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Cassazione I penale n.13566 del 20/03/2017


Perizia calligrafica · discordanti · decisione · successioni · appello · civile · testamento

" 4. In questa cornice ermeneutica, la sentenza di annullamento della Corte di cassazione ha disposto il rinvio affinché la Corte di appello esprimesse ex novo un giudizio sull'autenticità del documento enunciando "nel confronto tra i diversi pareri tecnici, le ragioni scientifiche e logiche che consentivano di ritenere preferibili gli uni piuttosto che gli altri"; a tal fine, la Corte milanese avrebbe potuto - ma non necessariamente - avvalersi delle consulenze già in atti, ovvero disporne una autonoma, ma avrebbe dovuto, elaborare una motivazione; infatti, non è sufficiente aderire alla sentenza di primo grado per ritenere adeguatamente soddisfatto l'obbligo motivazionale, essendo, invece, obbligo del giudice di appello quello di confrontarsi con gli elementi di fatto richiamati dall'appellante e con le ragioni di diritto dal medesimo addotte; ne' tale obbligo può essere soddisfatto dal semplice richiamo della sentenza di primo grado o da una motivazione "implicita" (laconicamente ritenendo "condivisibile" la motivazione di primo grado), che non può essere considerata come equipollente dell'esame dei punti controversi e della puntuale risposta doverosa alle argomentazioni della parte interessata."

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la seguente

SENTENZA

Il RILEVATO IN FATTO

1. Con sentenza del 7 marzo 2014, la Corte d'appello di Milano, in riforma della pronunzia assolutoria del tribunale della stessa sede del 28 settembre 2012, impugnata dal Procuratore Generale e dalle parti civili, ha condannato alla pena di mesi nove di reclusione ciascuno Sempronia Marisa e Mevio Vittorio -A) per aver formato in concorso tra loro un falso testamento olografo apparentemente redatto da Caia Renata in favore della Sempronia e in danno di Tizia Silvia, nominata erede in un precedente testamento; -B) tentata truffa ai danni di Tizia. Entrambi i reati erano stati commessi l'11 giugno 2009. Ha condannato gli imputati al risarcimento dei danni in favore di Tizia, da liquidarsi in separata sede, ed ha rigettato la domanda risarcitoria proposta da Vittorio La Sala avendo ritenuto che dal falso testamento non aveva ricevuto nessun danno.

2. La Sezione Quinta di questa Corte, investita del ricorso presentato da Sempronia Marisa e da Mevio Vittorio, con sentenza n. 15965 del 2015 ha annullato la sentenza impugnata, rinviando ad altra sezione della Corte di appello di Milano per nuovo giudizio. Richiamato l'insegnamento delle Sezioni Unite, per cui il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l'obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato (Sez. Un., n. 33748 del 12 luglio 2005, Mannino, Rv. 231679), ulteriormente ribaditi dal giudice di legittimità, la corte di cassazione ha censurato che la corte di appello non si era attenuta a questi principi, avendo proceduto direttamente all'esame del compendio probatorio senza confrontarsi con le ragioni del primo giudice che non aveva affermato la genuinità del testamento, ma si era limitato a statuire come non vi fosse prova certa della sua falsità. Ha osservato la Quinta sezione che "compito dei giudici d'appello era innanzi tutto quello di dimostrare per quale ragione tali dubbi non avessero una sufficiente base fattuale o logica idonea a sostenerli. Compito al quale la sentenza impugnata si è all'evidenza sottratta, recependo in maniera apodittica le spiegazioni e le conclusioni del CTU e dei consulenti dell'accusa e di parte civile, senza spiegare le ragioni per cui quelle di segno contrario, pure argomentate, rese dai consulenti delle difese, debbano considerarsi meno convincenti delle prime". Secondo l'arresto di legittimità, a fronte di pareri tecnici discordanti "il compito del giudice d'appello era quello di dimostrare, nel confronto tra i diversi pareri tecnici, le ragioni scientifiche e logiche che consentivano di ritenere preferibili gli uni piuttosto che gli altri. Ciò comportava la necessità innanzi tutto di analizzare le argomentazioni spese dai consulenti della difesa con il dettaglio operato dal Tribunale - analisi invece omessa - e in secondo luogo di confutarle (confutando altresì le obiezioni del primo giudice) spiegando le ragioni della preferenza accordata a quelle degli altri consulenti - confutazione solo apparentemente svolta attraverso quello che in realtà è null'altro che l'apodittico recepimento del parere di questi ultimi".

La corte di merito avrebbe dovuto anche considerare l'ulteriore insegnamento di legittimità, che aveva ripetutamente evidenziato come, "in materia di accertamenti grafologici, la presenza di pareri discordanti imponga al giudice, tenuto conto che un tale accertamento è fortemente condizionato dalla valutazione soggettiva del suo autore piuttosto che da leggi scientifiche universali, di fornire autonoma, accurata e rigorosa giustificazione delle ragioni di adesione all'una piuttosto che all'altra valutazione (Sez. 5, n. 23613 del 9 maggio 2012, Presicce, Rv. 252904)". Priva di motivazione era anche la condanna per la tentata truffa, dedotta automaticamente dalla falsità del testamento, senza alcuna verifica dell'effettiva ricorrenza degli elementi costitutivi della fattispecie contestata.

3. La Corte d'appello di Milano, giudice del rinvio, con sentenza del 28 gennaio 2016 ha confermato la sentenza assolutoria di primo grado. Ripercorsa la vicenda processuale, la corte territoriale con dichiarata adesione ai principi contenuti nella sentenza di annullamento, ha ritenuto che i motivi di impugnazione, che la sentenza cassata aveva accolto proponendo una lettura alternativa degli elementi probatori, non erano in grado di confutare la corretta motivazione del primo giudice. Osservava che: - a Mevio era stato attribuito il ruolo di ideatore del falso documento attribuito, ma gli elementi acquisiti non erano sufficienti per affermarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, attesa la semplicità della disposizione testamentaria ritenuta apocrifa, non richiedente cognizioni specifiche;

- quanto alla posizione di Sempronia, il primo giudice non aveva affermato l'autenticità del testamento in suo favore, ma si era limitato a stabilire che non vi era prova della sua falsità. Le indagini tese ad accertare l'autenticità del testamento avevano comportato la redazione di consulenze tecniche grafologiche che avevano dato esito contrapposto ed alle quali occorreva riconoscere pari dignità, fondandosi tutte su valutazioni soggettive che non trovavano basi in leggi scientifiche universali;

- non vi erano elementi di riscontro che potessero dare preferenza all'una piuttosto che all'altra tesi dei consulenti tecnici; nessuna delle due parti aveva giustificato come era venuta in possesso del testamento che la nominava erede; nessuno dei due testamenti era stato redatto in presenza di terzi ed entrambi erano stati preceduti da una consulenza di tipo legale sulle modalità di redazione dell'atto; sia la Tizia sia la Sempronia nella vita della defunta Caia avevano avuto un ruolo che giustificava una disposizione testamentaria il loro favore.

4. Il procuratore generale di Milano ricorre per cassazione sui capi relativi alla assoluzione di Marisa Sempronia e chiede l'annullamento della sentenza impugnata sulla base di tre motivi, che vengono qui sinteticamente enunciati.

4.1. Violazione di legge e vizio di motivazione: - la sentenza impugnata non aveva risposto ai motivi di appello della procura generale, integralmente riportati alle pagine 3 - 10, che aveva evidenziato che tre consulenze (Pozzi, consulente tecnico del pubblico ministero, Bravo, consulente tecnico della Tizia nella causa civile, Bellotti, consulente tecnico d'ufficio nel procedimento civile svoltosi nel contraddittorio delle parti) avevano riconosciuto apocrifo il testamento in favore di Sempronia e l'anomalia relativa alle modalità di consegna a Mevio della busta -distrutta- contenente il testamento sospetto di falsificazione.

Il ricorrente esamina quindi nel dettaglio le modalità di redazione delle consulenze che avevano concluso per la falsità del documento e richiama il ruolo di garanzia svolto dal consulente dell'ufficio.

4.2. Violazione di legge e illogicità della motivazione: - la sentenza impugnata aveva fatto erronea applicazione della legge penale sul punto della valutazione della prova e presentava vizio di motivazione nell'aver aderito alla decisione del giudice di primo grado senza tenere conto dei motivi di impugnazione; altresì erroneo e illogico l'aver ritenuto che le consulenze grafologiche si fondassero su mere valutazioni soggettive.

4.3. Violazione di legge e vizio di motivazione: - il giudice d'appello aveva disatteso la perizia d'ufficio redatta nel processo civile, omettendo, al fine di sciogliere il contrasto probatorio, di esercitare i poteri d'ufficio mediante rinnovazione dell'istruttoria.

5. Ricorrono ai soli effetti civili Vincenzo La Sala e Silvia Sara Tizia per ottenere la dichiarazione di falsità del testamento, con conseguente riconoscimento della responsabilità degli imputati e deducono: I- Violazione di legge: - il giudice d'appello avrebbe dovuto fare una scelta tra le due tesi prospettate dai consulenti di parte e dal perito d'ufficio, anziché astenersi, tenendo conto che vi erano state due sentenze civili che avevano affermato la falsità del documento. II- Violazione di legge per non aver il giudice d'appello esercitato i poteri d'ufficio rinnovando l'istruttoria dibattimentale.III- Mancanza di motivazione per aver omesso di valutare le prospettazioni delle parti che avrebbero potuto condurre ad una rivisitazione della sentenza assolutoria. Aveva errato la corte di appello nel disattendere le conclusioni di diversi consulenti senza procedere a propri accertamenti ovvero valutando la bontà delle singole consulenze. IV- Violazione di legge per aver ritenuto decaduta la parte civile La Sala dalla richiesta di risarcimento: anche se il ricorrente non aveva impugnato il capo della sentenza che aveva rigettato la sua istanza, la sentenza era stata annullata integralmente per cui doveva considerarsi inesistente. Allegano documenti.

6. Sempronia Marisa e Vittorio Mevio hanno depositato memoria contrastando i motivi del ricorso delle parti civili. Eccepiscono la decadenza della costituzione di parte civile di La Sala e chiedono la conferma della sentenza emessa dalla Corte di appello di Milano, anche sotto il profilo degli effetti civili.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Preliminarmente va rilevata l'inammissibilità dei ricorsi di La Sala e di Tizia nei confronti di Mevio.

1.1. Quanto al primo, con la sentenza del 7 marzo 2014 la Corte d'appello di Milano aveva rigettato la domanda risarcitoria proposta da Vittorio La Sala avendo ritenuto che dal falso testamento costui non avesse ricevuto nessun danno. Questo capo della sentenza non fu impugnato con il ricorso per cassazione; la sentenza fu impugnata solo da Sempronia e da Mevio. Per il principio della formazione progressiva del giudicato, la sentenza di annullamento parziale pronunziata dalla Cassazione ha esaurito il giudizio in relazione a tutte le disposizioni contenute nella impugnata sentenza e non comprese in quelle annullate, ne' ad esse legate da un rapporto di connessione essenziale. A tal fine, ai fini dell'individuazione delle parti della sentenza che acquistano autorità di cosa giudicata, occorre avere riguardo a quelle statuizioni che hanno autonomia giuridico-concettuale e, anche alle decisioni che concludono il giudizio in relazione ad una delle parti processuali. L'annullamento della sentenza della Corte di appello da parte della Corte di Cassazione è avvenuto per la carenza di motivazione: ciò non determina l'inesistenza della sentenza, come erroneamente affermato dal ricorrente, ma solo il dovere del giudice del rinvio di rendere una nuova motivazione, correggendo i vizi della decisione attraverso un nuovo esame dei fatti, salvo nell'ipotesi in cui sussista una preclusione che gli vieti di procedere ad una nuova valutazione del fatto (nello stesso senso si esprime la massima citata dal ricorrente, di cui si è omesso di riportare l'inciso finale "però il giudice del rinvio non ha tali poteri quando la Corte di cassazione, nella sentenza di annullamento, ha statuito sul punto concernente l'accertamento del fatto"). Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di somma che congruamente si determina in Euro 1500 a favore della cassa delle ammende, giusto il disposto dell'art. 616 c.p.p., così come deve essere interpretato alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 186/2000.

1.2. Relativamente alla posizione di Tizia, l'inammissibilità del ricorso in parte qua si collega alla genericità dei motivi, che non si confrontano con la motivazione della sentenza impugnata e sono privi di riferimenti alla posizione del ricorrente. Si è, infatti, esattamente osservato (Sez. 6, sentenza n. 8700 del 21 gennaio - 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584) che "La funzione tipica dell'impugnazione è quella della critica argomentata avverso il provvedimento cui si riferisce.

Tale critica argomentata si realizza attraverso la presentazione di motivi che, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 cod. proc. pen.), debbono indicare specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta. Contenuto essenziale dell'atto di impugnazione è, pertanto, innanzitutto e indefettibilmente il confronto puntuale (cioè con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta).

Il ricorso di Tizia è incentrato sul negato riconoscimento nella sentenza impugnata della falsifità del testamento, ma trascura che Mevio, imputato di essere stato l'ideatore del falso documento, è stato assolto perché nessun elemento oggettivo supportava la tesi accusatoria di aver concorso nel reato.

Non censura quindi specificamente, nei suoi vari passaggi, l'iter argomentativo percorso dai giudici di secondo (e di primo) grado per giungere all'assoluzione di Mevio ed incorre nell'inammissibilità. Consegue l'obbligo del pagamento delle spese processuali e altresì la rifusione delle spese in favore della parte civile, che ne ha fatto richiesta, liquidate come in dispositivo.

2. I motivi di ricorso illustrati dal PG di Milano e dalla parte civile relativamente alla posizione di Sempronia - congiuntamente esaminabili in ragione dell'intima connessione delle questioni dedotte - sono fondati.

La sentenza impugnata, equivocando il significato sulla soggettività dell'accertamento grafologico formulato dalla sentenza rescindente, ha ritenuto tout court che la presenza di consulenze discordanti, "di pari dignità", autorizzasse il giudice a ritenerle reciprocamente neutralizzate, così in sostanza escludendo a priori la possibilità di pervenire ad un giudizio in grado di sciogliere le incertezze sull'autografia del testamento. Ciò ha portato la corte di merito ad eludere i motivi di impugnazione del PG che, censurando la sentenza assolutoria di primo grado, nell'ottica accusatoria aveva evidenziato gli elementi, tratti dalle consulenze di parte -non spontaneità della scrittura e lentezza tipica dell'imitazione servile, evidenziata da stacchi, riprese e bottoni di sosta -, da cui inferire l'intervenuta falsificazione.

3. Tuttavia, per esplicitare il significato da attribuire al concetto di soggettività dell'accertamento, la sentenza della Quinta sezione aveva rinviato ad un proprio precedente (Sentenza n. 23613 del 2012, Presicce, Rv. 252904), in cui il detto concetto trova precisa chiarificazione, nel senso che, respinta la tesi dell'inidoneità assoluta dell'accertamento grafologico a fondare il giudizio di attribuibilità dell'atto falso ad un determinato soggetto, la presenza di elaborati difformi, "comporta che, tenuto conto della natura di tale accertamento - fortemente condizionato dalla valutazione soggettiva di colui che vi procede, piuttosto che da leggi scientifiche universali - il giudice è tenuto a fornire autonoma, accurata e rigorosa giustificazione delle ragioni per cui, in presenza di pareri discordanti, una valutazione sia preferibile a quella di segno difforme". È sancito cioè quell'obbligo di motivazione che, in tema di prova, in virtù del principio del libero convincimento, autorizza il giudice di merito a scegliere, tra le diverse tesi prospettate dal perito o dai consulenti delle parti, quella che ritiene condivisibile, purché dia motivatamente conto delle ragioni della scelta, nonché del contenuto della tesi disattesa e delle deduzioni contrarie delle parti (Cass., Sez. 4, n. 34747/2012, Rv. 253512; Cass., Sez. 4, n. 45126/2008, Rv. 241907; Cass., Sez. 4, n. 11235/1997, Rv. 209675).

4. In questa cornice ermeneutica, la sentenza di annullamento della Corte di cassazione ha disposto il rinvio affinché la Corte di appello esprimesse ex novo un giudizio sull'autenticità del documento enunciando "nel confronto tra i diversi pareri tecnici, le ragioni scientifiche e logiche che consentivano di ritenere preferibili gli uni piuttosto che gli altri"; a tal fine, la Corte milanese avrebbe potuto - ma non necessariamente - avvalersi delle consulenze già in atti, ovvero disporne una autonoma, ma avrebbe dovuto, elaborare una motivazione; infatti, non è sufficiente aderire alla sentenza di primo grado per ritenere adeguatamente soddisfatto l'obbligo motivazionale, essendo, invece, obbligo del giudice di appello quello di confrontarsi con gli elementi di fatto richiamati dall'appellante e con le ragioni di diritto dal medesimo addotte; ne' tale obbligo può essere soddisfatto dal semplice richiamo della sentenza di primo grado o da una motivazione "implicita" (laconicamente ritenendo "condivisibile" la motivazione di primo grado), che non può essere considerata come equipollente dell'esame dei punti controversi e della puntuale risposta doverosa alle argomentazioni della parte interessata.

Il giudice di secondo grado deve, con motivazione non apparente e immune dai vizi logici della contraddittorietà e della manifesta illogicità, confrontarsi quantomeno con quegli elementi e quelle ragioni indicate dalle parti pubblica e privata, sotto comminatoria di inammissibilità, e, più esaustivamente, con la correttezza giuridica e di merito del punto della decisione investito da quel motivo, tenendo conto dell'intero contenuto del fascicolo del giudizio di primo grado e non solo di quanto argomentato dal giudice di primo grado.

5. Va altresì rilevato che il primo giudice aveva accuratamente -pagg. 19- 28- esaminato le consulenze redatte in favore dell'imputata, esprimendo il giudizio non già che non vi erano le prove della falsità, ma che le conclusioni dei consulenti della difesa Magni e Caselli erano condivisibili per cui "non vi è prova della sussistenza dei fatti ascritti agli imputati". Così che, anche sotto questo aspetto, il non liquet pronunciato dal giudice di appello è contraddittorio e manifestamente illogico, essendosi dal tribunale dimostrato che, pur al cospetto di valutazioni discordanti, era comunque possibile dare una risposta di giustizia.

6. La sentenza deve essere conseguentemente annullata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Milano, che, in piena libertà di valutazione, si atterrà ai principi fissati da questa Corte, anche in relazione alla contestazione di cui al capo B) verificando l'effettiva ricorrenza degli elementi costitutivi della fattispecie contestata.

p.q.m.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Sempronia le rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Dichiara inammissibile il ricorso di Tizia Silvia Sara nei confronti Mevio Vittorio e condanna la ricorrente a rifondere a favore dell'imputato le spese del presente giudizio che liquida in euro 6000 complessivi, oltre accessori come per legge. Dichiara lu.ctuto inammissibile il ricorso d



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