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Cassazione II civile Ordinanza n.10872 del 07/05/2018


Professionista · eccessivo lavoro · deontologia · notaio · certificazione iso

"Era risultato accertato che il notaio Tizio manteneva un «gravissimo ed eccessivo carico di lavoro», che nell';anno 2014 lo aveva portato alla stipula di ben 3.489 atti a raccolta, con incrementi rispetto al passato considerati anomali per la loro entità. Un tale carico aveva comportato la necessità di far luogo alla stipula, per altro, nella stessa giornata in città diverse, in media, di quasi sedici e, comunque, non meno di undici (considerando i sabati come lavorati) atti al giorno;"

"Con la seconda incolpazione, in apprezzabile misura dipendente dall';eccessività del carico, concernente la violazione dell'art. 147, lett. a), legge notarile, in relazione all'art. 2671, comma 1, cod. civ., si era addebitato al Tizio il «notevole ritardo» con il quale era solito far luogo alle trascrizioni, rivestendo, per contro, la tempestività un valore certo in termini di sicurezza dei traffici, prevenendo abusive trascrizioni col doloso concorso dell'alienante, così salvaguardando il risparmio delle famiglie.

La condotta avveduta e diligente, inoltre, avrebbe contributo a salvaguardare la tenuta del sistema assicurativo collettivo del Consiglio nazionale del notariato, gravato dai sinistri denunciati, a cagione della diffusa violazione della regola di condotta di cui detto. "

" il principio di stretta tipicità dell'illecito, proprio del diritto penale, non trova applicazione nella materia disciplinare forense, nell';ambito della quale non è prevista una tassativa elencazione dei comportamenti illeciti non conformi, ma solo quella dei doveri fondamentali, tra cui segnatamente quelli di probità, dignità e decoro (art. 5 Codice Deontologico Forense), lealtà e correttezza (art. 6 cod. cit.), (...) la cui violazione, da accertarsi secondo le concrete modalità del caso, dà luogo a procedimento disciplinare. (...) "

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ORDINANZA

sul ricorso 24432-2016 proposto da: Tizio P., elettivamente domiciliato in ROMA VIALE IPPOCRATE 33, presso lo studio dell'avvocato MASSIMO NUCARO AMICI che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati CRISTINA POTOTSCHNIG, FEDERICO PERGAMI; /7

- ricorrente

- contro CONSIGLIO NOTARILE DI MILANO, elettivamente domiciliato in ROMA, V. S1STINA 42, presso lo studio dell'avvocato FRANCESCO GIORGIANNI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati REMO DANOVI, MATTEO GOZZI;

- controricorrente

- non chè contro PROCURATORE GENERALE PRESSO CA MILANO, PROCURATORE PRESSO TRIBUNALE MILANO;

- intimati

- avverso l'ordinanza n. /847/2016 della CORTE D'APPELLO

0) di MILANO, depositata il 11/07/2016; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 30/01/2018 dal Consigliere GIUSEPPE GRASSO; udito l'Avvocato PERGAMI Federico difensore del ricorrente che ha chiesto l'accoglimento del ricorso; udito l'Avvocato GOZZI Matteo difensore del resistente che ha chiesto l'inammissibilità o il rigetto del ricorso; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale DOTT. SERGIO DEL CORE che ha concluso per l'inammissibilità o per il rigetto, in subordine per l'accoglimento per guanto di ragione del ricorso.

FATTI DI CAUSA

La Corte d'appello di Milano, con ordinanza depositata 1'11 luglio 2016, in parziale accoglimento del reclamo proposto dal notaio P. Tizio avverso la decisione della Commissione amministrativa regionale di disciplina notarile per la Lombardia, resa pubblica il 15 dicembre 2015, ridusse la sanzione disciplinare della sospensione dall';esercizio delle funzioni notarili da dieci a complessivi otto mesi, di cui sette mesi per la violazione del principio della personalità della prestazione e uno per la tardiva registrazione degli atti raccolti, confermando nel resto la statuizione reclamata.

In sintesi, per quel che qui rileva, la Commissione di disciplina aveva giudicato il notaio colpevole:

a) di aver violato l'art. 47, comma 2 e 147, comma 1, lett. b), legge notarile, in relazione all'art. 36 del codice deontologico (capi 1 e 2, violazione del principio della personalità della prestazione per abnorme attività di stipula);

b) di aver violato l'art. 147, comma 1, lett. a), legge notarile (capo 3, limitatamente all'intempestiva esecuzione delle formalità di trascrizione).

La Corte d'appello, giudicata manifestamente infondata l'eccezione d'incostituzionalità, sollevata dal professionista, dell'art. 147, lett.

a) e b), legge notarile, in relazione all'art. 36 del codice deontologico, per la indeterminatezza delle condotte disciplinarmente rilevanti, con conseguente violazione del principio di legalità, per contrasto con gli artt. 3, 25, 117, comma 1, Cost., 7 e 8, CEDU e 1 protocollo addizionale, n. 1 e disattesa le eccezioni di giudicato e d'intempestività dell'azione disciplinare, ricostruì, in sintesi, nei termini che seguono la vicenda.

Era risultato accertato che il notaio Tizio manteneva un «gravissimo ed eccessivo carico di lavoro», che nell';anno 2014 lo aveva portato alla stipula di ben 3.489 atti a raccolta, con incrementi rispetto al passato considerati anomali per la loro entità. Un tale carico aveva comportato la necessità di far luogo alla stipula, per altro, nella stessa giornata in città diverse, in media, di quasi sedici e, comunque, non meno di undici (considerando i sabati come lavorati) atti al giorno; il che, secondo calcoli presuntivi, tenendo conto di una velocità di lettura comprensibile per le parti dei documenti negoziali e dell'obbligo per il notaio di procedere a tutte le attività connesse alla stipula, ivi incluso il fondamentale compito d'indagare la volontà degli stipulanti, allo scopo di far sì che attraverso una corretta forma giuridica resti assicurata la serietà e certezza degli effetti tipici dell'atto e del risultato pratico conseguito, rendeva evidente che il reclamante, a dispetto della discolpa proclamata, non aveva assicurato la personalità della prestazione. Con la seconda incolpazione, in apprezzabile misura dipendente dall';eccessività del carico, concernente la violazione dell'art. 147, lett. a), legge notarile, in relazione all'art. 2671, comma 1, cod. civ., si era addebitato al Tizio il «notevole ritardo» con il quale era solito far luogo alle trascrizioni, rivestendo, per contro, la tempestività un valore certo in termini di sicurezza dei traffici, prevenendo abusive trascrizioni col doloso concorso dell'alienante, così salvaguardando il risparmio delle famiglie.

La condotta avveduta e diligente, inoltre, avrebbe contributo a salvaguardare la tenuta del sistema assicurativo collettivo del Consiglio nazionale del notariato, gravato dai sinistri denunciati, a cagione della diffusa violazione della regola di condotta di cui detto. Nel merito, riferisce la Corte lombarda, che l'incombente, nel mese di luglio 2014, era stato adempiuto mediamente in cinque giorni, ma ad agosto dello stesso anno, in 21,7 giorni, a settembre, in 6,8 giorni, ad ottobre, in 6 giorni e a novembre, in 5,1 giorni. Nel 2015, in concomitanza con le dimissioni di una dipendente, si era registrato un incremento del ritardo assai allarmante, protrattosi per svariati mesi (da gennaio ad aprile di quell'anno i giorni occorrenti erano risultati, in media, mai inferiori a 24,6 giorni).

La circostanza che l'ultimo prolungato incremento potesse ricollegarsi in qualche misura alle dimissioni dell'impiegata viene considerata dal Giudice del reclamo circostanza non scriminante, quanto, piuttosto, sintomatica di «una precaria organizzazione dello studio notarile». Avverso la predetta statuizione l'interessato propone ricorso per cassazione, corredato da sette motivi di censura.

Il Consiglio Notarile del Distretto lombardo ha depositato controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrative e allegato documenti.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente dedica il primo motivo, con il quale formalmente si duole della violazione o falsa applicazione degli artt. 47, co. 2 e 147. co. 1, lett. a) e b), legge notarile, in riferimento all'art. 36 del codice deontologico e agli artt. 3, 25, 117, Cost., 7 e 8, CEDU, 1, protocollo addizionale n. 1 CEDU, in relazione all'art. 360, co. 1, n. 3, cod. proc. civ., nonché omesso esame di un fatto controverso e decisivo, alla riproposizione dell'eccezione d'incostituzionalità, rigettata, per manifesta infondatezza dalla Corte d'appello, nonché, alla parimenti disattesa eccezione di giudicato.

1.1. La questione è manifestamente infondata.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 18/2003 (nello stesso senso, si veda la sentenza n. 234/2015), investita della legittimità costituzionale della sanzione massima della destituzione del notaio, colpito da determinate condanne penali, insegna, a proposito della individuazione normativa degli illeciti penali presupposti: «Questi illeciti sono stati selezionati, nell';ambito della vasta area del diritto penale, individuando fatti che in linea astratta sono suscettibili di spezzare la fiducia che la collettività ripone nel corretto esercizio delle pubbliche funzioni attribuite al notaio. L'astrattezza di un simile criterio, già temperato dalla rigorosa delimitazione delle ipotesi applicative, trova un rilevante correttivo nel giudizio dell'organo disciplinare, che infligge la destituzione, anche in conseguenza dei reati indicati dall';art. 159, comma 3, della legge n. 89 del 1913, soltanto se ciò è richiesto dal peculiare episodio della vita.

Tale giudizio così è sottratto alla "molteplicità dei comportamenti possibili nell';area dello stesso illecito penale" (sentenza n. 16 del 1991) per essere riconsegnato alla dimensione individualizzante che è richiesta dal principio di uguaglianza.

Il divieto che la disposizione impugnata oppone alla riabilitazione, pertanto, non può ritenersi manifestamente irragionevole a causa dell'automatismo legale che introduce, perché opera soltanto se si è ritenuta in concreto congrua, per i limitati casi oggetto di tipizzazione normativa, una sanzione disciplinare che comporta la definitiva destituzione del notaio. Si può soggiungere (...) che per la medesima ragione tale divieto non trova ostacoli nella consolidata interpretazione che la Corte dei diritti dell'uomo dà dell'art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (...) poiché esso non è la conseguenza automatica di un fatto, cui la legge riconnette effetti lesivi del diritto della persona a svolgere un'attività professionale.

La compressione di tale diritto deriva dal giudizio disciplinare, è la conseguenza di un'accertata incompatibilità tra la condotta e la professione, è impugnabile in sede giurisdizionale, ed è ritenuta dalla legge necessaria per preservare l'integrità della funzione notarile, che sarebbe compromessa ove i consociati potessero anche solo dubitare della affidabilità di chi è preposto a certificare gli atti con valore di pubblica fede». Nonostante la non esatta corrispondenza con il posto quesito, non par dubbio che la interpretazione costituzionale valorizzi la funzione, prima che integrativa, valoriale delle regole deontologiche, espressione, come più avanti si riprenderà, del sentire sociale interpretato dalla stessa categoria di appartenenza, che trova qualificato momento valutativo nel giudizio disciplinare. Le S.U. (sent. n. 27996, 16/12/2013), affrontando la tematica in relazione alla materia disciplinare, sia pure forense, hanno spiegato che la questione risulta destituita di fondamento « alla luce della costante giurisprudenza di queste S.U.(v.,in/particolare, sent.nn.19042002, 10601/2005, 37/2007, 23020/2011), secondo cui il principio di stretta tipicità dell'illecito, proprio del diritto penale, non trova applicazione nella materia disciplinare forense, nell';ambito della quale non è prevista una tassativa elencazione dei comportamenti illeciti non conformi, ma solo quella dei doveri fondamentali, tra cui segnatamente quelli di probità, dignità e decoro (art. 5 Codice Deontologico Forense), lealtà e correttezza (art. 6 cod. cit.), (...) la cui violazione, da accertarsi secondo le concrete modalità del caso, dà luogo a procedimento disciplinare. (...) Nel caso di specie, dunque, correttamente il C.N.F., sulla scorta di un incensurabile apprezzamento dei fatti accertati e di adeguata valutazione degli stessi, alla stregua dei citati doveri di probità e correttezza professionale, ha confermato l'illiceità della condotta (...) , che, sebbene non pervenuta alla "consumazione", nel senso preteso dal ricorrente secondo un'improponibile accezione penalistica (richiedente la verificazione di un "evento"), è stata ritenuta chiaramente finalizzata a realizzare un comportamento espressamente vietato dal citato codice deontologico (...)». Plurime sono le decisioni dello stesso segno riguardanti, nello specifico, la responsabilità disciplinare dei notai. Una volta che risulti assicurato che l'incolpazione disciplinare sia riconducibile alle previsioni enucleate dall';art. 147 della legge notarile, non appare esigibile una costruzione strettamente tipica degli illeciti, nel rispetto delle scelte discrezionali del legislatore (cfr. Sez. 6-3, n. 12995, 24/7/2012, Rv. 623417).

Non è, infatti, dubbio che l'art. 147 della legge n. 89 del 1913 individua con chiarezza l'interesse meritevole di tutela (dignità e reputazione del notaio, decoro e prestigio della classe notarile) e determina la condotta sanzionabile in quanto idonea a compromettere l'interesse tutelato, condotta il cui contenuto, sebbene non tipizzato, è integrato dalle regole di etica professionale e, quindi, dal complesso dei principi di deontologia oggettivamente enucleabili dal comune sentire di un dato momento storico; ne consegue, da un lato, che la norma menzionata è rispettosa del principio di legalità ex art. 25 Cost. (peraltro attinente alla sola materia penale), e dall';altro che la concreta individuazione della condotta disciplinarmente rilevante, da parte del giudice di merito, non è sindacabile dalla Corte di cassazione, il cui controllo di legittimità sull'applicazione, da parte del giudice del merito, di concetti giuridici indeterminati e clausole generali può solo mirare a verificare la ragionevolezza della sussunzione in essi del fatto concreto (Sez. 6-3, n. 4720, 23/3/2012, Rv. 622116); riferendosi, peraltro, a precetti extragiuridici, ovvero a regole interne alla categoria, e non ad atti normativi (Sez. 3, n. 3287, 15/2/2006, Rv. 587638). Si è soggiunto che «l'art. 147, lett.

a) L.N. prevede una fattispecie disciplinare a condotta libera, all'interno della quale è punibile ogni condotta, posta in essere sia nella vita pubblica che nella vita privata, idonea a compromettere l'interesse tutelato, il che si verifica ogni volta che si pone in essere una violazione dei principi di deontologia enucleabili dal comune sentire in un determinato momento storico (Cass. 2006/ 12113; 2003/ 10683). Pertanto deve escludersi che il verificarsi del clamore nella comunità, integri un elemento costitutivo di tale illecito e che, tanto meno, occorra la prova della sua esistenza» (Sez. 6-3, n. 21203, 22/9/2011).Assai di recente le S.U., hanno avuto modo di precisare che «Esclusa la possibilità di applicare agli illeciti disciplinari, sic et simpliciter, i risultati interpretativi conseguiti dalla dottrina e dalla giurisprudenza in materia penale (l'unica relativamente alla quale il principio di legalità, previsto dall';art. 1 c.p., assume dignità costituzionale), resta cionondimeno da verificare quali siano i termini in cui il principio di legalità (e, con esso, di tassatività e determinatezza della fattispecie "incriminatrice") debba essere inteso nel settore oggetto di indagine.

In una visione prospettica che riconduca a coerenza le norme di cui agli artt. 135, 136, 144 e 147 legge notarile - nell';ambito della novella adottata in attuazione dell'articolo 7, comma 1, lettera e), della legge 28 novembre 2005, n. 246, sicuramente ispirato ad una valorizzazione del principio di legalità - occorre una ricostruzione delle fattispecie che più che in chiave di tipicità ovvero di atipicità degli illeciti, crei una connessione diretta tra la previsione di condotte vietate e la disciplina delle sanzioni» (sent. n. 25457, 26/10/2017). Questa Sezione (n. 4206, 5/2/2016), dando continuità ai precedenti arresti, ha, fra l'altro, affermato: «Occorre premettere che nella giurisprudenza di questa Corte si è affermato che, in tema di illeciti disciplinari previsti a carico di chi esercita la professione notarile, l'art. 147, lettera a), della legge notarile, prevede una fattispecie disciplinare a condotta libera, all'interno della quale è punibile ogni comportamento, posto in essere sia nella vita pubblica che nella vita privata, idoneo a compromettere l'interesse tutelato, il che si verifica ogni volta che si ponga in essere una violazione dei principi di deontologia enucleabili dal comune sentire in un determinato momento storico (Cass., Sez. VI-3, 13 ottobre 2011, n. 21203; Cass., Sez. Il, 21 gennaio 2014, n. 1170).

Il citato art. 147, lettera a) - da intendersi quale norma di chiusura del sistema a fondamento del quale è posto il rapporto complesso ed articolato tra il notaio e l'ordinamento statuale - legittimamente configura come illecito disciplinare condotte che, ancorché non tipizzate, siano comunque idonee a ledere la dignità e la reputazione del notaio nonché il decorso e il prestigio della classe notarile, e ciò onde evitare che violazioni dei doveri anche gravi possano sfuggire alla sanzione disciplinare, essendo d'altra parte la predeterminazione e la certezza dell'incolpazione affidate ad una clausola generale il cui significato è compreso dalla collettività in cui il giudice disciplinare opera.

La norma menzionata - del tutto rispettosa del principio di legalità, anche in punto di previsione delle sanzioni applicabili (Cass., Sez. II, 28 agosto 2015, n. 17266), e quindi conforme ai parametri costituzionali evocati dal ricorrente - rimette agli organi di disciplina l'individuazione in concreto delle condotte che possano provocare discredito alla reputazione del singolo notaio e, per suo tramite, all'intera categoria professionale, essendo riservato al giudice un controllo di legittimità, rivolto a verificare la ragionevolezza della sussunzione nella clausola generale del fatto concreto (Cass., Sez. VI-3, 23 marzo 2012, n. 4720)».

In conclusione, può solo aggiungersi, ad ulteriore chiarimento e precisazione, che la natura, lo scopo, le ripercussioni della disposizione disciplinare, ponendosi in ambito estraneo al diritto penale, per scelta normalmente non censurabile del legislatore, pur sempre soggetta al principio di legalità ed imparzialità amministrativa, non trova limite rigido e invalicabile nel principio di tipicità, valevole, nella sua assolutezza, solo per il rimprovero penale. Nel caso in esame, peraltro la condotta vietata, non suscita dubbi di non previa conoscibilità, trovando la norma primaria più che soddisfacente integrazione nel puntuale codice deontologico, rivolto ad una platea di soggetti perfettamente in grado, per la qualificata professionalità, di coglierne perimetro e valenza: non può, infatti, non ribadirsi che lo strumento deontologico è frutto di un potere di autodeterminazione normativa elaborato dalla stessa categoria professionale di appartenenza.

1.2. Quanto, poi, al preteso contrasto con la Carta europea dei diritti dell'uomo e l'art. 1 del Protocollo addizionale, e, quindi, dell'art. 117, Cost., deve osservarsi quanto appresso. Sgombrato il campo dal richiamo all'art. 1 del Protocollo, dedicato alla protezione della proprietà, non avente, quindi, attinenza con la materia oggetto d'esame, anche l'evocazione degli artt. 7 e 8 della Convenzione non coglie nel segno. Gli argomenti spesi appalesano la non interferenza della regolamentazione dell'illecito disciplinare notarile con il principio valevole in materia d'imputazione penale nulla poena sine lege, inteso dal ricorrente in termini di stretta tipicità, di cui all'art. 7.

Ancor meno pertinente deve ritenersi il richiamo dell'art. 8, posto a tutela delle libertà fondamentali (domicilio, corrispondenza), peraltro, con maggior incisività garantiti dalla Carta costituzionale, nonché alla riservatezza, che non appaiono in alcun modo neppur messi in pericolo dall';esercizio dell'azione disciplinare professionale. A conferma di quanto sopra può essere utile richiamare, della Corte di Strasburgo, la decisione resa nella causa Varvara c. Italia - ricorso n. 17475/09 (sentenza 29.10.2013) - peraltro in relazione al ben più delicato settore penale -, la quale ha precisato '

...

6.3. Nel resto, a fronte di accertamenti disciplinari, che hanno dato luogo alle conclusioni sopra sunteggiate (imponente quantità di stipulazioni in luoghi diversi nel corso della stesa giornata, tali da non consentire neppure una serena lettura degli strumenti e, comunque, da impedire il fondamentale compito informativo e delucidativo affidato al notaio rogante), il ricorrente a lungo indugia in congetturali letture alternative dei fatti e adduce giustificazioni inconferenti (non avere procurato vizi formali degli atti redatti, aver ottenuto la certificazione ISO 9001).

...

6.7. Infine, occorre soffermarsi sull'art. 47, comma 2, legge notarile. Il Tizio enfatizza le implicazioni derivanti dalla modifica apportata alla disposizione con la legge n. 246/2006. Il testo originario disponeva: «Spetta al notaio soltanto di indagare la volontà delle parti e dirigere personalmente la compilazione integrale dell'atto». A seguito della novella: «Il notaio indaga la volontà delle parti e sotto la propria direzione e responsabilità cura la compilazione integrale dell'atto». Dal mutamento il ricorrente ha tratto il convincimento del non essere più necessaria la «onnipresenza, fisica e permanente del Notaio»; dovendosi abbandonare la visione vecchia e superata del --neoformalismo procedimentale», in favore di una nuova figura e funzione

notarile, che non necessita più di un notaio che «appare», ma che «parla di sé (...) attraverso la qualità dei suoi atti che attesta anche la personalità della prestazione attraverso un'efficiente gestione della sua presenza». Si tratta di un modello manageriale futuribile, allo stato contrastante con la legge, nel quale il notaio assegnerebbe la certificazione fideifacente e il ruolo di alto consulente dei contraenti, a un complesso organizzato aziendale, nel quale non sia prevista la sua presenza certificatoria, ma solo la sua supervisione. Esula dal tema qui in esame chiedersi cosa resterebbe del ruolo che la tradizione giuridica italiana assegna al notaio, che, a questo punto non troverebbe giustificazione di ruolo; quel che la Corte reputa decisivo è che un tal modello non è vigente e non trova appiglio di sorta nella ricordata modifica. Con la stessa, infatti, la legge, preso atto delle esigenze attuali di dare sfogo adeguato a traffici negoziali sempre più diffusi, ma sovente richiedenti strumenti sempre più complessi, permette al notaio, al quale resta attribuito il compito non delegabile di indagare la volontà delle parti, nel senso e al fine che si è già detto, senza rinunciare al ruolo fondamentale di direzione, al quale corrisponde la personale responsabilità, di essere collaborato da personale di fiducia nella compilazione dell'atto, che, tuttavia, si deve svolgere in sua presenza. Non c'è spazio, dunque, per un ruolo in cui il notaio "non appaia", come vorrebbe il ricorrente, limitandosi ad una gestione mediata o indiretta dello studio; al contrario, "deve apparire", e non solo "parlare" con i propri atti, in quanto a lui, e non a non meglio individuati collaboratori, è affidato il sigillo dell'attestazione, facente fede a querela di falso e il compito di alta consulenza di cui s'è detto immediatamente sopra.

...

Il notaio ove, per eccesso di stipule e/o per una non adeguata organizzazione dello studio, violi non occasionalmente la prescrizione (secondo un giudizio discrezionale di merito) incorre nella ipotesi disciplinare. L'illecito in parola resta integrata per il solo fatto del non episodico od occasionale ritardo, senza che occorra accertare la verificazione di un danno per le parti stipulanti. L'ipotesi non va confusa con la trascrizione dopo i trenta giorni, la quale, anche se costituisce fatto isolato, espone il notaio a responsabilità civile, disciplinare e tributaria. Sulla scorta degli accertamenti di merito è da escludere che il disservizio fosse dipeso da eventi occasionali e/o straordinari: la scarsa cura per una tempestiva trascrizione, infatti copre, come ha rilevato la Corte d'appello, un arco temporale significativo e, in ogni caso, specie tenuto conto dell'imponente massa di stipulazioni, l'organizzazione dello studio s'era dimostrata assai carente; a maggior ragione se la difficoltà fosse stata da attribuire, come assume il ricorrente, alle dimissioni di una sola impiegata.



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