria.

3. Prima di esaminare i due motivi, e' necessario riepilogare i fatti. La L. n. 54 del 1977 soppresse alcune festivita' religiose (Epifania, 6 gennaio; San Giuseppe, 19 marzo; SS. Pietro e Paolo, 29 giugno; Ascensione e Corpus Domini) e differi' alcune festivita' civili facendole coincidere con la domenica (la festa della Repubblica venne spostata dal 2 giugno alla prima domenica di giugno, e la festa dell'Unita' nazionale fu spostata alla prima domenica di novembre).

4. La Federazione nazionale delle imprese trasporti (FENIT) e l'associazione nazionale degli autoservizi in concessione (ANAC, oggi ANAV) stipularono con le organizzazioni sindacali nazionali di categoria un accordo collettivo nazionale, con il quale stabilirono che, a compensazione ed in luogo delle festivita' soppresse o differite, venivano attribuite ai dipendenti due giornate di ferie e congedo aggiuntive ed ulteriori quattro giornate di permesso retribuito, che divenivano cinque per il personale che fruisce annualmente di non piu' di 74 giornate di riposo e/o di non prestazione.

5. In seguito il legislatore ritorno' sul tema piu' volte, reintroducendo la festivita' dell'Epifania nel 1986 (con il D.P.R. n. 792 del 1985), quella dei SS Pietro e Paolo limitatamente al Comune di Roma, e la festivita' del 2 giugno (prima con provvedimento "una tantum" per il 1986 (L. n. 200 del 1986), poi in via definitiva (con la L. n. 366 del 2000).

6. Dopo l'emanazione di quest'ultima, legge la SITA, con comunicato n. 6 del 19 febbraio 2001, dispose che, avendo la L. n. 336 del 2000, ripristinato la festivita' del 2 giugno, "i giorni di permesso retribuito, ex art. 1 dell'accordo nazionale 27 febbraio 1979, assegnati in luogo delle festivita' soppresse e quindi da aggiungersi al monte ferie annuale di cui all'art. 5 del ccnl 27 novembre 2000, saranno di conseguenza ridotti di una giornata a partire dall'anno 2001".

7. La controversia nasce per il fatto che i lavoratori contestarono la legittimita' questa disposizione aziendale. La Corte d'appello ha dato loro ragione.

8. Con il primo motivo di ricorso la societa' denunzia "violazione e falsa applicazione della L. 5 marzo 1977, n. 54, art. 1 della L. 20 novembre 2000, n. 366, art. 1, artt. 1325, 1353, 1362, 1363, 1367, 1368, 1369 e 1371 cod. civ., nonche' dell'accordo interconfederale 27 febbraio 1979 sottoscritto tra ANAC e organizzazioni sindacali;

insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio".

9. Nel suo nucleo centrale in questo motivo si contesta alla Corte d'appello di non aver condiviso la tesi basata sull'istituto della "presupposizione", e cioe' sulla presenza nel caso in esame di "una clausola condizionale, di contenuto oggettivo esterno ai contraenti, comune alle parti e decisiva rispetto alla lex contractus" (ricorso, pag. 13).

10. Nel caso di specie, secondo la societa' ricorrente "e' indubbio, alla luce dei canoni interpretativi primari, che la soppressione ex lege delle precedenti festivita' abbia costituito il presupposto imprescindibile della volonta' negoziale di introdurre giornate aggiuntive di permesso e che, nella volonta' delle parti sociali, l'introduzione di giornate di ferie e permessi aggiuntivi abbia avuto come unica causa giustificativa e come scopo esclusivo quello di compensare l'intervento legislativo di soppressione delle predette festivita'".

11. La Corte d'appello, di conseguenza, avrebbe errato nel non riconoscere questa stretta e diretta consequenzialita' tra la soppressione delle festivita' e l'accordo collettivo con il quale le parti hanno concordato "un eguale numero complessivo di congedi e permessi" e nel non riconoscere che il ripristino come giornata festiva della festa nazionale del 2 giugno "ha fatto venir meno l'elemento che la disposizione contrattuale considerava come essenziale e determinante per il riconoscimento di ferie o permessi".

12. Contrariamente e quanto ritenuto dalla Corte, il comportamento tenuto dall'azienda sarebbe quindi legittimo, in quanto "si e' trattato di una presa d'atto della parziale inefficacia dell'accordo del 1979". La societa' avrebbe preso atto di un automatico venir meno dell'efficacia di una parte dell'accordo collettivo.

13. Con il secondo motivo la societa' denunzia "violazione e falsa applicazione degli artt. 1256, 1325 e 1464 cod. civ; omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio".

14. In questo caso si contesta alla Corte di aver omesso di pronunciarsi su di un punto controverso e decisivo per il giudizio costituito da un'ulteriore qualificazione dei fatti controversi basata sull'istituto della "causa negoziale concreta" (ricorso, pag.

18).

15. La societa', richiamando tale teorica, ritiene che la causa "in quanto interesse concretamente perseguito assume rilievo decisivo in ordine alla sorte della vicenda contrattuale in ragione di eventi sopravvenuti che si ripercuotono sullo sviluppo del rapporto, implicando l'inevitabile condizionamento del mantenimento del vincolo contrattuale al mantenimento della possibilita' di perseguimento di quell'assetto di interessi cristallizzato nel contratto stesso". La conseguenza sarebbe che non solo l'impossibilita' totale sopravvenuta della prestazione integra l'automatica estinzione dell'obbligazione e risoluzione del contratto che ne costituisce la fonte ai sensidell'art. 1463 e 1256 cod. civ., in ragione del venir meno dell'interdipendenza funzionale in cui la medesima si trova con la prestazione di controparte, ma anche lo stesso effetto consegue all'impossibilita' di realizzazione dell'interesse che il contratto e' funzionalmente diretto a soddisfare" (ricorso, pag. 20).

16. Cio' premesso, la societa' assume: nel caso di specie le parti hanno concordato l'attribuzione di un numero di giorni tendenzialmente pari a quelli che la legge aveva soppresso come festivita' al solo scopo di soddisfare l'interesse del lavoratore a mantenere inalterato il numero dei permessi ... . Ne consegue che il ripristino della festivita' ... ha determinato il venir meno della causa di attribuzione del beneficio e la consequenziale sopravvenuta invalidita' dell'accordo" o "l'inefficacia dello stesso". L'ordine di servizio avrebbe natura meramente riconoscitiva di tale invalidita' o inefficacia.

17.1 due motivi devono essere esaminati congiuntamente perche' si sviluppano su di un comune ragionamento di fondo, salvo poi differenziarsi sotto alcuni profili.

18. Deve premettersi che i piu' autorevoli autori che si sono occupati delle teoriche richiamate nel ricorso, la teoria della presupposizione e della causa in concreto, pur nelle diversita' delle ricostruzioni e delle valutazioni, hanno sempre sottolineato che si tratta di istituti non previsti dalla legge, frutto di mera elaborazione dottrinale, peraltro non univoca, il che impone di utilizzarli con la massima prudenza.

19. In queste elaborazioni dottrinali si considerano situazioni in cui le parti contrattuali hanno dettato il regolamento negoziale fondando le loro valutazioni su determinati presupposti, non esplicitati nel testo dell'accordo, ma con evidenza posti a suo fondamento, quali "condizioni inespresse" che in seguito sono venute meno.

20. Gli esempi classici sono quelli della locazione di un balcone di una casa affacciata sul piazza del Campo a Siena per il giorno del palio in caso di annullamento della manifestazione o dell'acquisto di un terreno sul presupposto della sua edificabilita' poi venuta meno.

21. Al venir meno della condizione inespressa, le conseguenze, secondo una parte della dottrina, possono essere l'inefficacia del contratto presupposto o l'invalidita' per difetto di causa in concreto. Secondo altre tesi (che hanno trovato maggior seguito in giurisprudenza), gli effetti si determinerebbero sul piano della risoluzione ex art. 1467 cod. civ. intesa come generale strumento di controllo delle sopravvenienze rispetto all'assetto di interessi tracciato dal contratto, quando la situazione di fatto presupposta al momento del perfezionamento del contratto, venga poi a mutare o non si realizzi. La societa' ricorrente non ha chiesto la risoluzione del contratto, ma lo ha direttamente ritenuto inefficace o invalido. Per affermare la legittimita' del suo atto unilaterale richiama, pertanto, il piu' radicale degli orientamenti dottrinali, nelle sue due varianti.

22.Nel caso in esame tale prospettazione non puo' trovare applicazione per vari motivi.

23.La prudenza che la dottrina, pur divisa nella ricostruzione degli istituti e degli effetti, richiede invece all'unisono, induce a ritenere che la condizione non espressa, sebbene implicita, deve essere chiara ed inequivoca e il suo venir meno deve far venir meno, in un rapporto di perfetta simmetria, la ragione del contratto. Tali requisiti mancano nella fattispecie in esame.

24. Deve, in primo luogo, sottolinearsi che nella presente controversia non si chiede di dichiarare inefficace o di risolvere il contratto. Infatti l'accordo collettivo conserverebbe la sua efficacia, perche' la societa' chiede di dichiararlo parzialmente inefficace o parzialmente invalido, riducendo di una unita' il numero dei permessi. L'inefficacia o l'invalidita' parziale di un contratto sono istituti peculiari, con disciplina specifica, di particolare delicatezza e di difficile raccordo con le teoriche della presupposizione. L'esito dell'operazione richiesta al giudice in questo caso sarebbe in realta' quello di una modifica del contenuto del contratto.

25. Tale modifica del contenuto del contratto, ammesso che sia per questa via perseguibile, potrebbe operare solo in presenza di una precisa corrispondenza tra il rimodellamento del quadro legislativo e l'assetto del regolamento contrattuale. Perche' sia ipotizzabile un meccanismo di riduzione dei permessi in ragione della reintroduzione delle festivita' soppresse, tra i due fattori vi deve essere una perfetta simmetria.

26. Al contrario, nel caso in esame si e' in presenza di un rapporto asimmetrico e sotto molti profili confuso.

27. La L. del 1977 soppresse o sposto' alla domenica sette festivita'. L'accordo collettivo del 1979 previde sei giorni di ferie o permessi aggiuntivi, che divenivano sette per alcuni lavoratori.

Manca quindi gia' in avvio una puntuale ed univoca corrispondenza, tra soppressioni e incrementi.

28. Ma poi il quadro legislativo muto': nel 1986 fu ripristinata la festivita' dell'Epifania e nel 2000 quella del 2 giugno. L'asimmetria si accentua: non vi e' puntuale corrispondenza tra soppressioni (sette), compensazioni (per alcuni lavoratori sei, per altri sette), ripristini (due) e la scelta aziendale di negare un permesso.

29. Un ulteriore elemento di confusione si rinviene poi nella lettura dell'accordo collettivo: da un lato, si afferma che i sei (o sette) giorni di ferie e permessi sono "a compensazione ed in luogo" delle festivita' soppresse o differite, dall'altro pero', richiamate le finalita' della legge che le aveva soppresse, le parti contrattuali dichiarano che, tenuto conto della peculiare natura dei servizi di trasporto e della necessita' di assicurare la piu' completa ed efficiente funzionalita' del servizio anche nella giornate gia' considerate festive, "non trovano realizzazione nei confronti delle aziende del settore le finalita' perseguite dalla legge anzidetta".

30. La simmetria perfetta che sarebbe necessaria per ipotizzare l'applicabilita' delle tesi sulla condizione non espressa, manca quindi sul piano numerico ed anche nella espressione della volonta' delle parti in ordine al rapporto tra le finalita' legislative e quelle della loro pattuizione.

31. La successiva evoluzione legislativa avrebbe potuto (forse dovuto) indurre le parti collettive ad un ripensamento della regolamentazione contrattuale, ma le organizzazioni datoriali e sindacali che avevano sottoscritto l'accordo non hanno ritenuto di operare una revisione del contenuto dell'atto sulla base delle nuove emergenze legislative. Tale revisione non puo' operarla il giudice, legittimando l'iniziativa unilaterale di un soggetto privato che non e' parte dell'accordo collettivo.

32. Perche', e qui l'applicazione di suggestive teoriche raggiungerebbe il massimo punto di imprudenza, non va dimenticato che parti del contratto collettivo sono le organizzazioni datoriali e dei lavoratori, che avevano tutti i poteri per aggiornare la regolamentazione e non lo hanno fatto. Anzi, pur avendo rinnovato piu' volte la contrattazione del settore negli anni successivi alle modifiche legislative, hanno omesso di aggiornare e ricalibrare la disciplina di questa materia.

33. Il singolo lavoratore o datore di lavoro aderente alle organizzazioni stipulanti non ha poteri modificativi della regolamentazione collettiva. Il contratto collettivo costituisce un "atto normativo" con efficacia vincolante per il singolo aderente alle associazioni stipulanti. L'unica via per sottrarsi a tale efficacia e' quella del recesso dall'associazione.

34. In conclusione, non e' possibile considerare legittimo il comportamento di una delle parti (non del contratto collettivo, ma) del contratto individuale di lavoro, che, unilateralmente, ha deciso di disapplicare parzialmente (e quindi modificare) il contenuto dell'accordo collettivo nazionale a seguito di (una delle) modifiche legislative in materia di festivita', che invece le parti collettive non hanno ritenuto idonee a determinare revisioni della disciplina dell'accordo nazionale da loro sottoscritto.

35. Il ricorso, pertanto deve essere respinto. Nulla sulle spese perche' la parte intimata non ha svolto attivita' difensiva.

36. Il ricorso e' stato notificato in data successiva a quella (31 gennaio 2013) di entrata in vigore della legge di stabilita' del 2013 (della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: "Quando l'impugnazione, anche incidentale e' respinta integralmente o e' dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l'ha proposta e' tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l'obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso".

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma del medesimo art. 13, comma 1- bis.

Cosi' deciso in Roma, il 1 luglio 2014.

Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2014



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