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LICENZIAMENTO - GIUSTA CAUSA - FATTISPECIE DI ATTIVITA' DI SCOMMESSE CLANDESTINE RACCOLTE NELL'AZIENDA

(Cassazione - Sezione Lavoro - Sent. n. 11430/2000 - Presidente V. Mileo - Relatore P. Stile )

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Pretore di Roma, depositato il 18 gennaio 1994, L. C., dipendente dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato dal 22 agosto 1968, addetto alla preparazione dei sigilli per conto dell'ENEL presso lo stabilimento di Tor Sapienza, premetteva di avere ricevuto in data 22 giugno 1991 1ettera di sospensione dal servizio in attesa dell'esito degli accertamenti di polizia in corso nei suoi confronti.

Deduceva inoltre che con lettera del 9 1uglio 1991 gli era stata mossa una contestazione disciplinare, con la quale si faceva presente che, in data 21 giugno 1991, veniva eseguita una perquisizione da parte di alcuni agenti e funzionari della Polizia di Stato, nell'armadietto spogliatoio del dipendente dello Stabilimento Officina Carte valori, F. M., dove venivano rinvenute ricevute di giocate clandestine raccolte all'interno dell'Istituto, ricevute autocopianti in bianco, ciclostilati illustranti le regole del lotto clandestino, ed un quaderno con sopra nominativi con a fianco di ciascuno di essi cifre relative alle giocate effettuate.

Si precisava in detta lettera che, in tale occasione, il C. , insieme al F., veniva colto in flagranza di reato nelle vicinanze della sede dell'Istituto, mentre a bordo di un'autovettura gli venivano consegnate dallo stesso F. numerose ricevute riguardanti scommesse clandestine, nonché una somma di denaro; che analoghe perquisizioni con esito confermativo dell'attività del lotto clandestino erano state effettuate anche presso lo Stabilimento di via Tor Sapienza, ove esso C. prestava servizio, e che in proposito lo stesso ebbe a dichiarare di essere addetto al ritiro delle giocate e dei relativi proventi raccolti nell'ambito del Poligrafico; che la vicenda aveva avuto un'ampia eco su vari quotidiani, i quali avevano indicato l'Istituto come una delle principali sedi del gioco clandestino e ricevitoria del toto nero.

Aggiungeva che, terminato l'iter disciplinare, era stato licenziato con effetto immediato con lettera del 26 luglio 1991 e che avendo chiesto di conoscere i motivi che avevano determinato il provvedimento, gli era stato allo scopo trasmesso in data 5 agosto 1991 stralcio della relazione del 25 luglio 1991 al Comitato Esecutivo, in cui, dopo la ricostruzione dei fatti, si evidenziava come essi comportassero il venir meno dell'elemento fiduciario, insito nel rapporto di lavoro, gravemente e irreparabilmente leso.

Soggiungeva che, contrariamente a quanto contestatogli, nessun procedimento penale era stato iniziato nei suoi confronti; che nel suo armadietto era stato rinvenuto solo un pacco di fogli bianchi; che non aveva mai impiegato le strutture aziendali per la raccolta di scommesse clandestine né aveva raccolto scommesse clandestine nello stabilimento o abusato, ai fini del gioco clandestino, della qualità di dipendente; che la sospensione era illegittima, in quanto in contrasto con l'art.43 del Regolamento del personale; che il licenziamento era inefficace per mancata comunicazione dei motivi, nonché illegittimo e nullo per carenza di giusta causa e giustificato motivo e per violazione dell'art.7 Stat. Lav., essendo la contestazione intempestiva, infondato l'addebito e la sanzione adottata in violazione del diritto di difesa e sproporzionata. Chiedeva quindi di essere reintegrato nel posto di lavoro.

Instauratosi il contraddittorio l'Istituto resisteva al ricorso, del quale chiedeva il rigetto. In particolare, deduceva, con riferimento alla sospensione, che la stessa non era stata adottata in forza dell'art.43 del Regolamento del Personale, ma del potere del creditore di sospendere la prestazione, tanto è vero che era stato corrisposto non l'assegno alimentare, ma il trattamento retributivo completo; replicava alle altre contestazioni; richiamava le responsabilità del dipendente, risultanti dal rapporto della Questura di Roma; evidenziava la gravità dei fatti ed il nocumento all'immagine aziendale.

Con sentenza del 15 novembre 1994 il Pretore dichiarava illegittimo sia il provvedimento di sospensione che il licenziamento, con le ulteriori statuizioni di legge, osservando che l'Istituto aveva contestato al dipendente di avere utilizzato strumenti e locali di lavoro per il compimento dell'attività illecita; che non esisteva la prova che la raccolta delle giocate fosse avvenuta all'interno dei locali; che non esisteva la prova dell'eco avuta dalla vicenda all'esterno e, quindi la lesione dell'immagine aziendale; che la inflitta sanzione era sproporzionata al fatto accertato, commesso al di fuori dei luoghi di lavoro e senza attinenza con le mansioni.

Avverso tale pronuncia proponeva appello l'Istituto evidenziandone la erroneità.

Il C. resisteva, riproponendo le eccezioni disattese dal Pretore.

Con sentenza del 15 gennaio-10 luglio 1997, l'adito Tribunale di Roma accoglieva il gravame, rigettando le domande proposte dal C. con l'atto introduttivo.

Osservava che la sospensione dal servizio era avvenuta, non in base all'art.43 del Regolamento, ma in base al potere generale del creditore di rifiutare la prestazione, stante la gravità dei fatti emersi tant'è che era avvenuto l'integrale pagamento della retribuzione in ragione della unilateralità della decisione; che la contestazione degli addebiti, così come effettuata, era tempestiva e non presentava equivoci; che non vi era stata alcuna violazione del diritto di difesa per non essere stato il difensore del C. ammesso a presenziare alle giustificazioni, essendo stata del tutto rispettata sia la previsione di legge che quella di Regolamento; che i fatti contestati risultavano provati dal rapporto-informativa della Questura di Roma del 22 giugno 1991 versato in atti facente fede fino a querela di falso e, comunque, mai contestato dal C.; che i medesimi fatti giustificavano la risoluzione immediata del rapporto di lavoro.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre il C. sulla base di cinque motivi.

Resiste l'I.P.Z.S. con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo mezzo di impugnazione il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt.1, 2 e 5 legge 604/66, 112 c.p.c., 2697 c.c., nonché difetto di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia (art.360 nn. 3 e 5 c.p.c.), lamentando che il Tribunale di Roma, nella motivazione della sentenza impugnata, non aveva chiarito se era stato ritenuto accertato che il C. svolgeva l'attività illecita contestatagli all'interno dello stabilimento ovvero che si limitava a concorrere, dall'esterno, con quella svolta all'interno da altri dipendenti.

Ove pertanto si fosse dovuto ritenere che il convincimento del Tribunale era nel senso che l'attività di raccolta delle giocate fosse svolta dal lavoratore all'interno dello stabilimento ed impiegando le strutture aziendali, la motivazione sul punto risulterebbe viziata da una erronea applicazione delle norme sull'onere probatorio gravante sul datore di lavoro, ai sensi dell'art.5 della legge 604/66, dal momento che l'Istituto non aveva provato che l'attività illecita in questione fosse stata svolta all'interno dello stabilimento e con uso delle attrezzature aziendali, né aveva articolato mezzi istruttori idonei a dimostrare tale circostanza.

Qualora, invece, si fosse dovuto pervenire alla conclusione che il Giudice a quo aveva ritenuto accertato solo che il C. concorreva con altri dipendenti cui era imputabile l'abuso di strutture aziendali, e sufficiente tale prova a giustificare il licenziamento, la decisione sarebbe viziata da violazione dell'art.2 della legge n.604/66 delimitando i motivi del licenziamento (comunicati dal datore di lavoro, ai sensi dell'art.2 della legge n.604/66) la materia del contendere nel successivo giudizio di impugnazione del licenziamento, con conseguente impossibilità del giudice di porre a base del proprio sindacato fatti diversi da quelli contestati.

Nel caso di specie, a fronte della contestazione al lavoratore dell'abuso dei locali aziendali e degli strumenti di lavoro per la raccolta delle giocate clandestine sarebbe stata ritenuta giudizialmente accertata solo la circostanza di fatto del concorso con altri dipendenti che tale abuso avrebbero commesso all'interno dell'azienda, in violazione non solo del richiamato art.2 della legge n.604/66, ma anche dell'art. l 12 c.p.c.

I1 motivo è infondato.

Invero, contrariamente all'assunto del ricorrente, il requisito della "specificità" o della "precisione" della contestazione -come in più occasioni affermato da questa Corte- non è integrato dalla certezza dei fatti addebitati ma dalla idoneità della stessa a realizzare il risultato perseguito dalla legge, cioè a consentire una puntuale difesa da parte del lavoratore; e, a tal fine, é soltanto necessario che la contestazione individui i fatti addebitati con sufficiente precisione, anche se sinteticamente, per modo che non risulti incertezza circa l'ambito delle questioni sulle quali il lavoratore é chiamato a svolgere la sua difesa (Cass. 23 gennaio 1998 n. 624, e nello stesso senso Cass. n. 2238 del 1995; Cass.n. 9400 del 1993; Cass. n. 1000 del 1993).

Nella specie, il Tribunale ha preliminarmente chiarito che gli addebiti mossi al dipendente dall'I.P.Z.S. risultanti dalla lettera di contestazione, erano i seguenti: a) essere stato colto in flagranza di reato nelle vicinanze della sede dell'Istituto, mentre a bordo di una vettura gli venivano consegnate da altro dipendente numerose ricevute relative a scommesse clandestine ed una somma di denaro; b) l'aver dichiarato di essere addetto al ritiro delle giocate e dei proventi raccolti nell'ambito del Poligrafico; c)l'aver utilizzato, avvalendosi del rapporto di lavoro, gli ambienti di lavoro e le strutture dell'Istituto per svolgere un'attività che, a prescindere dalla rilevanza penale, era gravemente lesiva del rapporto fiduciario; d) l'avere arrecato nocumento al prestigio, al decoro ed all'immagine dell'Istituto.

Il Giudice a quo, tuttavia, non ha mancato di dare atto che il C. , nel ricorso al Pretore, aveva evidenziato che nell'armadietto da lui utilizzato quale dipendente dell'Istituto, ed oggetto di perquisizione da parte delle; forze dell'ordine, erano stati rinvenuti solo fogli in bianco, contestando quindi; di avere impiegato le strutture aziendali per la raccolta di scommesse clandestine, di avere raccolto scommesse clandestine nello stabilimento e di avere abusato della qualità di dipendente ai fini del gioco clandestino.

Ha infine concluso che dal "rapporto-informativa" della Questura di Roma allegato agli atti di causa, facente fede fino a querela di falso, e mai contestato dal lavoratore quanto ai fatti ivi trascritti, risultavano comprovati gli addebiti riportati ai punti a) e b), giacché nel documento, dopo la descrizione dell'antefatto e delle modalità di intervento, si leggeva che "il C. , che spontaneamente dichiarava di essere l'addetto al ritiro delle giocate e dei proventi riguardanti il Poligrafico, veniva a sua volta trovato in possesso della somma contante di lire 310.000, a suo dire proveniente da ulteriori giocate clandestine". Doveva pertanto ritenersi acclarato che il C. , il quale operava presso lo stabilimento di Tor Sapienza, era stato sorpreso in orario non di lavoro mentre attendeva il complice all'esterno dello stabilimento di Piazza V. dove si era recato per ritirare le giocate (schedine e somme) realizzate presso il Poligrafico, fungendo egli da collettore di tutte le giocate stesse.

Egualmente provato era anche l'addebito di cui al capo d), giacché la diffusione della notizia ed il clamore suscitato dall'accadimento, con conseguente lesione dell'immagine e del prestigio aziendale trovava pieno riscontro negli articoli di giornale prodotti nel fascicolo dell'Istituto, riproducenti cronache apparse su tre quotidiani (Tempo, Messaggero, Corriere della Sera) e su un periodico (La voce del Tabaccaio).

Quanto all'addebito di cui al punto c) il Tribunale ha ritenuto accertato che l'attività penalmente illecita, "alla quale il ricorrente ... concorreva quale ricevitore e custode delle schedine e delle somme", era stata posta in essere all'interno dei locali del datore di lavoro. Pertanto, senza con ciò smentire l'assunto del C. , secondo cui nel proprio armadietto erano stati rinvenuti solo fogli in bianco, ha proceduto alla valutazione dei fatti, come acclarati, nella loro complessità, facendone discendere quel giudizio di idoneità a concretizzare la lesione dell'elemento fiduciario che è alla base del rapporto di lavoro.

Ha, infatti, osservato in proposito il Tribunale che era risultato con certezza che il ricorrente era coinvolto con ruolo da protagonista in un'attività vietata dall'ordinamento e per la quale era stato aperto procedimento penale; che egli operava alla dipendenze di un datore di lavoro cui era per legge demandata un'attività del tutto peculiare (stampa di carta moneta, di francobolli di valori bollati, ecc.), e la cui funzione istituzionale era quella di tutelare la pubblica fede; che dette caratteristiche richiedevano un elevato grado di fiducia nei confronti del dipendente, cioè la sicurezza da parte del Poligrafico che il personale avesse rigoroso senso del dovere, correttezza ed onestà, ed evitasse comportamenti trasgressivi, penalmente rilevanti; che trattavasi di caratteristiche del rapporto fiduciario che, in ragione della richiamata funzione istituzionale, apparivano addirittura doverose nei confronti della collettività.

Elementi tutti, questi, che giustificavano pienamente la sanzione espulsiva, considerando che il comportamento extralavorativo del dipendente, se di regola è irrilevante ai fini della lesione del vincolo fiduciario che è alla base del rapporto di lavoro, può acquisire rilievo al richiamato effetto qualora presenti una particolare gravità oppure esiga, in ragione di peculiari caratteristiche della prestazione, un più ampio margine di fiducia, esteso anche alla serietà della condotta privata, il cui venir meno menoma l'idoneità professionale, cui si riferisce l'art.8 Stat.lav.

Così argomentando l'impugnata sentenza, ad avviso della Corte, non è incorsa nei vizi denunciati, né sotto il profilo della violazione di legge né sotto quello di difetto di motivazione.

Sotto il primo profilo, infatti, chiarito che la funzione della previa contestazione dell'addebito, richiesta dall'art.7 Stat. per i licenziamenti qualificabili come disciplinari, e quella di consentire al lavoratore una puntuale difesa, è innegabile che nella specie - come lo stesso Tribunale ha evidenziato, richiamando le difese del lavoratore - l'esercizio di tale imprescindibile diritto ha trovato piena realizzazione, a nulla rilevando una non perfetta corrispondenza tra fatti contestati e fatti accertati.

Nella irrogazione di una sanzione disciplinare, invero, l'eventuale discrepanza tra i fatti contestati e quelli accertati - sempre che non si risolva in una divergenza tale da rendere del tutto estranee le due configurazioni - non costituisce di per sé causa di illegittimità della sanzione, potendo, invece, acquisire rilevanza nel successivo giudizio di proporzionalità tra sanzione applicata e infrazione come acclarata, ove si ritenga che i fatti dimostrati non giustifichino la sanzione in concreto inflitta.

Ma, anche sotto tale profilo il Tribunale ha correttamente motivato la sua decisione circa l'adeguatezza della sanzione espulsiva inflitta alla gravità dei fatti attribuiti al dipendente, per un verso, prendendo in considerazione - come si è visto - gli elementi di fatto accertati e, per altro verso, sottoponendoli a valutazione di congruità ai fini della giusta causa di licenziamento, tenendo presente che, allo scopo sono da valutarsi, oltre agli inadempimenti degli obblighi derivanti dal contratto di lavoro, anche situazioni estranee ad esso, attinenti alla vita privata ed esterna del lavoratore, concretanti violazione di doveri di particolare valore giuridico e/o sociale, tali da far ritenere, in relazione alla natura del rapporto, al tipo di mansioni, al grado di affidamento da esse richiesto, il lavoratore professionalmente inidoneo alla prosecuzione del rapporto, cioè all'esatto adempimento delle future prestazioni.

In tal modo il Tribunale si è adeguato ai principi elaborati da questa Corte per i quali nel caso di giusta causa di licenziamento, da un lato necessita che i fatti addebitati rivestano il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro, ed in particolare dell'elemento della fiducia, che deve continuamente sussistere tra le parti; dall'altro occorre che la valutazione relativa alla sussistenza del conseguente impedimento della prosecuzione del rapporto sia operata con riferimento non già ai fatti astrattamente considerati, bensì agli aspetti concreti afferenti alla natura ed alla qualità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, nonché alla portata soggettiva dei fatti stessi ossia alle circostanze del suo verificarsi ai motivi e alla intensità dell'elemento intenzionale e di quello colposo e ad ogni altro aspetto correlato alla specifica connotazione del rapporto che su di esso possa incidere negativamente (tra le tante, Cass. 27 marzo 1998 n.3270).

Con il secondo motivo, oltre a riproporsi la censura di difetto di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia (consistenti in questioni relative alla gravità dei reati in relazione ai quali è ammesso dalla contrattazione collettiva e dal Regolamento dell'I.P.Z.S il ricorso al licenziamento disciplinare), si prospetta la violazione e falsa applicazione dell'art.7, comma primo, della legge n.300/70, nonché degli artt.2106, 2119, 1362 e ss. c.c.

Oggetto della censura è essenzialmente il convincimento espresso dal Tribunale nella sentenza impugnata circa il carattere meramente esemplificativo della previsione, in sede di contrattazione collettiva, delle infrazioni la cui gravita è ritenuta tale da giustificare la sanzione disciplinare del licenziamento.

Tale convincimento urterebbe contro il precetto contenuto nell'art.7, primo comma, della legge n.300/70, in virtù del quale i codici disciplinari aziendali devono applicare quanto è previsto dalla contrattazione collettiva, nonché contro i criteri di ermeneutica contrattuale dettati dagli artt.1362 e 1363 c.c..

In applicazione di tali norme il Tribunale avrebbe dovuto considerare che la disposizione del CCNL applicabile al caso in esame (art.15) pone precise limitazioni alla rilevanza disciplinare dei procedimenti penali pendenti a carico di un dipendente, da essa risultando che presupposto per un licenziamento senza preavviso è la sussistenza di un reato che impedisca la prosecuzione del rapporto di lavoro, a condizione che siffatto reato sia commesso all'interno del luogo di lavoro.

Il Tribunale di Roma non avrebbe nemmeno tenuto conto della disciplina dettata dall'art.45 del Regolamento del Personale dell'I.P.Z.S., che subordina la possibilità del licenziamento all'emissione di una sentenza di condanna definitiva rientrante in una delle categorie specificamente indicate in tale disposizione.

L'omessa motivazione circa l'affermazione della particolare gravità del reato contestato al ricorrente - concorso nel lotto clandestino p.e.p. dall'art.4 legge 401/69-, oltre ad essere stata censurata ai sensi dell'art.360 n.5 c.p.c., renderebbe la sentenza impugnata attaccabile alla stregua dei parametri di legittimità ricavabili dal combinato disposto degli artt. 1365 e 2106 c.c., che avrebbero imposto al Tribunale di Roma di comparare il predetto reato con quelli "esemplificativamente" elencati dalle parti in sede di contrattazione collettiva.

Anche tale motivo è infondato.

Occorre premettere che la giurisprudenza di questa Corte è nel senso che, mentre le garanzie procedimentali previste dal secondo e dal terzo comma dell'art. 7 della legge 20 maggio 1970 n. 300 (contestazione preventiva dell'addebito e audizione a difesa dell'incolpato) si applicano a qualsiasi licenziamento "ontologicamente" (e non solo "formalisticamente") disciplinare, la predisposizione (e poi l'affissione) del c.d. codice disciplinare (altra garanzia prevista, dal primo comma dallo stesso art. 7) è richiesta soltanto ai fini del licenziamento intimato per ipotesi espressamente contemplate, e cosi' sanzionate (col licenziamento), dalla normativa collettiva o da quella unilateralmente posta dal datore di lavoro, nei casi in cui cio' e' consentito (ex plurimis, Cass. 16 gennaio 1996 n.307;Cass.15 novembre 1993 n. 11242).

A tal riguardo la stessa giurisprudenza ha precisato che se con riferimento alle sanzioni conservative il potere disciplinare del datore di lavoro, solo genericamente previsto dall'art. 2106 cod civ., esige necessariamente, quale condizione indefettibile per il suo concreto esercizio, altrimenti precluso, la "predisposizione" di una normativa secondaria soggetta all'onere della pubblicità, stante l'esigenza di porre il lavoratore al riparo dal rischio di incorrere in sanzioni per fatti da lui non preventivamente conosciuti come mancanze, altrettanto non può dirsi per le sanzioni espulsive, dato che il potere di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo deriva direttamente dalla legge, e segnatamente dagli artt. 2119 cod. civ. e 1 e 3 della legge 15 luglio 1966 n. 604, i cui precetti sono all'uopo dotati di sufficiente determinatezza, né è ipotizzabile che debbano formare oggetto di codice disciplinare tutti i possibili comportamenti, atti ad integrarne gli estremi. Il datore di lavoro o le parti collettive possono, tuttavia, ritenere conveniente prestabilire - trattandosi di un mezzo idoneo, in via preventiva, a impedire che determinati comportamenti siano tenuti, e, in via repressiva, a rendere meno incerta e discutibile la validità del recesso - che quei determinati comportamenti siano vietati e sanzionati col licenziamento (ciò che non preclude al giudice di accertare la nullità delle clausole contenenti divieti e sanzioni, stante l'inderogabilità degli artt. 2119 e 1 e 3 citt.).

Ne consegue che il licenziamento può essere intimato sulla base della giusta causa o del giustificato motivo, come previsti dalla legge, o su quella di specifiche ipotesi giustificatrici del recesso, previste dalla normativa secondaria, che per il licenziamento può anche non essere predisposta; spettando al giudice del merito accertare in fatto se il licenziamento sia stato intimato sulla base della nozione legale di giusta causa (o di giustificato motivo soggettivo), ovvero sia conseguenza di una specificazione eventualmente contenuta nel c.d.codice disciplinare.

Alla stregua dei principi sopra richiamati, il motivo in esame deve essere respinto, avendo il Tribunale appunto accertato e considerato la condotta del C. posta a base del licenziamento, in tutti i suoi risvolti oggettivi e soggettivi e, dopo avere escluso che esso rientrasse in una delle ipotesi di licenziamento disciplinare pattiziamente previsto, con valutazione ampiamente e correttamente motivata, ha ritenuto la inflitta sanzione espulsiva adeguata alla gravità dei fatti attribuiti al lavoratore.

Più precisamente, il Tribunale, sia pure in maniera sintetica ma non per questo poco chiara, ha ritenuto da un lato che la codificazione disciplinare non valesse a restringere il generale potere di recesso ex lege del datore di lavoro alle sole ipotesi in esso specificamente considerate, e dall'altro che 1' I.P.Z.S. avesse intimato il licenziamento in questione -come, del resto, risulta pacifico - sulla base della nozione legale di giusta causa e senza avvalersi di alcuna delle specificazioni contenute nello stesso codice.

Il ricorrente, del resto, pur denunciando la violazione, da parte del Tribunale, dei canoni di ermeneutica legale e pur indicando le norme disciplinari (predisposte dal CCNL per le Aziende Grafiche e dal Regolamento del Personale dell'I.P.Z.S.) che, sarebbero state male interpretate, non contesta che i fatti addebitatigli non siano espressamente previsti dalla disciplina pattizia, ma si duole che il reato contestatogli -concorso nel lotto clandestino contemplato dall'art.4 legge 401/89 avendo natura meramente contravvenzionale ed essendo soggetto ad oblazione, non rivestirebbe quei caratteri di graviti propri degli altri reati di cui alla normativa contrattuale richiamata e per i quali e prevista la sanzione espulsiva.

Senonché, è agevole obiettare che la valutazione del Giudice di appello non è avvenuta sulla base (o sulla sola base) della natura di illecito penale del comportamento del C. , bensì in seguito ad una attenta e dettagliata ricostruzione degli avvenimenti e, segnatamente, della condotta dello stesso, non suscettibile nella sua concreta articolazione di essere ricondotta in alcuna delle ipotesi previste dalla disciplina pattizia; sicché l'interpretazione che il ricorrente propone di alcune norme della disciplina collettiva vigente tra le parti finisce col risolversi nella mera prospettazione di una lettura diversa da quella censurata e come tale insufficiente, anche sotto il profilo del difetto di motivazione, ad integrare un vizio censurabile in sede di legittimità.

Con il terzo mezzo di impugnazione si sottopone all'attenzione di questa Corte, sotto un ulteriore profilo, la censura di violazione dell'art.7 della legge n.300/70 e di difetto di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia, imputandosi al Giudice a quo di avere apoditticarnente disatteso l'eccezione di intempestività della contestazione dell'infrazione disciplinare in questione, argomentando che la necessaria immediatezza della contestazione deve essere intesa in senso relativo, tenendo conto, cioè, della complessità dell'organizzazione aziendale.

Il Tribunale sarebbe incorso inoltre nella violazione delle regole che disciplinano l'onere probatorio e la prova per presunzioni (artt. 2697, 2728 e 2729 c.c.), essendo stata raggiunta la prova che sin dal 24 giugno 1991 1'I.P.Z.S. era in possesso del rapporto di polizia contenente le notizie poste a base della contestazione e non essendo stato in alcun modo giustificato il lungo lasso di tempo trascorso tra tale data e quella del licenziamento.

Anche tale motivo non può essere condiviso.

In proposito il Tribunale, dopo aver precisato che le indagini della Polizia risalivano al 22 giugno 1991 e che i relativi atti erano stati rimessi all'Istituto il 24 successivo, ha escluso che la contestazione in data 9 luglio 1991 potesse ritenersi tardiva, considerato, da un lato, che l'I.P.Z.S., occupando, come riconosciuto dallo stesso lavoratore nell'atto introduttivo, migliaia di dipendenti, aveva una organizzazione complessa, che ampiamente giustificava il tempo utilizzato, dall'altro, che nessun danno era ipotizzabile sulla possibilità di una difesa puntuale ed effettiva in ragione delle caratteristiche dei fatti contestati e delle modalità di accertamento.

In tal modo il Giudice a quo si è adeguato all'insegnamento di questa Corte alla cui stregua il requisito della immediatezza della contestazione degli addebiti, volto a garantire il diritto di difesa del lavoratore, ha carattere relativo ed è perciò compatibile con l'intervallo temporale giustificato dall'accertamento della condotta del lavoratore e dalle adeguate valutazioni e determinazioni del datore di lavoro, tenendo conto delle ragioni oggettive che possono far ritardare il momento dell'accertamento dei fatti contestati (Cass. 19 gennaio 1998 n.437).

Con gli ultimi due motivi il ricorrente denuncia la violazione dell'art.7, commi 2 e 3, della legge n.300 del 1970, prospettando sotto distinti profili la lesione del diritto di difesa in relazione al procedimento disciplinare.

In primo luogo si contesta l'argomentazione con cui il Tribunale, muovendo dalla espressa previsione dell'assistenza di un rappresentante sindacale, ha ritenuto legittimo il diniego opposto dall'Istituto al ricorrente della possibilità di farsi assistere da un legale.

Tale argomentazione si fonderebbe sull'erronea premessa, lesiva nel caso di specie del diritto di difesa, secondo cui ciò che non è espressamente previsto è escluso.

Altro profilo di lesione del diritto di difesa denunciato dal C. consisterebbe nella giustificazione fornita dal Tribunale alla condotta dell'I.P.Z.S. consistente nell'avergli fatto esporre le sue difese ad organo ( Consiglio di disciplina) diverso da quello che aveva deliberato il licenziamento (Comitato esecutivo); ed ancora nella circostanza che non risultava che le sue difese fossero state riferite all'organo deliberante.

Le censure sono prive di fondamento.

Invero, nel sistema delineato dall'art. 7 della legge n.300/70, il diritto di difesa è ampiamente garantito al lavoratore dalla contestazione dell'addebito, dal diritto che egli ha di essere sentito (2° comma) e dalla necessità di attendere cinque giorni -per i provvedimenti più gravi del rimprovero verbale- prima di poter dar corso all'applicazione della sanzione, nonché anche dall'assistenza di un rappresentante sindacale, riconosciuta dalla legge al solo fine di assicurargli una migliore tutela.

Alcun riferimento, invece, vien fatto alla possibilità per il lavoratore di farsi assistere da un "legale" e poiché il diritto alla difesa tecnica è garantito dal nostro ordinamento unitamente al diritto a far valere le proprie ragioni in giudizio (art.24, secondo comma, Cost.), rientra nella valutazione discrezionale del legislatore riconoscerlo o meno al di fuori di tale ipotesi.

Deve pertanto condividersi la tesi in base alla quale il Tribunale ha disatteso l'assunto del C. , alla luce del disposto normativo, che, abilitando all'assistenza solo personale che promani dal sindacato, è di stretta interpretazione, non suscettibile di interpretazioni estensive o analogiche; così come è da condividere l'ulteriore precisazione secondo cui non era in potere del ricorrente l'individuazione dell'organo dinanzi al quale rendere le sue giustificazioni, essendo la procedura seguita -come incontestato- conforme all'organizzazione interna assunta dall'Istituto, risultante dal Regolamento adottato ai sensi dell'art.24 legge 13 luglio 1966 n.559 (artt. 41 e 45).

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese di questo giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese di questo giudizio che liquida in lire 22.000, oltre lire 4.000.000 (quattromilioni) per onorari.


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