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Sentenza Cassazione Civile 21-02-2003, n. 2637, Sez. I -


Estromissione da assemblea societaria di socio cooperativa

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La sig.ra F. V., socia della C. E. G. B. a r.l., con citazione notificata in data 8 giugno 1987 convenne detta società in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma. Chiese che fossero annullate, o dichiarare nulle, le deliberazioni assembleari assunte in data 30 aprile 1985, 22 aprile 1986 e 16 aprile 1987, con cui erano stati approvati i bilanci della società riguardanti, rispettivamente, gli esercizi 1984, 1985 e 1986, e si era disposto il ripianamento dei disavanzi di bilancio; chiese altresì che fosse dichiarata nulla la disposizione contenuta nell'art. 16 dello statuto sociale, a tenore della quale sono ammessi a partecipare all'assemblea solo i soci non morosi verso la società, e che fosse accertata l'illegittima applicazione di detta clausola nei propri confronti in occasione della summenzionata deliberazione assembleare del 16 aprile 1987.

La cooperativa convenuta si costituì in giudizio per resistere alle anzidette domande.

Il tribunale respinse tutte le domande e condannò l'attrice a rifondere le spese processuali in favore della società convenuta.

Chiamata a pronunciarsi sul gravame proposto dalla sig.ra V., la Corte d'appello di Roma, con sentenza emessa il 1 giugno 1999, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato nulla l'anzidetta clausola dello statuto, limitatamente alla previsione secondo cui "le assemblee sono composte da tutti i soci non morosi verso la società". Ha rigettato, per il resto, le domande dell'appellante e compensato per intero tra le parti le spese di entrambi i gradi del giudizio.

Nel motivare tale decisione la corte ha premesso che l'impugnazione proposta dalla sig.ra V. avverso le deliberazioni assembleari sopra menzionate era da ricondurre alla previsione dell'art. 2379 c.c., onde non poteva trovare accoglimento l'eccezione preliminare con cui la società appellata aveva chiesto fossero dichiarate inammissibili le domande introdotte dall'attrice oltre il termine di decadenza previsto dall'art. 2377 c.c.. Quanto al merito, tuttavia, la corte ha ritenuto che tali domande non fossero accoglibili in quanto le denunciate irregolarità dei bilanci in parte apparivano ormai superate ed in altra parte non erano tali da incidere sulla chiarezza e sulla veridicità dei bilanci medesimi. Da accogliere invece, secondo la corte d'appello, era la domanda volta a far dichiarare la nullità della già prima riferita clausola statutaria, essendo consentito limitare eventualmente il diritto di voto del socio moroso ma non impedirgli la partecipazione all'assemblea, essenziale per la regolare costituzione di questa e rilevante per il calcolo del quorum costitutivo. Non ne derivava, però, anche la declaratoria d'invalidità della deliberazione assembleare del 16 aprile 1987, assunta senza che la socia impugnante avesse potuto parteciparvi, giacché una domanda specifica in tal senso non era stata da costei in primo grado formulata, né - attesa l'infondatezza delle censure di merito precedentemente riferite - una simile domanda sarebbe stata sorretta da adeguato interesse.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre la sig.ra V., formulando quattro motivi di censura. Resiste con controricorso la C. E. G. B., proponendo altresì ricorso incidentale articolato in tre motivi, al quale la ricorrente principale ha replicato depositando, a propria volta, un controricorso ed una successiva memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I ricorsi debbono essere riuniti, siccome diretti avverso il medesimo provvedimento, secondo quanto dispone l'art. 335 c.p.c.

2. Il ricorso principale proposto dalla sig.ra V. investe, mediante il primo motivo, la statuizione con cui la corte d'appello, pur avendo dichiarato nulla la clausola dello statuto della C. E. G. B. che nega il diritto di partecipare all'assemblea ai soci morosi, ha ritenuto di non poter pronunciare la nullità o l'annullamento della deliberazione assunta dall'assemblea di detta società il 16 aprile 1987, quantunque a quell'adunanza fosse stato impedito alla ricorrente di partecipare proprio in forza di detta clausola.

Il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale si appuntano, invece, contro la reiezione delle domande con cui l'attrice aveva chiesto fossero dichiarate nulle le deliberazioni assembleari di approvazione dei bilanci riguardanti gli esercizi 1984, 1985 e 1986 per illiceità di detti bilanci; ed in particolare investono il significato del termine "disavanzo di competenza", ed i suoi risvolti nel caso di specie, nonché la mancata ammissione di un'ulteriore consulenza tecnica a suo tempo richiesta.

Il quarto motivo del medesimo ricorso attiene alla mancata pronuncia del giudice d'appello in ordine alla richiesta di restituzione di somme versate dall'appellante alla controparte, in esito alla sentenza di primo grado, a titolo di spese processuali.

I tre motivi del ricorso incidentale concernono invece, rispettivamente, la reiezione dell'eccezione preliminare di decadenza per decorso del termine entro cui il socio può impugnare deliberazioni assembleari della società, ai sensi dell'art. 2377, secondo comma, c.c., la declaratoria di nullità della citata clausola statutaria in tema di partecipazione dei soci morosi all'assemblea ed, infine, la statuizione con cui la corte territoriale ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

3. Conviene esaminare anzitutto i due primi motivi del ricorso incidentale, che si presentano come logicamente preliminari rispetto ai diversi temi sollevati con il ricorso principale.

3.1 Con il primo di detti motivi - come già accennato - la C. G. B. si duole del fatto che la corte territoriale abbia disatteso l'eccezione di inammissibilità delle domande con cui l'attrice aveva impugnato le deliberazioni assembleari di approvazione dei bilanci d'esercizio sopra ricordati. L'affermazione che in proposito si legge nella sentenza d'appello - secondo cui si tratterebbe di impugnazione per illiceità del bilancio e, dunque, di una fattispecie riconducibile ad una delle ipotesi di nullità contemplate dall'art. 2379 c.c., rilevabile da chiunque vi abbia interesse senza limiti di tempo - sarebbe contraddetta da quanto poi la stessa corte ha accertato: cioè dal fatto che quei bilanci non erano invece falsi, né comunque illeciti.

La doglianza - che si riferisce unicamente alle domande dell'attrice volte a far dichiarare l'invalidità delle deliberazioni approvative dei bilanci per vizi intrinseci dei bilanci medesimi - non coglie nel segno.

E' evidente l'equivoco tra i requisiti di ammissibilità della domanda, che qui dipendono dal suo oggetto per come esso è prospettato, e la sua fondatezza nel merito. Le domande volte a far dichiarare la nullità di una deliberazione assembleare per illiceità o impossibilità dell'oggetto (ex art. 2379 c.c.), a differenza di quelle con cui se ne chieda l'annullamento per contrarietà alla legge o all'atto costitutivo (ex art. 2377 c.c.), non sono soggette a particolari termini di decadenza. Proposte che esse siano, in qualunque tempo, da parte di chi vi abbia interesse, debbono dunque essere esaminate nel merito; saranno poi accolte o rigettate a seconda che i vizi denunciati dall'attore risultino o meno fondati. Ma non è certo dalla valutazione circa l'esistenza o l'inesistenza in concreto di tali vizi che può farsi discendere la qualificazione del tipo di domanda proposta, né dunque il regime di decadenza che, a seconda di tale qualificazione, risulta applicabile.

3.2. Il secondo motivo del ricorso incidentale si appunta sulla declaratoria di nullità della clausola sedici dello statuto sociale.

Come già ricordato, tale clausola prevede, nella sua prima parte, che le assemblee sono composte da tutti i soci non morosi verso la società; ed è stata ritenuta illegittima dalla corte d'appello per l'indebita compressione che ne deriverebbe ai diritti partecipativi dei soci. La cooperativa si duole di tale decisione, assumendo che essa è frutto di un'interpretazione meramente letterale della surriferita clausola e che, alla stregua di quanto indicato invece nella seconda parte di essa (ove si ribadisce che l'assemblea regolarmente costituita rappresenta la totalità dei soci e che le delibere adottate in conformità della legge e dell'atto costitutivo sono obbligatorie per tutti i soci), si sarebbe invece dovuto pervenire alla conclusione che ai soci morosi era stato vietato solo di votare, e non anche di intervenire, in assemblea.

La doglianza, nei termini prospettati, è inammissibile.

Con essa, infatti, né si evidenzia un errore di diritto in cui il giudice di merito sarebbe incorso, né si identifica un vizio di insufficiente, omessa o contraddittoria motivazione dell'impugnata sentenza. La ricorrente incidentale, viceversa, si limita a prospettare una propria interpretazione della contestata clausola statutaria, difforme da quella operata da giudice a quo. Ma ciò, in sede di legittimità, non è consentito (cfr., tra le tante, Cass. 15185 del 2001).

4. E' dunque possibile passare all'esame del ricorso principale, il cui primo motivo, teso a denunciare errori di diritto e vizi di motivazione dell'impugnata sentenza, come già detto si rivolge in particolare contro la statuizione con la quale la corte d'appello, dopo aver dichiarato la nullità della clausola dello statuto della C. E. G. B. che nega il diritto di partecipare all'assemblea ai soci morosi, ha escluso di poter far discendere da ciò anche la declaratoria di nullità o l'annullamento della deliberazione assembleare del 16 aprile 1987, quantunque a quell'adunanza fosse stato impedito alla ricorrente di partecipare proprio in forza di detta clausola.

Per esaminare compiutamente tale mezzo di ricorso è opportuno preliminarmente rilevare che la corte d'appello ha sorretto la propria conclusione sul punto con due argomenti, ciascuno dei quali autonomamente in grado di fondare la decisione. Il primo, avente carattere preliminare, è che non sarebbe stata originariamente proposta dall'attrice un'esplicita e specifica domanda di annullamento (o di declaratoria di nullità) della menzionata deliberazione per vizio di costituzione dell'assemblea conseguente all'applicazione di detta illegittima clausola statutaria. Il secondo argomento, di rincalzo, si ricollega al fatto che - come chiarito in un altro punto della medesima sentenza - la deliberazione assunta nella circostanza dall'assemblea della cooperativa non presenterebbe i vizi di merito denunciati dalla socia impugnante: il che renderebbe costei priva di un adeguato interesse a far valere l'accennato vizio di costituzione dell'assemblea.

La ricorrente censura entrambe tali rationes decidendi, che vanno prese in esame separatamente.

La prima di esse è criticata dalla ricorrente sotto due profili. Anzitutto, in termini fattuali, perché si assume non esser vero che nelle conclusioni prospettate dall'attrice (poi appellante) nel giudizio di merito non fosse ravvisabile una domanda volta a far valere l'invalidità dell'anzidetta deliberazione come conseguenza dell'illegittima esclusione della sig.ra V. dall'assemblea. In secondo luogo perché, trattandosi di un vizio implicante addirittura l'inesistenza giuridica dell'assemblea, o comunque la radicale nullità dei suoi deliberati, se ne sarebbe dovuto comunque tener conto d'ufficio.

4.1. Conviene subito sgombrare il campo da quest'ultima considerazione, che non è condivisibile.

Il potere del giudice di rilevare d'ufficio l'eventuale nullità (o inesistenza) di un atto negoziale - come in più occasioni questa corte ha avuto modo di precisare - va infatti coordinato con il principio della domanda, fissato dagli art. 99 e 112 c.p.c.. Ne deriva che soltanto quando la nullità si ponga come ragione di rigetto della pretesa attorea, per essere l'atto elemento costitutivo della domanda, essa può essere rilevata dal giudice in qualsiasi stato e grado del giudizio, indipendentemente dall'iniziativa delle parti; qualora, invece, sia la parte a chiedere la dichiarazione di invalidità di un atto ad essa pregiudizievole, la pronuncia del giudice deve essere circoscritta alle ragioni di legittimità enunciate dall'interessato e non può fondarsi su elementi rilevati d'ufficio o tardivamente indicati, configurandosi in questa ipotesi la nullità come elemento costitutivo della domanda dell'attore che si pone come limite assoluto alla pronuncia giurisdizionale (cfr., tra le altre, Cass. n. 13628 del 2001, Cass. n. 10498 del 2001, e Cass. n. 12644 del 2000).

Quand'anche, perciò, fosse condivisibile l'assunto della ricorrente che ravvisa nel caso in esame una ipotesi di nullità (o addirittura d'inesistenza) dell'anzidetta deliberazione assembleare, non ne deriverebbe che essa avrebbe potuto esser rilevata d'ufficio nel presente giudizio.

4.2. Il secondo dei due indicati profili di censura, nel ribadire che la domanda di cui si discute era ben ravvisabile nelle conclusioni rassegnate dalla parte, prospetta un vizio di omessa pronuncia dell'impugnata sentenza, per essere stato in essa erroneamente affermato che detta domanda non era stata invece proposta e per essersi da ciò dedotto che non vi era un obbligo del giudice di provvedere al riguardo. Si verte, quindi, in tema di violazione dell'art. 112 c.p.c..

La doglianza è fondata.

Dalla lettura dell'impugnata sentenza non si evince, invero, un sia pur sintetico contributo ermeneutico da cui possa desumersi che la corte d'appello abbia vagliato il tenore delle richieste formulate dalla parte ed abbia escluso di potervi ravvisare anche la specifica domanda di cui ora si discute. La corte territoriale si è limitata assiomaticamente ad affermare che l'invalidità della deliberazione assembleare impugnata "non è stata invocata dall'appellante sotto questo specifico profilo", trascurando però di dar conto in alcun modo del fatto che, viceversa, il giudice di primo grado si era espressamente pronunciato anche sul merito di quella domanda. La quale, infatti, era ben individuabile anche nelle conclusioni formulate dall'appellante e riportate nell'epigrafe della stessa sentenza di secondo grado: ove si legge che, dopo aver chiesto fosse dichiarata nulla la clausola dello statuto sociale impeditiva della partecipazione dei soci morosi all'assemblea, l'appellante aveva anche richiesto una pronuncia da cui risultasse che detta disposizione statutaria "non è applicabile a F. V. ed è stata illegittimamente applicata il 16.4.1987". Espressione, quest'ultima, che non si saprebbe come intendere se non, appunto, come volta a far valere una causa di invalidità della deliberazione in quella data assunta dall'assemblea per esservi stata l'appellante esclusa in applicazione della clausola statutaria illegittima.

4.3. L'errore che inficia la prima delle sue argomentazioni su cui si fonda la decisione in esame della corte d'appello rende necessario soffermarsi sulla seconda (e subordinata) ratio decidendi: quella, cioè, riferita alla mancanza di un adeguato interesse della socia impugnante a far valere l'indicato vizio di costituzione dell'assemblea da cui ella era stata esclusa. Ratio decidendi che la ricorrente critica anzitutto, in radice, assumendo essere il suo interesse insito nel fatto stesso che la deliberazione assembleare impugnata era affetta da vizi insanabili; inoltre per il difetto di motivazione in cui la corte territoriale sarebbe incorsa nel giudicare dell'esistenza dei disavanzi di bilancio in ordine ai quali era stata asserita la morosità di essa ricorrente.

Reputa la corte che la doglianza, nei limiti appresso precisati, sia fondata.

In una situazione nella quale venga impedito illegittimamente ad un socio di partecipare all'adunanza dell'assemblea - situazione corrispondente a quella in esame, come accertato dalla stessa corte d'appello - è impossibile negare a quel medesimo socio l'interesse ad impugnare i deliberati dell'assemblea proprio in relazione al suddetto motivo di illegittimità. Il suo interesse, in tal caso, non si identifica con un'esigenza di astratta legalità, ma discende, per un verso, dal fatto che egli ha diritto a poter concorrere alla formazione della deliberazione dell'organo assembleare (e ciò non solo attraverso l'esercizio del voto, ma anche con la partecipazione alla discussione e con l'eventuale richiesta di informazioni e chiarimenti), per altro verso dal rilievo che la deliberazione assunta con il concorso dei soli soci formanti la maggioranza in tanto vincola legittimamente anche gli assenti ed i dissenzienti in quanto sia stata assunta "in conformità della legge e dell'atto costitutivo", come espressamente indica l'art. 2377, comma 1°, c.c.

Donde consegue che il socio assente o dissenziente da una qualsivoglia deliberazione idonea a spiegare nei suoi riguardi un qualche effetto ha pieno titolo ed indubbio interesse a far accertare che quella deliberazione, in quanto non rispettosa della legge e perciò invalida, non è in grado di vincolarlo. Ed, a questo specifico fine, è irrilevante stabilire di qual natura sia il vizio di legittimità da cui la deliberazione è affetta, perché quanto osservato vale sia per le deliberazioni meramente annullabili, cui più specificamente si riferisce il citato art. 2377, sia, a maggior ragione, per quelle affette da nullità assoluta ex art. 2379 c.c. o addirittura giuridicamente inesistenti.

Per tali assorbenti rilievi, la decisione impugnata dev'esser, sul punto, annullata.

5. Il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale - con cui la ricorrente censura l'impugnata sentenza per non aver esaminato il significato del termine "disavanzo di competenza" ed i suoi risvolti nel caso di specie, e per non aver dato corso ad una richiesta di ulteriore consulenza tecnica - sono inammissibili.

La ricorrente, infatti, non chiarisce adeguatamente quali fossero le indicazioni in proposito risultanti dai bilanci della società, né quali i motivi di invalidità che essa aveva individuato in tali bilanci: il che impedisce di ricostruire in modo logico e completo in questa sede il senso della sua doglianza, del resto palesemente attinente al merito e, come tale, sottratta ad ogni possibilità di vaglio diretto da parte di questa corte. Ed è superfluo aggiungere che le maggiori specificazioni contenute al riguardo nella memoria depositata ai sensi dell'art.

378 c.p.c. non valgono certo a sanare tali difetti di ammissibilità del dedotto motivo di ricorso, il quale deve essere infatti compiutamente esposto nel ricorso medesimo e non nella successiva memoria, per sua natura non idonea ad ampliare o integrare il contenuto dell'originario motivo d'impugnazione e neppure a specificare il motivo dedotto in maniera vaga ed indeterminata (cfr., tra le tante, Cass. 15505 del 2000, Cass. 15112 del 2000 e Cass. 8373 del 1997).

E' del pari inammissibile, per analoghe ragioni, la censura riguardante la consulenza tecnica e l'omessa reiterazione di indagini tecniche già espletate. I temi in proposito sollevati, ed in particolare le ragioni per le quali - a parere della ricorrente - la decisione della corte d'appello non sarebbe stata coerente con le risultanze delle indagini tecniche precedentemente disposte ed avrebbe, semmai, implicato la necessità di svolgerne altre, investono questioni di fatto e valutazioni di merito cui questa corte non può indulgere.

Manca, per il resto, una specifica e precisa individuazione dei punti decisivi delle vertenza, in ordine ai quali la motivazione dell'impugnata sentenza sarebbe contraddittoria o carente, e delle ragioni per le quali le questioni variamente invocate assumerebbero, nella specie, un carattere sicuramente decisivo.

6. L'ultimo motivo del ricorso principale è volto a denunciare il vizio di omessa pronuncia in cui sarebbe incorsa la corte d'appello per aver del tutto trascurato la domanda con cui l'appellante aveva richiesto il rimborso di quanto corrisposto alla controparte a seguito della decisione della sentenza di primo grado in punto di spese processuali.

Il motivo è fondato.

La natura del vizio denunciato impone a questa corte di esaminare gli atti processuali a tal fine rilevanti. Ne emerge che, effettivamente, nell'atto di appello a suo tempo proposto, la sig.ra V. ha sostenuto di aver corrisposto alla controparte le spese di consulenza tecnica ed una quota delle altre spese processuali liquidate nella sentenza di primo grado; ed ha espressamente chiesto la condanna di parte appellata, oltre che "alle spese del doppio grado", anche alla rifusione di quanto da lei appellante già pagato. Siffatta richiesta non è riportata nell'epigrafe della sentenza di secondo grado, né di essa si fa cenno nel corpo di detta sentenza, ma nulla invero consentiva di ritenerla abbandonata o comunque superata, poiché nel precisare le proprie richieste prima della rimessione della causa in decisione la difesa dell'appellante aveva richiamato le conclusioni contenute nell'atto di appello senza eccezione o limitazione alcuna.

Anche sotto questo profilo la sentenza di secondo grado dovrà, dunque, essere annullata per consentire alla corte d'appello di provvedere sulla domanda in questione.

7. Resterebbe da prendere in esame il terzo ed ultimo motivo di ricorso incidentale, con cui si censura, sotto il profilo della equanimità, la statuizione in tema di compensazione delle spese di lite.

L'accoglimento del ricorso principale, nei limiti sopra indicati, e la conseguente necessità di un giudizio di rinvio, in cui il regime delle spese di lite sarà oggetto di nuova valutazione, priva però tale ultima doglianza di qualsiasi concreto ed attuale interesse e ne determina - per tale assorbente e preliminare ragione - la sopravvenuta inammissibilità.

7. In conclusione, l'impugnata sentenza deve essere cassata in relazione al primo ed al quarto motivo del ricorso principale.

Il giudice di rinvio - individuato in altra sezione della corte d'appello di Roma - provvederà in ordine alla domande riferite nei due predetti motivi di ricorso e, quanto alla prima di esse, si atterrà al seguente principio di diritto: "il socio di una cooperativa al quale, in applicazione di una clausola statutaria illegittima, non sia stato consentito di partecipare ad un'assemblea in cui siano state adottate deliberazioni idonee a spiegare un qualche effetto nei riguardi di detto socio, è fornito di adeguato interesse a far valere il suaccennato vizio di costituzione dell'assemblea e la conseguente illegittimità delle deliberazioni ivi adottate".

Lo stesso giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte, riuniti i ricorsi: a) accoglie, per quanto di ragione, il primo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigettando gli altri; b) rigetta il ricorso incidentale; c) cassa l'impugnata sentenza, in relazione ai motivi di ricorso accolti, e rinvia la causa ad altra sezione della corte d'appello di Roma, cui demanda di provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.



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