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Cassazione V Civile 14226 dep 8.7.2015


Ici · tributi · impresa · nozione di imprenditore · attivita' commerciale · lucro

fonte: sentenzeweb

"questa Corte ha stabilito che l'esenzione «e' limitata all'ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attivita' di religione o di culto indicate nell'art. 16, letart. a), della legge 20 maggio 1985, n. 222» (Cass. n. 24500 del 2009; v. anche Cass. n. 14530 del 2010), nelle quali non rientra l'esercizio di attivita' sanitarie (Cass. n. 14530 del 2010), didattiche (Cass. n. 20776 del 2005) o ricettive (Cass. n. 4645 del 2004) salvo che non sia dimostrato specificamente che le stesse siano svolte con modalita' non commerciali."

"gestione di una scuola paritaria i cui utenti (per quanto risulta dalla stessa sentenza impugnata) pagano un corrispettivo, che erroneamente il giudice di merito ritiene irrilevante ai fini ICI, in quanto e' un fatto rivelatore dell'esercizio dell'attivita' con modalita' commerciali. Altrettanto erroneamente il giudicante attribuisce rilievo al fatto che la gestione operi in perdita (questione assolutamente priva di rilievo, in quanto anche un imprenditore puo' operare in perdita) e ritiene che l'esenzione spetti sempre laddove l'ente si proponga finalita' diverse dalla produzione di reddito. In verita' secondo l'orientamento di questa Corte, «la nozione di imprenditore, ai sensi dell'art. 2082 cod. civ., va intesa in senso oggettivo, dovendosi riconoscere il carattere imprenditoriale all'attivita' economica organizzata che sia ricollegabile ad un dato obiettivo inerente all'attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro,"

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SENTENZA sul ricorso proposto da;

Comune di Livorno, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente do-miciliato in Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 18, presso lo Studio Grez, rappresentato e difeso dall'av. v. Paolo Macchia, giusta delega in calce al ricorso;

- ricorrente—

Contro

Istituto S. Spirito delle Salesiane di Don Bosco in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via Giuseppe Pisanelli 2, presso l'avv. Stefano Di Meo, che, unitamente all'avart. prof. Alessandro Giovannini lo rappresenta e difende, giusta delega in calce al controricorso;

controricorrente — avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regione della Toscana (Firenze — Sezione Staccata di Livorno), Sez. 10, n. 108/10/12 del 15 giugno 2012, depositata il 12 ottobre 2012, notificata il 2 novembre 2012;

Udita la relazione svolta nella Pubblica Udienza del 20 maggio 2015 dal Relatore Cons. Raffaele Botta;

Udito l'avv. Paolo Macchia per il Comune ricorrente e gli avv.ti Stefano Di Meo e Alessandro Giovannini per la parte controricorrente;

Udito il P.M., nella persona del sostituto Procuratore Generale Dotart. Tommaso Basile, che ha concluso per raccoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia concerne l'impugnazione di un avviso ai fini ICI per gli anni dal 2004 al 2009 relativamente ad unita' immobiliari per i quali

La Commissione adita accoglieva il ricorso. La decisione era confermata in appello, con la sentenza in epigrafe, avverso la quale il Comune di Livorno propone ricorso per cassazione con unico motivo. Resiste l'ente religioso con controricorso.

MOTIVAZIONE

Con l'unico motivo, l'ente locale denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 7, comma 1, lettera i), d.lgs. n. 504 del 1992 per aver ritenuto il giudice di merito applicabile l'esenzione per l'anno 2004, in base all'originaria formulazione della norma, per gli anni 2005 e 2006, in base alla nuova formulazione della stessa norma introdotta con il d.l. n. 203 del 2005, e per gli anni dal 2007 al 2009, in base alla ulteriore modificazione del norma disposta con il d.l. n. 223 del 2006.

Il motivo e' fondato.

Intanto, la formulazione originaria della norma si applica sicuramente per gli anni 2004 e 2005, essendo la riforma disposta con il d.l. n. 203 del 2005, entrata in vigore il 3 dicembre 2005, per essere poi abrogata il 4 luglio 2006, di carattere innovativo e non interpretativo; questa Corte ha stabilito che «l'art. 7, comma 2-bis, del d.l. 30 settembre 2005, n. 203 (introdotto dalla legge di conversione 2 dicembre 2005, n. 248), che ha esteso l'esenzione disposta dall'art. 7, comma 1, lett. i), del d.lgs. n. 504 del 1992 alle attivita' indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse, e l'art. 39 del d.l. 4 luglio 2006, n. 223, convertito nella legge 4 agosto 2006, n. 248, che ha sostituito il comma 2-bis dell'art. 7 cit., estendendo l'esenzione alle attivita' che non abbiano esclusivamente natura commerciale, non si applicano retroattivamente, trattandosi di disposizioni che hanno carattere innovativo e non interpretativo» (Cass. n. 14530 del 2010). Inoltre, sulla base della formulazione originaria della norma, l'esenzione «e' limitata all'ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attivita' di religione o di culto indicate nell'art. 16, letart. a), della legge 20 maggio 1985, n. 222» (Cass. n. 24500 del 2009; v. anche Cass. n. 14530 del 2010), nelle quali non rientra l'esercizio di attivita' sanitarie (Cass. n. 14530 del 2010), didattiche (Cass. n. 20776 del 2005) o ricettive (Cass. n. 4645 del 2004) salvo che non sia dimostrato specificamente che le stesse siano svolte con modalita' non commerciali.

Tale prospettiva e' punto di riferimento per la soluzione delle identiche questioni anche per gli anni successivi, in quanto la norma di cui all'arart. 7, comma 2-bis, del d.l. 30 settembre 2005, n. 203 (introdotto dalla legge di conversione 2 dicembre 2005, n. 248), che ha avuto vita breve (dal 3 dicembre 2005 al 4 luglio 2006 come si e' detto), era sospettata, non senza fondamento, di essere in conflitto con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato e con le regole sulla concorrenza: ragione per la quale essa avrebbe dovuto esser disapplicata qualora non fosse stata prontamente sostituita dall'art. 39, d.l. n. 223/2006, convertito, con modificazioni, dalla 1. n. 248/2006, con il quale e' stato stabilito che: «l'esenzione disposta dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attivita' indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale». Una modifica, quest'ultima, che non puo' essa stessa essere giudicata in linea con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di stato, come testimonia il fatto che la commissione europea sulla concorrenza abbia in proposito aperto un'indagine, per ovviare alla quale e' stato poi approvato l'art. 91-bis del d.l. n. I del 2012 (convertito con modificazioni dalla legge n. 62 del 2012). In base al comma 1 di tale norma la lettera i) dell'art. 7 del D.Lgs. n. 504 del 1992 ha il seguente testo: «gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'articolo 73, comma 1, lettera e), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, fatta eccezione per gli immobili posseduti da partiti politici, che restano comunque assoggettati all'imposta indipendentemente dalla destinazione d'uso dell'immobile, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalita' non commerciali di attivita' assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonche' delle attivita' di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222». Gli altri due commi della novella del 2012, si preoccupano di regolare le ipotesi di utilizzazione "mista" degli immobili in questione, introducendo il difficile concetto dell'attribuzione "proporzionale" del beneficio fiscale.

Nel quadro generale non puo' non restar confermato il principio gia' affermato da questa Corte, secondo cui: «l'esenzione prevista dall'art.. 7, comma primo, lett. i), del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, e' subordinata alla compresenza di un requisito oggettivo, rappresentato dallo svolgimento esclusivo nell'immobile di attivita' di assistenza o di altre attivita' equiparate, e di un requisito soggettivo, costituito dal diretto svolgimento di tali attivita' da parte di un ente pubblico o privato che non abbia come oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attivita' commerciali (art. 87, comma primo, lett. c), del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, cui il citato art. 7 rinvia). La sussistenza del requisito oggettivo deve essere accertata in concreto, verificando che l'attivita' cui l'immobile e' destinato, pur rientrando tra quelle esenti, non sia svolta con le modalita' di un'attivita' commerciale» (Cass. n. 4502 del 2012).

La prova della sussistenza del requisito oggettivo spetta al soggetto che pretende l'applicazione dell'esenzione;

«La sussistenza del requisito oggettivo — che in base ai principi generali e' onere del contribuente dimostrare — non puo' essere desunta esclusivarnente sulla base di documenti che attestino a priori il tipo di attivita' cui l'immobile e' destinato, occorrendo invece verificare che tale attivita', pur rientrante tra quelle esenti, non sia svolta, in concreto, con le modalita' di un'attivita' commerciale» (Cass. n. 5485 del 2008; sull'onere della prova gravante sul contribuente v. anche Cass. n. 27165 del 2011).

Nel caso di specie si tratta della gestione di una scuola paritaria i cui utenti (per quanto risulta dalla stessa sentenza impugnata) pagano un corrispettivo, che erroneamente il giudice di merito ritiene irrilevante ai fini ICI, in quanto e' un fatto rivelatore dell'esercizio dell'attivita' con modalita' commerciali. Altrettanto erroneamente il giudicante attribuisce rilievo al fatto che la gestione operi in perdita (questione assolutamente priva di rilievo, in quanto anche un imprenditore puo' operare in perdita) e ritiene che l'esenzione spetti sempre laddove l'ente si proponga finalita' diverse dalla produzione di reddito.

In verita' secondo l'orientamento di questa Corte, «la nozione di imprenditore, ai sensi dell'art. 2082 cod. civ., va intesa in senso oggettivo, dovendosi riconoscere il carattere imprenditoriale all'attivita' economica organizzata che sia ricollegabile ad un dato obiettivo inerente all'attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, che riguarda il movente soggettivo che induce l'imprenditore ad esercitare la sua attivita' e dovendo essere, invece, escluso il suddetto carattere imprenditoriale dell'attivita' nel caso in cui essa sia svolta in modo del tutto gratuito, dato che non puo' essere considerata imprenditoriale l'erogazione gratuita dei beni o servizi prodotti. Peraltro, ai fini dell'industrialita' dell'attivita' svolta (art. 2195, primo comma, cod. civ.), per integrare il fine di lucro e' sufficiente l'idoneita', almeno tendenziale, dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio; ne' ad escludere tale finalita' e' sufficiente la qualita' di congregazione religiosa dell'ente» (Cass. n. 16612 del 2008).

Il ricorso deve essere, pertanto, accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio della causa ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Toscana, che provvedera' anche in ordine alle spese della presente fase del giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Toscana.

Cosi' deciso in Roma, nella Camera di Consiglio D,' 20 maggio 2015.



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