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Cassazione III civile del 19 maggio 2010, n. 12276


Banche · interessi · mutui · determinazione · clausola · banche · consumerismo

fonte:http://www.gadit.it/aggiornamento.asp?id=9291

"A tal fine, premesso che come criterio di riferimento - in presenza di un’indicazione univoca che nella specie non sussiste - il prime rate, quale tasso di interesse applicato dalle banche ai migliori clienti, avrebbe anche potuto essere seguito, deve ulteriormente precisarsi che le banche possono anche applicare tassi di interesse variabile in percentuale al di sopra o al di sotto del prime rate (top rate e over rate).

"Anche sotto questo profilo, il riferimento operato dalla Corte di merito al prime rate appare sfornito di un adeguato supporto probatorio e motivazionale.

"L’erroneita' della sentenza impugnata, pertanto, e' conseguente anche all’indicazione tout-court del prime rate quale termine di riferimento, senza precisare e motivare le ragioni della scelta di un tale criterio di calcolo, piuttosto che quello che fa riferimento ai tassi praticati ai clienti ordinari."

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Svolgimento del processo

In data 30.5.1978 la societa' OMISSIS srl e OMISSIS concludevano un accordo, sottoscrivendo il relativo documento, in cui la prima si riconosceva debitrice del secondo della somma capitale di L. 78.400.000 e dichiarava che “non potendo onorare quanto sopra alla data odierna si impegna, di comune accordo con il Dr.OMISSIS , a rimborsare i sopracitati debiti maggiorati di rivalutazione e di interessi attivi composti bancari entro e non oltre il 31/12/1980 anticipando se possibile'.

A seguito di inadempimento dell’obbligo cosi' concluso, il OMISSIS agiva in sede monitoria.

Il decreto ingiuntivo non era opposto e passava in giudicato.

La procedura esecutiva promossa dal OMISSIS nei confronti della OMISSIS srl era sospesa in data 8.5.2001, per il promovimento del giudizio di accertamento del quantum debeatur, ai sensi dell’art. 512 c.p.c..

Il tribunale di Vercelli, nel giudizio cosi' instaurato a seguito dell’ordinanza emessa ai sensi dell’art. 512 c.p.c., all’esito della fase istruttoria, con sentenza del 4.2.2004, dichiarava che il credito maturato in favore del OMISSIS nei confronti della debitrice OMISSIS srl ammontava, alla data del 30.6.2003, alla somma di Euro 3.256.016,34.

Ad eguale esito perveniva la Corte d’Appello che, con sentenza del 24.5.2007, rigettava l’appello proposto dalla OMISSIS srl..

Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione affidato ad unico complesso motivo.

Resiste con controricorso il OMISSIS .

Nelle more del giudizio di cassazione la OMISSIS srl era dichiarata fallita, ed il Fallimento si costituiva regolarmente nel giudizio di cassazione presentando memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con unico, complesso motivo la ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione di una norma di diritto e, specificamente dell’art. 1284 terzo comma c.c..

Il motivo e' fondato per le ragioni che seguono.

È giurisprudenza pacifica della Corte di legittimita' quella per cui, in tema di contratti di mutuo, la convenzione relativa agli interessi e' validamente stipulata, ai sensi dell’art. 1284, comma terzo, c.c. - che e' norma imperativa - soltanto se abbia un contenuto assolutamente univoco, contenente la puntuale specificazione del tasso di interesse.

Il relativo tasso deve, quindi, risultare determinabile e controllabile in base a criteri oggettivamente indicati.

Peraltro, se il tasso convenuto sia variabile, e' idoneo, ai fini della sua precisa individuazione, il riferimento a parametri fissati su scala nazionale alla stregua di accordi interbancari, mentre non sono sufficienti generici riferimenti, dai quali non emerga, con sufficiente chiarezza, quale previsione le parti abbiano inteso richiamare con la loro pattuizione (v. per tutte Cass. 29.7.2009 n. 17679; Cass. 2.2.2007 n. 2317; Cass. 25.5.2005 n. 4095).

Il requisito della necessaria determinazione scritta degli interessi ultralegali, prescritto dall’art. 1284 c.c., peraltro, trattandosi di obbligazioni pecuniarie, puo' essere soddisfatto anche per relationem, attraverso il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purche' obbiettivamente individuabili.

Cio' vuol dire che una clausola contenente un generico riferimento alle condizioni usualmente praticate dalle aziende di credito sulla piazza puo' ritenersi valida ed univoca, solo se il riferimento per relationem sia coordinato all’esistenza di vincolanti discipline del saggio, fissate su scala nazionale con accordi di cartello; mentre e' insufficiente, a tale scopo, la clausola che si limiti ad un mero riferimento “alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza', o espressioni analoghe.

Infatti, in considerazione dell’esistenza di diverse tipologie di interessi, una clausola siffatta non consente, per la sua genericita', di stabilire a quale previsione le parti abbiano inteso concretamente riferirsi (v. anche Cass. 2.10.2003 n. 14684; Cass. 23.9.2002 n. 13823).

Nella specie, si trattava di una scrittura privata datata 30 maggio 1978, con la quale OMISSIS , in proprio e quale legale rappresentante della societa' OMISSIS , poi, dichiarata fallita, s’impegnava a rimborsare a OMISSIS la somma capitale di L. 78.400.000. oltre a rivalutazione ed ad interessi attivi composti bancaria.

Sulla base di questa scrittura privata era emesso, nei confronti della OMISSIS srl, il richiesto decreto ingiuntivo, passato in giudicato per mancata opposizione, per l’immediato pagamento dell’importo capitale indicato, oltre alla rivalutazione ed agli interessi convenzionali.

Di qui, la notificazione dell’atto di precetto per la complessiva somma di L. 739.310.900 (di cui L. 219.000.000 per rivalutazione e L. 438.750.000 per interessi convenzionali), con il conseguente promovimento della procedura esecutiva immobiliare, successivamente sospesa per la contestazione del credito da parte dell’odierna ricorrente.

Ora, la Corte d’Appello, nel confermare la sentenza di primo grado che aveva quantificato il credito del OMISSIS in Euro 3.256.016,34, ha ritenuto che la locuzione interessi convenzionali fosse da intendere quali interessi voluti dalle parti, ai sensi dell’art. 1372 c.c., e che la volonta' delle parti fosse univoca alla luce della clausola contenuta nella dichiarazione del 30.5.1978, sulla cui base la societa' OMISSIS ed il OMISSIS in proprio, in caso di insolvenza della societa', s’impegnavano “a rimborsare i sopracitati debiti maggiorati di rivalutazione e di interessi attivi bancari entro e non oltre il 31.12.1980.

A tal fine, ha valutato che l’interesse attivo composto bancario, alla luce della volonta' espressa dalle parti, fosse correlato alla concessione del prestito, ritenendo l’espressione suscettibile di unica interpretazione, non ricorrendo, nella specie, la diversa ipotesi di interesse attivo inteso quale rendimento'.

In questa ottica, ha testualmente affermato: “Invero, la parte che ha ricevuto il finanziamento, ha riconosciuto il debito ed ha promesso di restituirlo con la remunerazione degli interessi attivi per il finanziatore, indicando, quanto al metodo di determinazione degli interessi, l’interesse attivo composto bancario, onde l’oggetto del negozio era evidentemente determinabile in base alle metriche richiamate, individuate e prestabilite'; aggiungendo: “Al riguardo e' univoca la nozione di interessi composti che sono quelli calcolati anche su gli interessi maturati a scadenze intermedie rispetto al piano di durata di un prestito. All’epoca del negozio, poi, la prassi bancaria era talmente diffusa da rendere il riferimento agli interessi composti bancari espressione chiara ed inequivocabile'.

E la Corte di merito ha, sul punto, concluso che “risulta osservato l’obbligo di forma scritta previsto dall’art. 1284 c.c. per la pattuizione degli interessi in esame'.

Le argomentazioni svolte dalla Corte di merito per giungere a tale conclusione non possono essere seguite.

In primo luogo, deve ribadirsi che, ai fini di una valida pattuizione di interessi in misura superiore a quella legale, e' necessaria la forma scritta ad substantiam, e la mancanza di tale forma, che comporta la nullita' della pattuizione e l’automatica sostituzione della misura convenzionale del tasso di interesse con quello legale, e' rilevabile anche d’ufficio.

Nella specie, la pattuizione di interessi in misura superiore a quella legale e' contenuta nella scrittura privata in data 30.5.1978.

Sotto questo profilo, pertanto, risulta rispettato il disposto di cui all’art. 1284 terzo comma c.c..

Deve, pero', ulteriormente evidenziarsi che il contenuto della clausola che prevede la corresponsione di interessi superiori rispetto all’interesse legale, per essere legittima, deve essere univoca e contenere la specifica indicazione del tasso cosi' stabilito, condizione questa che puo' ritenersi soddisfatta anche per relationem, attraverso, cioe', il richiamo (per iscritto) a criteri prestabiliti e ad elementi estrinseci al documento negoziale, purche' obiettivamente individuabili, funzionali alla concreta determinazione del relativo saggio di interesse.

E nel caso in esame, tale condizione - diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di merito - non puo' ritenersi rispettata.

Il tenore della dichiarazione del 30.5.1978 - come riportata nella sentenza impugnata -, infatti, nel riconoscere il debito contratto con il OMISSIS , specifica che la societa' OMISSIS srl ed il OMISSIS , in caso di insolvenza della societa', si impegnano “a rimborsare i sopracitati debiti maggiorati di rivalutazione e di interessi attivi bancari'.

La nozione, cosi' indicata, pur facendo un chiaro riferimento alla corresponsione di interessi convenzionali, non consente di chiarirne, neppure per relationem, la relativa misura.

Non puo' infatti condividersi l’affermazione fornita dalla Corte di merito per la quale, dopo avere affermato che per interesse attivo bancario debba intendersi l’interesse attivo composto bancario, quanto al metodo di determinazione degli interessi stessi, ha ritenuto che l’interesse attivo composto bancario fosse nozione univoca, per essere gli interessi composti quelli calcolati anche su gli interessi maturati a scadenze intermedie rispetto al piano di durata di un prestito, essendo all’epoca del negozio la prassi bancaria talmente diffusa da rendere il riferimento agli interessi composti bancari espressione chiara ed inequivocabile; e, quindi l’oggetto del negozio “evidentemente determinabile in base alle metriche richiamate, individuate e prestabilite'.

La clausola contenuta nella dichiarazione richiamata, invece, non contiene alcun parametro certo per il calcolo degli interessi, non consentendo, quindi, di determinare con esattezza l’oggetto della prestazione.

Infatti, la definizione di interessi attivi composti bancari non individua un univoco metodo di determinazione degli interessi convenzionalmente stabiliti dalle parti, che non e' chiarito neppure dal riferimento agli usi ed alla prassi bancaria.

E cio' perche', in presenza di diverse tipologie di tassi praticati dagli istituti di credito, non puo' neppure considerarsi univoco il riferimento alle condizioni praticate dalle aziende di credito su piazza.

Ne' a diversa conclusione potrebbe pervenirsi in considerazione della circostanza che, nel periodo 1978 - 1984 (cui occorre fare riferimento in considerazione della data dell’accordo in esame), esistevano condizioni ed usi di generale accettazione, ai quali gli operatori commerciali potevano fare abituale riferimento.

Da un lato, infatti, alla data del 1978 non esistevano discipline vincolanti - ma soltanto adesioni volontarie - fissate su larga scala nazionale, con accordi interbancari che garantissero la totale assenza di discrezionalita' nella misura del saggio di interesse, (v. da ultimo Cass. 1.2.2002 n. 1287).

Dall’altro, poi, la genericita' dell’espressione usata nell’accordo non consente neppure di individuare a quale versante dovesse ancorarsi la determinazione dell’interesse, se cioe' con riferimento all’operazione attiva per la banca, oppure all’operazione attiva di rendimento per il cliente della banca stessa.

Sotto questo profilo arbitraria appare l’affermazione della Corte di merito che ritiene l’espressione “suscettibile di unica interpretazione, diversamente da quanto astrattamente ipotizzato dal CTU con riferimento all’istituto esaminato in via generale, non ricorrendo nella specie la (differente) ipotesi (dallo stesso CTU in astratto prospettata per definire l’istituto stesso in tutte le sue varie connotazioni) di interesse attivo inteso come rendimento (normalmente garantito dalla banca al cliente per le somme da questi date in prestito)'.

La verifica di conformita' della clausola all’art. 1284 c.c. e' stata compiuta dalla Corte di merito in modo apodittico, sul presupposto che sia sempre valida la determinazione per relationem del tasso di interesse, senza alcuna indagine sul grado di univocita' della fonte richiamata, al fine di stabilire la sua idoneita' all’esatta individuazione della previsione, cui le parti avessero inteso riferirsi, e quindi ad una oggettiva determinazione del tasso di interesse o quanto meno ad una sicura determinabilita', controllabile pur nell’ambito di una variabilita' dei tassi nel tempo, tale da resistere ad eventuali modificazioni.

La variabilita' dei tassi, nel tempo, in assenza di una sua precisazione al riguardo nella scrittura privata in oggetto, costituisce, quindi, un ulteriore profilo di incompatibilita' della previsione con il disposto dell’art. 1284 c.c., cui la Corte di merito ha erroneamente risposto con un incontrollato richiamo alle “metriche individuate e prestabilite', senza alcuna ponderazione degli elementi “fluttuanti' di calcolo.

Si ribadisce che l’esistenza di diverse tipologie di interessi non consente, per la sua genericita', ad una clausola siffatta di determinare a quale previsione le parti abbiano inteso concretamente riferirsi.

In conclusione, quindi, la clausola in esame - cosi' come predisposta dalle parti - non esibisce criteri sicuramente ed obbiettivamente rilevabili per la determinazione del tasso di interesse ultralegale, ne' la relatio agli interessi “attivi bancari', in difetto di ulteriori precisazioni, puo' ritenersi munita di sufficiente contenuto, non avendo la sentenza impugnata indicato sicuri criteri per determinare gli interessi attivi bancari (v. in questo senso anche Cass. 11.11.2005 n. 22898; Cass. 29.7.2009 n. 17679).

Il riferimento, quindi, non e', ne' oggettivo, ne' oggettivabile.

Erra, pertanto, ancora la Corte di merito, e consequenzialmente, allorche' individua, nell’ambito della prassi bancaria - alla quale ritiene faccia riferimento la dichiarazione del 30.5.1978 - nel prime rate il tasso di interesse attivo bancario piu' favorevole al debitore, rilevando che si tratta del tasso praticato normalmente dagli istituti di credito alla clientela primaria sui crediti utilizzati in conto concorrente, costituendo il livello minimo di tasso al quale il cliente puo' aspirare per i prestiti ottenuti.

A tal fine, premesso che come criterio di riferimento - in presenza di un’indicazione univoca che nella specie non sussiste - il prime rate, quale tasso di interesse applicato dalle banche ai migliori clienti, avrebbe anche potuto essere seguito, deve ulteriormente precisarsi che le banche possono anche applicare tassi di interesse variabile in percentuale al di sopra o al di sotto del prime rate (top rate e over rate).

Anche sotto questo profilo, il riferimento operato dalla Corte di merito al prime rate appare sfornito di un adeguato supporto probatorio e motivazionale.

L’erroneita' della sentenza impugnata, pertanto, e' conseguente anche all’indicazione tout-court del prime rate quale termine di riferimento, senza precisare e motivare le ragioni della scelta di un tale criterio di calcolo, piuttosto che quello che fa riferimento ai tassi praticati ai clienti ordinari.

Alla nullita' della pattuizione, consegue, quindi, che gli interessi saranno dovuti nella misura legale.

Alla determinazione del complessivo debito, con l’applicazione del tasso di interesse stabilito dalla legge, quindi, dovra' procedere il giudice del rinvio.

Quanto, poi, all’invocata nullita' del patto, sotto il profilo del divieto di anatocismo di cui agli artt. 1283 e 1382 c.c., deve rilevarsi che i rilievi evidenziati nel ricorso non sono conferenti, posto che tale profilo non e' stato preso in considerazione dalla sentenza impugnata.

Peraltro, per completezza, deve sottolinearsi che la disciplina di cui all’art. 1283 c.c. prevede che “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi'.

Gli interessi (moratori) possono, quindi, produrre interessi soltanto sulla base di una convenzione posteriore alla loro scadenza, purche' si tratti di interessi maturati per almeno sei mesi.

Diversamente, e' necessario che gli interessi sugli interessi siano richiesti in modo espresso con la domanda giudiziale, proposta dopo che gli interessi scaduti abbiano maturato la loro idoneita' a produrne altri.

In mancanza, quindi, di una convenzione successiva alla scadenza che determini un tasso diverso, gli interessi sugli interessi scaduti, chiesti dalla domanda giudiziale, sono dovuti esclusivamente nella misura legale (v. anche Cass. 2.10.2003 n. 14688).

Circostanze tutte che non possono essere valutate in questa sede, sia perche' non prese in considerazione, nei loro elementi fattuali, dalla Corte di merito, sia perche' le conclusioni raggiunte in ordine alla nullita' della clausola relativa agli interessi per indeterminatezza dell’oggetto tolgono interesse all’esame di tale ulteriore profilo.

In conclusione, il ricorso va accolto; la sentenza cassata, e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione.

Le spese vanno rimesse al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione.



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